
P. Ugo Viglino IMC (1913-1990), appena decenne fu accolto nell'Istituto, ancora vivente il Fondatore, dove c'era già sua fratello Ferdinando. Ordinato sacerdote nel 1935, continuò gli studi a Roma, dove conseguì le lauree in filosofia e teologia. Dopo due anni di insegnamento nell'Istituto, fu chiamato a Roma come docente di filosofia nella Pont. Università Urbaniana. Qui si svolse tutto il suo servizio di missionario, molto. Ebbe, così, la possibilità di far conoscere l'Istituto e le sue opere a tanti seminaristi e sacerdoti provenienti da tutto il mondo, che lo ricordano con simpatia e riconoscenza. Scrisse alcuni testi di filosofia e anche quattro libri di poesie. Partecipò attivamente a diversi convegni filosofici nazionali e internazionali. In uno di questi presentò un suo studio intitolato: “Lo Spirito Santo e la vita religiosa missionaria in Giuseppe Allamano”. Scrisse anche un simpatico articolo sul Fondatore intitolato: “Uno che ho appena conosciuto”.
P. Ugo fu un missionario di intelligenza brillante, amante della vita, dei rapporti umani, della libertà. Fu ricercatore mai sazio del mistero di Dio, della Chiesa e della Storia. Fu un uomo di una semplicità impressionante. Ebbe una forte sensibilità artistica. Raccolse, in giro per le nostre missioni, tutte le opere pittoriche eseguite dai confratelli, facendone una esposizione- museo a Roma.
Lavorò per il bene dell'Istituto, anche per l'estensione del terreno della casa generalizia a Roma, e dimostrò una sincera simpatia per il Fondatore.
Qui presentiamo la sua Commemorazione tenuta, nel il 37° anniversario della morte dell'Allamano, a Roma il 17 febbraio 1963 e a Torino, il 20 maggio successivo.
Individuare nella « caritas » il principio informatore della vita interiore dell'Allamano e il movente della sua azione è, forse, raggiungere il centro unitario della sua statura umana, morale, sacerdotale.
E' anche, forse, portare .a più chiara evidenza la ragione interna della vitalità di una parola, della solidità e fecondità di una linea spirituale.
La « caritas », innanzitutto come libero orientamento di amore della creatura al Principio del proprio essere e del proprio bene; come apertura alla sua luce, adesione alla sua parola, consenso al suo invito, è la sollecitazione più profonda nell'anima, quando essa si impegni sul serio a guardarsi e possedersi nella propria interiorità.
La sorgente della « caritas » viene da lontano. Poiché questo richiamo verticale, piantato nella più intima sostanza del nostro essere, è, in fondo, la stessa impronta di Dio, una partecipazione, come si esprime S. Tommaso, del suo bene in noi (1).
Ma è un richiamo rivolto a una creatura capace di mettersi in ascolto e anche di distrarsi, accorrere all'invito o volgersi altrove, aprirsi a un consenso più o meno generoso e unitivo, o chiudersi nel proprio confine di distacco e solitudine.
L'Allamano ha sentito e sperimentato, vivida e pura, all'aurora dell'esistenza, questa attrazione. Il primo sorgere di essa, il suo affermarsi e irrobustirsi nella serena anima fanciulla era anche assecondato dalla schietta atmosfera religiosa che ne avvolse l'infanzia.
Grazia, natura e circostanze concorsero da allora a penetrare del senso del divino quest'anima e a fare di questo senso come una germinale energia intrinseca di orientamento, pensiero e azione. Non è che la stessa vocazione al Sacerdozio, come particolare espressione della vivezza già in atto della « caritas », sia, nella prima adolescenza dell'Allamano, proprio senza ombre. C'è un momento delicatissimo in cui tutto sta sospeso sull'abisso di una decisione ancora incerta. La biografia del Sales lo lascia intendere senza reticenze: di fronte al significato totale, che gli viene sottolineato, della vocazione al Sacerdozio, egli non solo — si noti bene — decide un rinvio, ma « si sentì scosso dalla primiera sicurezza » (2). E', senza eufemismi, il dubbio di essere chiamato.
Nessuno pensa stupirsene. Ragazzo intelligente, riflessivo, sensibilis-simo; aperto — come lo mostrerà il corso della vita — a tutti i valori; che possiede il senso di concretezza ed equilibrio proprio della gente dei campi, e a Torino, per tre anni, è già stato in grado di intravvedere un'altra misura della vita, è quanto mai comprensibile possa avvertire l'urto di una decisione che impegnerà il suo destino. Lo sentiamo, così, anche più vicino a noi, più umanamente vero. .
A distanza esatta di, un secolo (il momento biografico è del 1864, 14 anni) possiamo valutare tutto il peso storico del fatto, per noi, per la Chiesa, per il mondo.
Ma fu certamente un impulso interiore della « caritas » che a un pre-ciso momento trionfò su quella volontà e su quel cuore, e, con una scelta, frutto di amore generoso, diede a un limpido e volitivo ragazzo, e per sempre. la luce incomparabile di un'esistenza definitivamente centrata in Dio.
Linee strutturali interiori della Caritas allamaniana
Dopo, il suo cammino si spiega sicuro. Non, certamente, facile e li. scio, anche nei raccolti anni di seminario: salute costantemente fragile; un periodo di esaurimento; vacanze sacrificate, a fianco della mamma già minorata fisicamente; e, soprattutto, al vertice ,di ogni pensiero, un fermo impegno di vita interiore. Alle prese con un carattere che ha, nei suoi stessi elementi positivi — sensibilità, intelligenza, vivezza e giovialità di temperamento, forza di volontà — limiti e pericoli immanente. La lotta che egli condurrà per tutti gli anni di formazione, e continuerà in seguito, contro la spinta alla superbia, ne è chiara testimonianza.
I propri difetti li individua con chiarezza e li affronta con energia, direttamente e indirettamente, avvalendosi di una tattica attenta, precisa, industriosa; e innanzitutto creando e potenziando in se un'atmo-sfera tonificante di pietà e unione con Dio, la quale operi per se stessa come energico dissolvente del negativo, naturale e umano, che egli va scoprendo nel proprio temperamento, nelle proprie inclinazioni e direzioni istintive di comportamento.
C'è una testimonianza del compagno di corso, S. E. Mons. Ressia, Vescovo di Mondovì, che merita di essere rilevata: « Ho potuto scoprire le industrie sante con le quali il chierico Allamano restituiva a Gesù le grazie ricevute. Dicevami dunque un giorno: "Che fortuna per noi! Possiam farci molti meriti con fare tutto e sempre alla presenza di Dio e per amor suo; allora il piccolo diventa grande!". E mi spiego perché il mio compagno fosse così raccolto, silenzioso, puntuale, scrupoloso nelle cerimonie di chiesa, fervoroso in tutte le opere di pietà » (3).
Ci sono, in questa testimonianza, i tratti fondamentali _di una forma spirituale che ha saputo bene individuare il significato essenziale della perfezione.
Aggiungendo l'intonazione eucaristica che fin dai più giovani anni emerge in primo piano nella pietà dell'Allamano, conferendo alla sua « caritas » il rilievo cristologico, con un vivo sapore di freschezza e concretezza; e, come profonda espansione della pietas eucaristica, il grande amore a Maria, anche questo ben individuato e concretizzato nella Con-solata, si hanno tutte le coordinate entro cui si articola la potente sta-tura interiore dell'Allamano.
L'amor di Dio è il principio informatore dell'intero edificio spirituale; l'energia in certo modo costitutiva che ne attua dall'interno la sostanza strutturale. Il suo spazio interiore è un diagramma in cui la spinta amorosa verso Dio si esprime e si espande nel sentimento vigile, conti-nuo, affettuoso della sua presenza e quindi in un'intima unione di pensiero e di volontà con Lui; si estrinseca nel fervore eucaristico e quindi nell'amore concreto del Cristo — con sfumature di espressione e caratteristiche individuali ancora inedite nella storia della spiritua-lità cristiana, talora anche ardite; e infine fiorisce nel trasporto mariano che si intensifica fino alla misura e condensazione incandescente di una passione soprannaturale.
Lo spazio esteriore della « caritas », ardente come un sole nel nucleo di quest'anima, non avrà confini. L'azione che egli svolse, con risonanze e onde di efficienza sempre più ampie; le opere da lui ideate, pensate, elaborate; intraprese, proseguite, compiute; sospinte e sorrette; previste e preparate, sono ormai parte vivente e operante della Chiesa.
Opere, talora, non proprio in pieno accordo con le affinità elettive della sua personalità, cui mi sembra congeniale la direzione verso una interiorità raccolta e silenziosa, un lavoro nascosto, in profondità, di plasmatore di anime. Invece, anch'egli, il sacerdote dalla fragile costituzione fisica, dal tono fine, penetrato e avvolto comé da' un delicato riserbo, anch'egli gettato nell'azione!
Proviamo a confrontare la prima prospettiva del giovanissimo sacerdote, ben lontano, per ora, dall'intravvedere il futuro, con quello che sarà invece il corso reale della sua vita. Gli è offerto l'ufficio di Direttore Spirituale in Seminario. « Ma, Monsignore, la mia intenzione era di andar viceparroco e poi, forse, parroco in qualche paesello » (4).
Qualche paesello! Li conosciamo questi piccoli centri collinari del Monferrato o delle Langhe. Hanno ancora -- oggi, spesso, non più, ma ai tempi dell'Allamano sì — concentrato in se il silenzio immobile dei millenni: orizzonti, delle cose e delle anime, ripiegati in una misura interna di compatta quiete, con emergenze temperate e lievi, come il disteso profumo della terra, le bianche stradicciole fra i campi, l'armonia raccolta e sommessa dei vigneti.
Di fronte a questa prospettiva di umile, operoso silenzio sarà invece Torino. Un seminario, una diocesi, un santuario; il mondo fortemente strutturato, civile ed ecclesiastico, di una storica città. E poi il Piemonte, l'Africa, il mondo. Con la massa, via via crescente, di occupazioni, impegni, relazioni; pensieri, problemi, disegni; preoccupazioni, angustie e dolori. E ogni tappa e punto d'arrivo sarà un nuovo principio di irradiazione interna ed espansione dello spazio esterno della « caritas »: che si verrà punteggiando di presenze e di valori; di incarnazioni oggettive in fatti, cose, centri di azione.
L'Allamano ha previsto, misurato, accettato. E si rese pienamente disponibile a quanto l'amore gli veniva chiedendo o gli avrebbe chiesto in futuro. Poiche, questo è certo, la sua « caritas » era di perfetta lega; non puro sentimento, calore di affettività. Sebbene anche questo egli non escluda affatto dall'espressione di un amore intenso. «...noi dobbiamo dire al Signore: Oh! se il nostro cuore fosse consumato d'amore 'per voi! Nostro Signore si meriterebbe quello e più ancora » (5); « Noi fortunati se, come la Madonna, potessimo morire di puro amor di Dio!
Potessimo avere tanta padronanza sul nostro corpo, che l'anima potesse trarlo dove vuole! » (6). Tuttavia la « caritas », egli afferma, consiste innanzitutto « nella volontà e non nel sentimento »
(7). « Quando parliamo di amor di Dio, andiamo un po' alla leggera. Quando sentiamo il cuore tenero, pieno... ci pare' di amare. Ma non è questo l'amore vero che dobbiamo portare a nostro Signore, non è tutto qui. L'amore ci fa sopportare, operare, la-vorare senza posa, ci fa languire utilmente,.. » (8).
Questo è la « caritas » nella sua dimensione totale, vera: apertura, accettazione e unione con il volere di Dio, prontezza generosa all'azione disposta e richiesta da Lui.
Egli la ascoltò e la accolse, la voce del suo amore. Imparò a distin-guerla nella sua autenticità, a misurarne ogni modulazione, alla scuola del Vangelo e della Chiesa, sull'esempio dei santi, nelle aspirazioni e ispirazioni che alimentavano l'ardente preghiera; e, in fine, nel cenno di chi gli parlava in nome di Dio. « Vedete dunque com'io, dando ora uno sguardo al passato, possa con santa compiacenza rallegrarmi di aver obbedito alla voce di Dio manifestatami dai Superiori; ed ora godo della certezza di aver sempre camminato per la via assegnatami da Dio (9); « Se il Signore benedì molte opere a cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il segreto mio fu di cercare solo e sempre la sua volontà, manifestatami dai Superiori » (10).
E c'è una parola molto bella, quasi a giustificazione di questa sua tendenza a far consistere l'espressione autentica dell'amor di Dio nel-l'unione perfetta con la Sua volontà: « E' meglio pensare a fare la volontà di Dio, che cercare la gloria di Dio: quella contiene questa; que-sta non sempre, in pratica, quella » (11).
La tempra spirituale dell'Allamano è garantita; la sua spiritualità, come oggi usa dire, chiaroveggente; informata ai principi più schietti della Rivelazione e dell'insegnamento della Chiesa. Amore, acceso e nutrito alla fede; e amore fattivo; che trova appunto nell'azione, la seconda essenziale dimensione della « caritas », ossia il rapporto, in illimitate direzioni, positive e negative, con i fratelli.
Mi sono riferito alla fede. Penso che in quell'anima la fede era tra-scesa — dò alla parola senso attivo — nell'amore. Credo si debba ammettere come cosa certa che l'Allamano era alieno dall'esasperare la carica di mistero che porta con se il messaggio cristiano e gli enormi riflessi che esso as'sume in rapporto ai problemi dell'umanità, della vita, della storia. Ma, intelligenza non comune, il mistero egli lo sentiva e ne coglieva il senso di totalità. Parlando della Trinità, esce in una delle sue frasi pulite e rotonde: « è un Mistero impenetrabile; bisogna crederlo e adorarlo » (12).
Sottolinea la profondità del « mysterium fidei » che pure, come ho poco sopra notato, gli suggerisce espressioni stupende, dove egli è tutto se stesso, con il timbro personalissimo della sua pietà, insieme concreta e saporosa. robusta e gentile. densa e affettuosa ("Desidero tanto che vi « incarniate » di Nostro Signore... Fate «nostro » il Signore; « ...Transfige, Domine Iesu, ...medullas et viscera animae meae ». F, io aggiungo: et corporis mei. Non solo l'anima, ma anche il corpo. Transfige, va giù giù...! Sono preghiere che penetrano nel cuore, eccetto che si sia di sasso!") (13).
Per un confronto, si può rilevare il tono impersonale e piuttosto teorico che presentano le pagine sulla devozione al S. Cuore (14).
Ebbene, sulle ali dell'amore la fede dell'Allamano si librava leggera. In un cielo terso. Fra una luce, non certo priva di ombre, ma ridondante di una calda pienezza, ferma della sicurezza che attingeva all'esperienza vissuta della « caritas ».
Sono, pertanto, assenti dalla spiritualità dell'Allamano aspetti di drammaticità, sia pure nel senso più positivo del termine, o di differenziazione troppo pronunziata nell'asse centrale della tradizione dogmatica liturgica ascetica. Conosciamo anche di questa spiritualità le fonti più immediate: dopo il Vangelo e S. Paolo, fra le principali, il De imitatione, sant'Ignazio, s. Francesco di Sales, s. Giuseppe Cafasso. Una pietas ben caratterizzata, senza tuttavia individuarsi in una originalità creativa fra le scuole o forme di spiritualità; bensì piuttosto qualificandosi in una robusta assimilazione personale degli elementi più universali della spiritualità cristiana. Pietas sostanziosa, rettilinea, semplice; ardente e operosa, ma senza tumulto; riscaldata al sole Eucaristico e irradiata dalla Stella mariana.
Credo dobbiamo essere riconoscenti dal più profondo dell'anima per questa forma spirituale che l'Allamano ha, in modo eccelso, incarnata in se, e intese trasfondere in noi, sia pure, sempre, nel segno della nostra individuale singolarità. Essa, senza chiudere entro determinazioni eccessivamente differenziate o preziosamente qualificate, il Missionario della Consolata, e proprio perché questo ne si propone ne Vuole, consente una libertà e possibilità di realizzazioni senza limiti: in una unità di fondo, la quale, per il suo costituzionale dinamismo, non tende a degenerare in uniformità (con l'insito pericolo di un'incidenza più o meno profonda sulla spontaneità); ed è quindi, per se stessa, aperta a qualsiasi assimilazione, in un potere di perenne ringiovanimento.
La dimensione orizzontale della Caritas: uno dei massimi campi di forza dell'ascetica allamaniana
La « caritas» era nell'Allamano di lega genuina. Per questo si schiuse in meravigliosa fecondità, secondo l'altra intrinseca dimensione e direzione, l'amore dei fratelli. Moto verticale dello spirito verso la polarità divina: « Caritas tendit ad Deum ut in ipso sistat » (15), la carità, in quel Centro creatore del bene, e quindi nel suo affiato eterno di Padre, trova il necessario impulso per realizzare pienamente la sua essenza; cioè per riflettersi in un movimento inesauribile di comunicazione, comprensione e unità con i fratelli.
L'amore del « prossimo », nella sua tensione soprannaturale che si pone oltre il piano, sia pure per se positivo, dell'amore biologico e sociale, è un'espansione intrinseca della « caritas » verso Dio.
I due volti della carità hanno, nel Vangelo, lineamenti simili, e nel trionfale inno paolino tendono a fondersi in una forma sola. Dal vasto teatro terrestre dove la carità irraggia il suo spléndore e innerva la sua forza in tutto il tessuto umano — « la carità è paziente, è benigna, non porta invidia; ha la gioia del bene e della verità; tollera tutto, spera tutto, tutto sopporta » (16) —, essa si traspone, senza frattura, nella perennità eterna: « la carità non verrà meno mai » (17).
Attinta all'abisso di Dio in cui la « caritas » è un puro effondere del bene, nella vita e nell'insegnamento dell'Allamano essa, rivestiva una pienezza di forma, una ricchezza di toni, un'intensità di movimento, un'attenta finezza e nobiltà di modo e di modi; e infine un limpido ardore, da essere sufficiente, ove lo' si volesse tentare, a definire una prospettiva potenzialmente completa della sua complessa figura spirituale.
Avevo pensato e scritto queste parole prima di imbattermi nella testimonianza riferita dal Sales (18), dell'alunno dell'Allamano, T. G. Cavoretto: « Non temo di sbagliarmi se, per dare un'idea complessiva e precisa del Can. Allamano, dico che praticò la carità in tutta la sua, estensione e con tutti i caratteri che della carità ci dà S. Paolo ».
Episodi significativi-e delicati che testimoniano la sua carità forte industriosa, vigile e sollecita, larga e universale; il suo impegno, pro-posto e attuato, di farsi tutto a tutti, ci sono noti. La sua costanza alle palestre della carità, allora forse anche più aspre quando mirano a trasfondere nel prossimo il più alto e squisito dei beni, la vitalità dello spirito, la forma della virtù, la luce di una via, la forza di una decisione, la certezza di un cammino, il coraggio di una scelta; questa costanza di dedizione che si coestende alla vita dell'Allamano, traccia il corso della sua « caritas », come uno splendido arco, dal Santuario all'Istituto al mondo. L'Istituto, incarnazione più visibile e feconda di questa « caritas » possiamo immaginarlo al vertice, come sintesi attrattiva e conclusiva di una immensa tensione soprannaturale.
E ci è allora facile intendere come egli rifiutasse di condividere l'opi-nione che ritiene cosa difficile un atto di amore perfetto. « No. Non è così Vedete: le parole del Atter. specialmente Quelle della prima parte sono altrettanti atti d'amor di Dio; e se li facciamo sgorgar dal cuore, sono perfetti » (19).
Quelle « domande della prima parte » erano infatti l'anima della sua anima. Erano il senso e il desiderio della perenne presenza del Padre celeste, l'anelito alla comunicazione della sua grazia santificatrice nelle anime e all'avvento del suo regno: in quelli che aveva vicino, e nei lontani; sacerdoti e laici, uomini e donne, piccoli é grandi; cristiani d'Europa e non cristiani del mondo.
« Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è carità » (20). L'Allamano penetrò tutta la gravità della parola ispirata. Per questo, nel suo sogno di « missionari perfetti » splendeva l'ideale perfetto della « caritas », del « comandamento nuovo », e ne era scandito senza posa l'accento. Gli è chiarissimo che la carità, coine amore e disponibilità, fino all'eroismo, per i fratelli, è esigenza intrinseca dell'apostolato: L'apostolato, diceva riferendosi a Gregorio Magno e a s. Lorenzo Giustiniani, "è essenzialmente un uffizio di carità; e come potrà esercitarlo chi non ha carità? come potrà comunicare il fuoco chi ne è privo?" «Il sacerdote, e più ancora il missionario, è l'uomo della carità »; « Il missionario deve avere un cuore largo, pieno di comprensione verso i suoi fratelli » (21).
Le affermazioni di principio, nell'indole della sua ascetica concreta, nutrita sempre di realtà e di cose, si determinano in formulazioni di estrema praticità, umanità e verità (22).
Il dinamismo e la tensione divina della « caritas » l'Allamano coglie e presenta in tutte le possibili linee di forza e attuazione, in movimento sia positivo che negativo.
Carità di pensiero e di parola, di azione e sacrificio. Carità che si fa partecipazione e comunione nelle gioie e nelle pene, nella felicità e nel dolore; che è consiglio, sollievo, conforto; che è dono e scambio liberale di ciò che si è e si ha; che è sincero voler bene; un desiderare in tutti ciò che è bello e perfetto; un sereno godere di ogni valore che nel fratello si mostra, si compie, risplende; che è riconoscimento, apprezzamento, stima; dolcezza ed emulazione santa. Carità che è condanna del male, ma amore, se possibile più struggente, per l'infelicità essenziale del fratello che cede al male.
Carità che è coscienza umile e sincera delle proprie negatività e impegno generoso per superarle; disposizione gioiosa ad accogliere l'affetto e il dono del fratello; che è rottura di se, nel dissolvimento dell'egoismo, perché il camminare con il fratello sia incontro, sostegno ed aiuto, mai urto, scontro, distacco.
Carità che è fattivo concorso nella santa volizione di un fine; che è compenetrazione creativa di anime nella forza unificante della verità; che è presenza insieme con noi, del fratello, di ogni fratello, amico sconosciuto nemico, nella preghiera all'unico Padre celeste, preludio a una consumazione in Lui dell'unità.
E' questa carità integrale che l'Allamano con tanto ardore e insisten-za inculcava nei suoi: "...se venissero qui a domandarci: c'è carità? » Sì, sì — risponderemmo — e perfetta carità... Pare un torto rivolgere a voi questa domanda. Ma io sono l'uomo delle paure; dubito sempre. Io voglio poter dire: ci mancheranno tante virtù, ma la carità c'è... Voglio che ci sia una carità fiorita" (23). « Se i superiori lodano un con-fratello, godo come se la lode fosse rivolta a me... Dobbiamo proprio godere del bene dei nostri fratelli... E' difficile, sapete, che uno senta in sé vera gioia, quando il compagno riesce bene» (24). « E' sempre in vostro potere dare un consiglio retto, una parola di consolazione, un incoraggiamento, soprattutto il buon esempio e la preghiera
» (25). « Siete tutti fratelli, dovete vivere assieme, prepararvi assieme; per poi lavorare assieme tutta la vita. Nell'Istituto dobbiamo formare un solo naturale, una pasta sola » (26). Magnifico! Nel suo sapore ottocentesco, e nel pressante fervore della « caritas » allamaniana, l'espressione ha qui una pregnanza di significato incomparabile.
Esortava a una generosa comprensione dei difetti altrui: « Un parroco, una volta andò da Don Cafasso per avere un vicecurato; ma ne voleva uno in punto e virgola, mentre non se lo meritava. Il Cafasso stette a sentire tutte quelle belle qualità, di cui quel parroco voleva fosse dotato nuovo vicecurato, poi gli rispose: "Guardi, signor prevosto, appena fuori di qui, sul piazzale di fronte al Convitto, c'è un fabbricante di statue; vada e se ne faccia fare uno di suo gusto". Ma vi pare? Bisogna prenderlo come è. Perché uno ha dei difetti, non potrà dunque stare più in nessun luogo? » (27).
Sarebbe facile continuare in testi e citazioni. Noto soltanto che, come la prospettiva stupenda di una comunità, informata da una « caritas » vi-gorosa e fervida, lo entusiasmava, il pensiero o la constatazione di defe-zioni gravi nella carità lo scuoteva nel più profondo. Era uno dei pochi casi in cui la tenera dolcezza di quell'anima traeva dall'accendersi di una santa passione, espressioni brucianti. Riferendosi a chi in comunità, con animo cattivo, mette male tra i fratelli, usciva in una frase di icastica incisività. La parola è dura, ma conviene citarla alla lettera, perche nulla perda della sua forza: « I sussurroni sono da mettersi a livello di colui che taglia la testa »
(28). E il freddo silenzio che sigilla immobile la frase, pare comunicarci ancora lo strazio di quel cuore infiammato di carità, colpito nel centro più vivo della sua sensibilità spirituale. Ma, in fondo, non era che la traduzione, in un'immagine di particolare suggestione espressiva, della verità ispirata: «qui odit fratrem suum homicida est » (29).
Attualità della Caritas allamaniana : apertura e comprensione universale: carattere di socialità e solidarietà
Riaffermato, nel fecondo sviluppo intrinseco della « caritas », uno dei massimi campi di forza dell'ascetica allamaniana, sia ancora consentito un rapido rilievo per due elementi specifici che le conferiscono oggi, o per lo meno ne accentuano, una valenza di felice attualità.
Anche la « caritas », come ogni altro valore spirituale, naturale e soprannaturale, è costretta a incarnarsi nel tempo e nella storia; e pertanto, nella sua definizione concreta — in persone, fatti, situazioni — riflette, in misura varia, le contingenze del divenire umano. La Chiesa è quasi per definizione, il luogo della « caritas». Ma quanto moto, esitazione e fermento, luce e ombra, nelle forme storiche della « caritas » ecclesiale! Da posizioni, talora, di estrema durezza, in cui, associata a rettitudine di intenti, sembra farsi avanti la negatività stessa dell'amo re, a slanci ed eroismi incomparabili, di individui, gruppi e popoli, nel dono, nell'offerta, nel sacrificio.
Non direi che la «caritas » allamaniana presenti in visuali perfettamente esaurite tutte le possibili e valide esplicazioni dell'amore. Per es., essa non ha forse colta intera (se l'affermazione non risultasse esatta, è fin d'ora abbandonata) la misura che esplica la « caritas » nel consentire, secondare e promuovere un pieno sviluppo della mutua differenziazione personale in ogni sfera di valori; riuscendo, per questa via a una più ricca integrazione umana — sí potrebbe, in proposito, rilevare il timbro parzialmente diverso nella recente Lettera annuale del Superiore Generale, la più varia atmosfera di impostazioni problematiche e pratiche, di analisi e progressioni dottrinali (30). Analoga osservazione potrebbe essere consentita per l'autentica forma della « caritas » che si attua nello sforzo mai esaurito per comprendere e accettare il significato in parte positivo dell'errore, anche quando questo sembra, talora, possedere intero l'uomo.
Ma il limite, in fondo, non era suo. Apparteneva a quel condiziona-mento insuperabile di cui il tempo impasta in qualche misura la struttura stessa dello spirito umano nella sua individuazione esistenziale. Tuttavia certi limiti egli li ha piuttosto subiti; e c'era, dal profondo, una spinta quasi naturale a trascenderli.
Proprio il suo senso di squisita capacità di comprensione, paterna larghezza, dolcezza e mansuetudine, ne presenta un caso. Non parlo, innanzitutto, della tenerezza, fino, letteralmente, alle lacrime, per i figli dell'Africa, divenuti suoi per un vincolo di adozione soprannaturale. Ne dei modi particolarmente Paterni che ebbe con noi, suoi piccoli, fino alla facezia, al sorriso sottile e penetrante, persino innocentemente malizioso, al piccolo dono, molto pratico e concreto, che riempiva di sorpresa aspettativa l'occhio del ragazzo undicenne... Il ricordo ha la nitidezza di ieri.
Dalla biografia del Sales conosciamo la sua ardente, instancabile, continua carità per chi si allontanò da una via di perfezione scelta, e per un tempo generosamente seguita. Ma la mia attenzione è stata particolarmente attratta dal contenuto della lettera del 1903 ai missionari d'Africa, la stessa che ci conserva il documento più toccante del suo amore per la gente africana. L'Allamano che ben di rado, se non erro, indulge a lunghe citazioni, qui fa sua, con calda adesione, una pagina intera della prima Enciclica di Pio X E supremi Pontificatus. Prende per se tutto quanto riguarda la mansuetudine, la comprensione, l'amore per i lontani, per gli erranti.
Meriterebbe di essere riferita per intero; ne scelgo un periodo solo: «Il Signore non è nella commozione. Indarno si spera di attirare le anime a Dio con uno zelo amaro: che anzi il rinfacciare duramente gli errori, il riprendere con asprezza i vizi, torna sovente più a danno che a utilità » (31).
C'è oggi una voce che scende dal vertice, e scuote la Chiesa; e sembra squilla a un risveglio da torpore di secoli: « Sii te stessa, quale sei nata, nella « caritas ». Sii l'Agape, che accoglie e unisce, non condanna e respinge; avviva lo stoppino che muore; comprendi e seconda la po- tenza di luce che è nei figli di Dio. Senti l'angustia degli uomini, il loro dolore, la loro tragedia, che è il dolore e la tragedia di Cristo; ascolta il loro profondo richiamo verso il bene, anche quando fragilità e miseria, intellettuale, fisica, morale, li fascia di tenebre. E alla denuncia dell'errore, all'amarezza per l'odio che segue la tua presenza e il tuo cammino nei secoli. trae a morte i tuoi figli e i tuoi sacerdoti. condanna con durezza implacabile i tuoi vescovi all'umiliazione, alla fame, all'ignominia, unisci il balsamo della preghiera, del perdono e dell'amore.
Che ci accada di trovare nelle esplicite parole del Padre un impulso ad accogliere in pieno consenso questa voce dal vertice, spada oggi lucente nelle midolla del tessuto cristiano, sia insieme una gioia e un presagio.
Poi, ancora un altro elemento: la socialità e solidarietà della « caritas ».
Bisogna essere insieme a « realizzare la carità »; non solo volerci bene, ma operare attivamente all'esplicazione solidale della « caritas ». Io posso, cioè, voler bene ai fratelli, non offenderli o contristarli; sacrificarmi con slancio per loro... Ma tutto questo posso anche fare in chiave puramente individuale, per conto mio, senza darmi pensiero che anche gli altri facciano altrettanto; e talora, in casi estremi quasi curiosamente assurdi, mirando io ad attuare un'alta misura di carità, a spesa della sua assenza nei fratelli. Oggettivamente, non si saprebbe pensare a una forma più squisita e sottile di egoismo spirituale.
Ora, il fiore della carità, il suo pleroma si attinge solo quando, essa tende a questa misura di totalità relazionale, con tutte le forze. E' uno degli aspetti originali, energicamente fecondi, che ha sviluppato la spiritualità del P. Lombardi: con rara finezza di analisi, ampiezza e concretezza di riferimenti, scoperta di ulteriori ricchezze nei densissimi testi giovannei.
Ebbene, la «caritas » allamaniana, proprio per la sua integralità, presenta formule abbastanza vicine al linguaggio di P. Lombardi: «...ognuno fa un po' troppo da se, pensa solo a se, a santificare se stesso, senza pensare ad aiutare i compagni. Questo non è spirito di famiglia, ...Sì, ciascuno deve farsi santo, ma bisogna che ci sia il mutuo aiuto..., dobbiamo desiderare la santità degli altri, come la propria santità..., importa anche a te: che non solo tu, ma tutti i tuoi compagni si rendano santi e dotti missionari » (32).
Del resto, giovane seminarista, era già questo il suo impegno. Riferendosi alla pratica della correzione fraterna, « eravamo in pochi — egli dice — però le cose si facevano in regola e si ripeteva la correzione al comnagno anche dieci volte, se era necessario (33).
La « caritas » è il soffiò tutto avvolgente di Dio. L'universo e le cose, noi e i fratelli, siamo la presenza visibile della sua realtà invisibile nel cuore dell'essere, fiore della sua linfa eterna, eco della sua sinfonia creativa. In noi la « caritas » viene a porsi come una partecipazione cosciente e responsabile a questa presenza, un inserirsi del pensiero e del volere, in risposta a un appello della grazia, nell'orbita infinita di Dio: tutto lo sviluppo teologico della « caritas », come segno e realtà di una nostra partecipata deificazione, principio di beatitudine e di un vivere eterno, si accorda, assumendola in ineffabile trascendenza, con questa prospettiva concettuale.
Iniziando ho parlato di una solitudine e di un vuoto che si spalancano nell'anima, quand'essa non risponda all'attrazione polare di Dio. Questo senso di solitudine, non esteriore ma interna, in certo modo me-tafisica, è uno dei temi più gravi del pensiero, della letteratura e dell'arte contemporanea. E questo, proprio mentre assume un ritmo vertiginoso la creazione di nuovi valori, terrestri e domani spaziali, nel dinamismo di una raffinata civiltà e cultura che sta consentendo all'uomo un'insospettata e sempre crescente densità spirituale.
Io non vorrei dire che gli enormi cieli, distesi sul mio capo, mi incu-tono spavento e terrore (Pascal). Non credo di dover affermare che cia-scun essere umano, chiuso nel sigillo della sua autonomia personale e nell'ambigua incertezza della libertà, compie da solo il cammino mera- vigliosamente incredibile dell'esistenza: sperimentando e subendo la durezza e l'impassibilità di un mondo che gli permane incomunicativo ed estraneo; e avvertendo la distanza incolmabile del fratello, egli pure alle prese con un'analoga drammatica situazione. Preferirei lo sguardo aperto e limpido di Francesco, che sente e vive la fraternità del cielo e della terra, dell'acqua e del fuoco, della vita e della morte; e nel possente avanzare del mondo sente una dolce grandezza che lo invade, perché quel divenire porta e echeggia il passo di Dio.
Ma terrore e solitudine forse veramente cominciano a invadere l'uo-mo, quand'egli abbia smarrito il senso di quella presenza, non avverta più il battito vivo di quel passo:
« Ognuno sta, solo, sul cuor della terra:
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera » (Quasimodo).
« L'universo, le cose, l'albero, il ciottolo, la persona umana che ci sta di fronte o d'accanto, un po' di troppo » Il mondo? « Questa ignobile e molle mostarda che invade tutto; questo grosso essere assurdo » (Camus) — « C'è un muro che separa l'uomo dall'uomo » (Sartre) — « L'inferno sono gli altri » (ancora Sartre).
« Ognuno sta, solo, sul cuor della terra ». Queste parole che pure presentano una carica di intenso lirismo poiche chiudono nell'assolutezza di un verso una situazione umana di tensione smisurata, non ci è forse possibile pensarle echeggiare in un'onda di consenso nella fantasia e nel sentimento dell'Allamano. La «caritas » dava pienezza al suo spazio interiore; e fermava il « raggio di sole» — da cui, sì, fu trafitto con divina veemenza -- nell'eternità del giorno. E non fu mai sera.
Anche se egli pagò caro il prezzo della carità. E di un quieto angolo di solitudine a se stesso — ma in un significato ben diverso -- sentì tante volte la struggente nostalgia, fra l'assillo quotidiano per la crescita, la vitalità, la splendida bellezza della creatura del suo amore. An-che se assaporò l'amarezza dell'abbandono; e fu afferrato dal brivido delle tenebre all'ora nona, nel guardare con infinità tenerezza a quella sua creatura...
Ma questo silenzio, fisico e morale, attorno a lui, all'ora nona, niente aveva in comune con la solitudine dell'uomo, solo a se stesso, senza Dio, nella propria abissale indigenza, scosso, alle radici del suo essere, dall'angoscia del nulla eterno. Nelle ore più buie, nell'anima dell'Allamano si potenziava alla più incandescente interiorità quell'altra presenza che è pienezza, anche nell'assenza di tutto, degli uomini e del mondo: « Dio solo! Dio solo! Dio solo! ».
Non so se possa essere oggi consentito, alla esperienza storica di noi, cristiani della seconda metà del sec. XX, un assoluto ottimismo. L'inquietante realtà presente di una quasi incapacità costituzionale del-l'uomo -- oggi su scala sociale, di masse e di popoli — a orientarsi sta- bilmente verso il sole di Dio e del Cristo; il disordine, piantato nell'in-timo dello spirito umano e nella sua oggettivazione sociale, ci fanno chinare la fronte. Il mistero del male — può sembrare un'antinomia, ma non lo è -- si confonde con il mistero di Dio.
Ma se c'è un'energia che possa accendere di splendore sul concerto dei mondi, «quest'atomo opaco del male »; una presenza che abbatta e frantumi il muro della solitudine; una luce che trasfonda interiore certezza al cammino delle anime e dei popoli; se c'è una segreta potenza, capace di estendere le frontiere dell'ottimismo oltre, al di là della terra e dei mondi, oltre la vita e oltre la morte, questa potenza è l'amore.
La corrente di calore e di luce che la grande anima dell'Allamano dal suo centro vivo ha sprigionato nel mondo è, per noi, per i fratelli, una rinnovata parola di certezza; fra le ombre, che premono e invadono più dense, un segno e una testimonianza -- una speranza — sul cammino dei figli di Dio.
NOTE
(*) Commemorazione solenne del Servo di Dio Giuseppe Allamano, tenuta a Roma, il 17. febbraio 1963, agli studenti del Collegio Internazionale e componenti della Casa Procura IMC; e a Torino il 20 maggio 1963 alle Comunità riunite della Casa Generalizia IMC, Studio Teologico, Biennio Superiore di Filosofia, Suore Missionarie della Consolata; rappresentanti della Unione Dame Missionarie e della Associazione Amici Miss. Consolata.
- Summa Theol., 2,a 2.ae, 23, 2 c.
- P. Lorenzo Sales, M. d.C., Il Canonico Giuseppe Allamano, 1° ediz., Torino, Ist. Miss. Cons., pag. 19.
- Ibid., pag. 29.
- Ibid., pag. 61.
- Lo spirito del Servo di Dio Giuseppe Allamano, Miss. Consolata, Torino 1948, pag. 72, pens. 357.
- Ibid., pens. 358.
- Ibid., pag. 73, pens. 362.
- Ibid., pens. 361.
- Ibid., pag. 76, pens. 377.
- Ibid., pag. 76, pens. 378.
- Ibid., pag. 77, pens. 381.
- P. Lorenzo Sales, La dottrina spirituale del Servo di Dio Can. Gius. Alla-mano, vol. II, Miss. Cons., Torino 1949, pag. 286.
- Ibid., pag. 235.
- Cfr. ibid., pag. 303-308
- Summa , 2.a, 2.ae, loc. cit.
- I , 13, 4 sgg.
- Ibid.
- Op. cit.. pag. 429.
- L. Sales, M.d.C., Il Can. G. Allamano, ed. cit., pag. 386.
- 1 Joh, 4, 8.
- P. L. Sales, La dottrina spirituale etc., I, pag. 315, 316.
- Le nostre Costituzioni (art. 121) hanno conservato un'eco, in verità assai tenue, dell'aroma di questa preziosa Se è consentito un voto per il futuro, è quello di una più ricca presenza. Si tratta in fondo di un tesoro ereditario che deve farsi nostra vita.
- P. L. Sales, La dottrina spirituale,. I, pag. 320-321.
- Ibid., pag. 323.
- Ibid., pag. 319.
- Ibid., pag. 331.
- Ibid,. Pag
- Lo spirito del Servo di Dio Allamano, pag. 111, pens. 561.
- I Joh, 3, 15.
- Istituto Missioni Consolata, Il Superiore Generale. Lettera Circolare n. 94, Roma, 11 nov. 1962.
- Gli scritti del Servo di Dio Allamano. Vol. 3°. Le Lettere, Ist. Miss. Consolata Torino 1946 pag 17.
- P. L. Sales, La dottrina spirituale, etc. I, pag. 329-30.
- Ibid., pag. 335.