ESPRESSIONI DELL’ALLAMANO
RIFERITE DAI TESTIMONI AL PROCESSO CANONICO
CHE NON SI TROVANO NELLE CONFERENZE O LETTERE

 

INTRODUZIONE

Da uno studio comparato delle testimonianze processuali con le conferenze e le lettere, risultano alcune “nuove” espressioni del Fondatore. Significa che i testimoni riportano delle parole udite dall'Allamano, delle quali essi sono l'unica fonte, perché non c'è il corrispondente nelle conferenze e lettere. Queste espressioni hanno una certa garanzia di autenticità, perché sono riferite sotto giuramento. È interessante ascoltarle per arricchire la nostra conoscenza del pensiero del Fondatore, tenendo presente, però, che esiste un piccolo rischio di soggettivismo, in quanto i testimoni, anche senza volerlo, riferiscono il pensiero del Fondatore, ma come essi lo hanno compreso.

Qui sono riportate solo le espressioni delle quali, dopo attento confronto, non si è trovato traccia nelle conferenze IMC e SMC, o nelle lettere. Tuttavia, non si esclude la possibilità qualche inesattezza. Queste espressioni sono ordinandole secondo le virtù, o argomenti ad esse collegati, in quanto i testimoni deponevano seguendo il questionario preparato appositamente per esaminare l'eroicità delle virtù. Queste testimonianze sono raccolte in quattro volumi dattiloscritti (copia conservata nell'ufficio della Postulazione). Di ogni espressione viene indicato il nome del testimone che la riporta e il numero del volume e della pagina.

Testimoni al processo, le cui deposizioni sono state esaminate, secondo l’ordine di apparizione: mons. Edoardo Bosia; mons. Luigi Coccolo; can. Antonio Bertolo; mons. Emilio Vacha; can. Giuseppe Cappella; p. Tommaso Gays; sr. Giuseppina (Emilia) Tempo; sr. Emerenziana Tealdi; mons. Filippo Perlo; sig. Cesare Scovero; mons. Giuseppe Nepote; sr. Chiara Strapazzon; sig.na Pia Clotilde Allamano; marchese Carlo Gromis di Trana; sr. Eleonora Carpinello; p. Giuseppe Gallea; p. Lorenzo Sales; p. Mario Arese; mons. Nicola Baravalle; don Antonio Borda Bossana; sr. Maria degli Angeli Vassallo; fr. Benedetto Falda; sr. Margherita De Maria; p Gaudenzio Barlassina; don Gabriele Lorenzatti; p Domenico Ferrero.

 

PAROLE DELL'ALLAMANO
DALLE DEPOSIZIONI AL PROCESSO CANONICO

 

AMORE DI DIO

Mi disse: «Dì loro [alle suore che chiedevano una parola del Padre] che desidero che diventino tutte matte…ma…pazze di amor di Dio» (sr. Giuseppina Tempo, I, 454).

Voleva che negli esercizi si predicassero anche sui novissimi, perché diceva: «Se l’amor di Dio non basta vi scuota almeno la considerazione dei novissimi» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 860).

Spiegava così a noi la giaculatoria “Dominare Domine in medio mei”: «Da Lui, che è il nostro cuore, partono tutte le nostre azioni, pensieri, parole, e ritornano tutte a Lui. Nostro Signore è nel cuore. Diriga tutto di lì,e noi pure indirizziamo tutto lì» (P. G. Gallea, III, 121).

Commentava le parole di Paolo “Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus”: «Ora, se è Gesù che pensa, parla, opera e vive in noi, non bisogna fargli fare brutta figura. Bisogna che noi operiamo bene» (P. G. Gallea, III, 123[1]).

Lo sentii esclamare: «Sì, meglio schiacciare questo cuore piuttosto che una sola fibra non vibri di amor di Dio» (P. L. Sales, III, 397).

Soleva dire: «Nella vita di pietà e religiosa, non sono da ammettersi vani timori, sospiri o vani sentimentalismi. Un atto di amor di Dio è quello che trasforma il nostro spirito e ci rende idonei al compimento del nostro dovere e all’attuazione della Missione che la Provvidenza ci affida» (P. G. Barlassina, IV, 405 406).[2]

 

CAFASSO

«Se fosse solo perché è mio zio, non farei tutto questo; ma per la gloria di Dio e dei suoi santi si fa questo ed altro» (sr. Chiara Strapazzon, II, 801 – 802).

Parlando di lui diceva: «Non mangiava per vivere, ma per tenersi vivo» (P. G. Gallea, III, 174).

Indicando il luogo preciso della casa, disse: «È qui che ebbi la sua benedizione» (P. L. Sales, III, 302).

Circa le difficoltà per l’approvazione dei miracoli, ritornando da Roma disse a p. Ferrero: «Io non perdo la pace né la tranquillità per questo. Abbiamo fatto tutto quanto si poteva. Se il Santo non vuol manifestarsi, se non vuole questa gloria in terra, pazienza. Io ho più interesse a salvare anche una sola anima infedele, che a riuscire in un processo di beatificazione. Perché penso che anche Iddio è più contento e ne riceve maggior gloria).[3] A chi gli raccomandava di non stancarsi troppo per il processo, rispose: «Oh! Per i Santi si fa questo ed altro» (p. D. Ferrero , IV, 461).

In occasione di un’accademia in onore del Cafasso, tra l’altro disse: «L’essere erede del suo sangue per me è una umiliazione» (P. D. Ferrero, IV, 494).

 

CAMISASSA

«Senza di me potete fare; senza di lui no”. E continuava: «Se abbiamo fatto qualcosa di buono, è appunto perché eravamo tanto diversi; ma ci siamo promessi di dirci la verità, e l’abbiamo sempre mantenuto; se fossimo stati eguali non avremmo visti i difetti l’uno dell’altro, e avremmo fatto molti sbagli di più» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 483 - 484).

Quando i medici gli dissero che il Camisassa stava meglio, disse: «Potete immaginare come questa notizia mi riempia l’animo di gioia! Che altrimenti potreste preparare una bara sola!”» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 487 – 488).

Quando volevano consolarlo per la morte del Camisassa disse: «”Mi basta il Signore!” [e poi] “Eppure un giorno vedremo che questo era per il meglio”» (Sr. Giuseppina Tempo. I, 488).

Parlando del Camisassa ci diceva: «Senza di me potete fare; senza di lui, no”. E dopo la sua morte disse: “Il Signore ha disposto diversamente. Sia fatta la sua volontà!» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 501).

«Se non avessi avuto al mio fianco il Can. Camisassa, non avrei fatto quello che ho fatto» (Mons. L. Coccolo I, 107).

Disse un giorno: «Se non avessi potuto contare sull’aiuto del Can. Camisassa, non so se mi sarei deciso a fondare l’Istituto» (P. G. Gallea, III, 120).

Quando morì il Camisassa volevano tenergli compagnia, ma egli rispose: «No, no. Mi basta Iddio» (P. L. Sales, III, 444).

Al Camisassa in partenza: «Vada, farà buon viaggio, farà del bene laggiù» (sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 235).

In occasione della morte del Camisassa, soggiunse: «Eppure un giorno vedremo che questo era per il meglio» (sr. Margherita de Maria Vassallo, IV, 343).

Di fronte alla proposta di offrire la vita perché il Signore prolungasse quella tanto preziosa del Camisassa, egli quasi singhiozzando mi rispose: «Voi dovete vivere…ho già offerto la mia…ma sembra che il Signore non l’accetti» (P. D. Ferrero, IV, 497).

 

CARITÀ VERSO IL PROSSINO

Parole ai Convittori, forse dello stesso Cafasso: «Siete Sacerdoti; ricordate di essere sempre Sacerdoti; in Convitto facciamo una famiglia Sacerdotale». Aggiungendo un consiglio: «Mi raccomando di avere tanta carità coi servi. A proposito di questo: i domestici vi porteranno in camera i bauli e materassi; date loro qualche mancia; è un lavoro di più che fanno; siate generosi; ricordatevi che nella vita avrete bisogno di piccoli servizi; la vostra generosità, ben inteso proporzionata, vi renderà facile anche l’adempimento dei doveri del vostro ministero. Ricordatevi, che da noi Sacerdoti quelli che rendono qualche servizio aspettano…» (Mons. E. Vacha, I, 130).

Ad un convittore che lo avvertì di un imbroglione che si faceva passare per aspirante al sacerdozio disse: «Bravo, così si deve fare; fortunatamente non riuscì ad imbrogliarmi. Lei però ha fatto bene ad avvertirmi; così dovremmo sempre fare tutti tra noi sacerdoti; questa è vera carità» (Mons. E. Vacha I, 150).

Soleva dire: «Non crediate, che perché sono neri, li possiate trattare comunque, sono più fini di noi. Quindi vanno trattati con molta finezza» (sr. Emerenziana Tealdi, II, 542 -543[4]).

Soleva dire: «Quando provo un risentimento per chi mi ha offeso, lo reprimo subito, pregando per lui» (Mons. G. Nepote, II, 769).

Mi rispose: «Vedi, per canonizzare guardano tanto questo punto [carità verso gli ammalati]. Nel processo del nostro Venerabile (Cafasso) hanno esaminato bene se aveva carità cogli ammalati. Eh! Sì, bisogna aver cura degli ammalati. Talvolta bisogna curare il corpo per mettere a posto il morale» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 875).

Per non umiliare i beneficati, talora diceva: «Restituirà con comodo»; era inteso che non avrebbero restituito (Can. N. Baravalle, IV, 91).

Al teol. Bossa Bordana che aveva preso un ministero presso l’istituto delle “pentite” disse: «Siete domandati di andare a far del bene all’Istituto SS. Pietro e Paolo. Andate pure, che io ne sono molto contento. Ma perché non dite niente a me, e non mi fate partecipe del bene che compite? Attenti però…perché può esservi qualche pericolo, se non altro, per la vostra reputazione» (Teol. Bossa Bossana, IV, 156).

«Per un missionario non basta amare il prossimo come noi stessi, ma anche di più; e deve amare di più l’anima di quei neri che non la propria vita materiale» (sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 208).

Avendo ricevuto una somma di denaro, soggiungeva: “Vedi, la Divina Provvidenza! C’è appunto una signore che ne ha tanto bisogno…ci sono anche vari Sacerdoti che vengono a celebrare alla Consolata. Ricevono l’offerta è vero, ma non basta per il loro decoro. Quindi, penso anche ad essi. Questi sono i primi poveri…» (P. D. Ferrero, IV, 483).

 

CASTITÀ

Parlando dei pericoli concludeva: «Io mi rifugio nel Sacro Cuore di Gesù, e mi affido completamente a Lui» (P. T. Gays, I, 367[5]).

Dovendogli essere applicato un “cataplasma” e non essendo il domestico, alla suora che si era offerta di fargli quel servizio soggiunse sorridendo: «Va, che sei una donna». Io gli risposi: «E che c’è, per fare quel servizio?» – di rimando disse: «Non sono scrupoloso…delicato sì». Quindi si lasciò che gli facessi tale applicazione (Sr. Giuseppina Tempo, I, 492).

Invitando a leggere la predica sulla modestia del Cafasso, conchiudeva: «Lì è proprio descritta la vita vissuta di un Sacerdote tutto di Dio» (Can. G. Cappella, I, 286).

Parlando del tratto con le donne amava ripetere: «Trattando con queste persone dobbiamo avere una santa selvatichezza» – e diceva: «I sacerdoti nel confessionale, dove si sente venire a contatto di tante miserie, debbono tenersi ben uniti a Nostro Signore per essere i martiri, ma mai le vittime» (Mons. G. Nepote, II, 779).

Essendogli stato riferito che una suora era inclina ad avere affezioni particolari, disse: «Vedi, io ebbi da fare con molte persone, suore, ecc. ma non ho mai provato nulla di particolare per nessuno; solo sentivo un po’ di attrattiva per i bambini» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 896).

«Più ci teniamo riservati, più acquistiamo stima» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 896).

Come diceva lui: «Per conquistare le anime, convincerle, convertirle, ci vuole nella missionaria quel non so che di soprannaturale, che è il riflesso dell’anima pura e casta, dell’anima tutta di Dio» (Sr. Margherita de Maria, IV, 351).

Mi disse: «Per ottenere che i dipendenti facciano ciò che loro diciamo, che osservino il regolamento, bisogna che prima osserviamo noi ciò che chiediamo agli altri. Per esempio, è proibito introdurre donna in camera. In quarant’anni che io sono qui alla Consolata, nessuno può dire che io abbia introdotto una donna in casa mia. Così è proibito andare fuori a pranzo. Io non ci vado mai» (P. D. Ferrero, IV, 486).

 

CERIMONIE

Ben sovente parlando di Funzioni diceva: «Non bisogna credere che il Signore non dia importanza alle sacre Cerimonie, dal momento che le ha messe alla pari con i suoi Comandamenti. Observa praecepta et coeremonias» (Can. G. Cappella, I, 244).

Portando l’esempio dei soldati «Così noi dobbiamo sempre essere ordinati e fervorosi in tutto quanto riguarda il servizio di Dio» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 549).

Diceva ancora «Desidero che la nostra Comunità sia nata fatta per onorare nostro Signore con far bene le sacre cerimonie» (P. L. Sales, III, 379).

Era convinto che «Ove la devozione esteriore non sia alimentata dalla fiamma interiore, non può né mantenersi, né edificare» (P. L. Sales, III, 404).

Siccome un canonico aveva fatto male le cerimonie, si accontentò di commentare: «Ciascuno fa quello che può» (Teol. A. Borda Bossana, IV, 142).

Annetteva importanza alle cerimonie fatte bene dinnanzi agli infedeli e diceva: «Anche da questo dipende la loro conversione» (Sr. Margherita de Maria, IV, 307).

Durante le vacanze a S. Ignazio, tra l’altro diceva: “Se si potesse vorrei lasciare qui tutte le altre scuole ed occupazioni per studiare sempre meglio le sacre cerimonie. Nei palazzi reali c’è il Maestro delle cerimonie, e con che puntualità si eseguono, che importanza si dà alle medesime, per quanto piccole! Quanto più adunque non si deve fare nel servizio di Dio! Mi pare che questo sia il tempo meglio speso”» (P. D. Ferrero, IV, 471).

 

CHIESA (SANTUARIO DELLA CONSOLATA)

Invitava a pronunciare bene il latino degli “Oremus”, perché diceva, «Non vi è solamente il popolo che assiste alla santa Messa, ma vi sono pure persone colte che conoscono il latino» (P. T. Gays, I, 320).

Circa la pulizia del santuario, soleva dire: «Le cose grandi saltano agli occhi; le piccole no. Invece la cura minuta, quotidiana, insistente è quella che dimostra ordine, amore all’altare e rispetto per il decoro della Casa di Dio. Questa è la vera “sollicitudo ecclesiarum”» (Can. G. Cappella, I, 239).

Diceva sempre: «Il parlare forte in Sacrestia dimostra poco rispetto per la Chiesa annessa, e il pubblico ne è poco bene impressionato, e quasi scambia la Sacrestia con la piazza, entrandovi anche col cappello in testa…che se invece, chi sta in Sacrestia si comporta con decoro e con rispetto, invita, col suo contegno, al raccoglimento e prepara alla confidenza molte persone, che a volte vengono nella Sacrestia del Santuario, non solo per portare il loro obolo, ma anche, e più, per un consiglio, o per narrare casi dolorosi di famiglia; così più facilmente se ne vanno edificati e confortati» (Can. G. Cappella, I, 240).

«Bisogna dare importanza a tutto; – soleva dire – nella chiesa se fosse possibile, tutto dovrebbe essere perfetto, perché si tratta del servizio di Dio» (Can. G. Cappella, I, 240).

Diceva spesso: «Come sta male vedere quel correre da una parte o dall’altra a prendere questa o quella cosa, o ricercare il turibolo e la stola, o un cingolo, o un manipolo, che mancano all’ultimo momento! Tutto si prepari per tempo, e chi è incaricato di questo, lasci il resto. Val meglio una funzione ben fatta che dieci confessioni affrettate, perché la funzione edifica tutto il popolo…ma perché la funzione si svolga con ordine e gravità, è necessario anzitutto che sia ben preparata» (Can. G. Cappella, I, 241).

E disse una volta: «Mi fa vergogna vedere quei paramenti alla Consolata: bisognerebbe averne di quelli più degni» (p. G. Gallea, III, 83 – 84).P

Riguardo alle spese per il santuario, il servo di Dio rispose tranquillamente: «e il miracolo verrà». «Se non basta uno, ne spenderemo due [milioni di lire], ed anche di più, purché la Madonna abbia in Torino un Santuario degno di Essa» (p. G. Gallea, III, 111). «Ne metteremo due, tre, purché Torino abbia un Santuario degno della sua Patrona» (P. L. Sales, III, 323).

«Tutto, diceva il Servo di Dio, in chiesa deve essere perfetto» (Can. N. Baravalle, IV, 47).

A chi gli faceva osservare che per tale grandiosità occorreva la spesa almeno di un milione, egli rispondeva: «se anche ne occorressero cinquanta, non indietreggiamo, trattandosi della causa di Dio e dell’onore di Maria» (Teol. A. Borda Bossana, IV, 141).

Siccome si consumava molto vino nelle Messe, qualcuno consigliò di renderlo meno dolce. Il Servo di Dio intervenne e disse: «No, dobbiamo lasciare la massima libertà al celebrante, perché in questo non siamo giudici noi, ma solamente Iddio» (Teol. A. Borda Bossana, IV, 143).

 

CONSIGLIO (DONO DEL)

Al can. Paleari che gli esponeva un caso, il Servo di Dio con poche parole gliene diede la soluzione dicendogli: «Faccia a questo modo e non tema» (Can. A. Bertolo, I, 122).

All’inizio di gennaio 1926, a mons. E. Vacha che era andato a trovarlo, disse: «Lavori volentieri; lei preghi e Dio farà il resto. Ognuno deve far fruttificare i talenti che ha ricevuto. Veda, io mi trovo qui da tanti anni; ho cercato di fare quanto ho potuto. Diamo gloria a Dio per quello che ha fatto per noi. Veda, il Signore mi ha dato anche tra gli altri, il dono del Consiglio. Ho cercato sempre di non demeritarne» (Mons. E. Vacha, I, 148).

A mons. E. Vacha diceva: «Veda, il Signore mi ha dato il dono del consiglio ed io ho cercato di non demeritarne; è anche un dovere corrispondere ai doni del Signore”» (Mons. E. Vacha, I, 155).

Perché non si credesse che fosse duro di cuore quando dava consigli duri, diceva: «Ah! miei cari! Certo è più comodo sollecitare l’amor proprio, e fare buon viso a tutti. Ma come dice lo Spirito Santo? – noli fieri iudex si non vales irrompere in iniquitatem» (Can. G. Cappella, I, 274).

 

DELICATEZZA

Al nuovo parroco di S. Donato, che era il sacerdote E. Vacha, disse: «Venga Signor Prevosto, la sua nomina a S. Donato (l’Immacolata Concezione) per me non è nuova. Io lo sapevo da oltre un mese che lei sarebbe stato il futuro successore del buon Mons. Filippo Griva. Il Cardinal Arcivescovo nel preparare le destinazioni con me dei futuri Viceparroci, al nome della parrocchia dell’Immacolata, per sua bontà e tratto di confidenza grande mi disse: - Siamo in faccia a S. Donato, bisogna che pensi anche alla futura successione. Il buon Mons. Griva è ammalato grave, è vecchio, il Signore ce lo conservi pure questo modello di Sacerdote. Ma bisogna pensare che è vecchio e ammalato, ed io ho bisogno di provvedere per il suo successore» Dopo avergli detto che il Cardinale gli aveva fatto il suo nome, continuò: «Se ha bisogno di qualche aiuto per le prime spese, venga pure, che non lo lascerò negli imbrogli» (Mons. E. Vacha, I, 143).

Incontrando mons. Vacha così parlò: «L’avverto che ho ricevuto la donazione dei suoi beni fattami da Mons. Ermanno Montanini a favore delle Missioni della Consolata. Monsignore era illustre parrocchiano dell’Immacolata Concezione, e Lei Sig. Curato non l’avrà mica male; penso che ha pure molto bisogno di mezzi, essendo in principio della sua cura parrocchiale». Mons. E. Vach, che lo aveva tranquillizzato, concluse: «Allora il Venerato Fondatore delle Missioni mi rispose che le mie parole gli erano di grande sollievo e conforto» (Mons. E. Vacha, I, 146).

Parlando casualmente dei frati mi disse: «Pensa che penitenza fanno quei frati! Dormono sempre senza guanciale!” [siccome Sr. Emerenziana faceva lo stesso per scaldarsi le ginocchia, l’Allamano diede ordine di spostare la cucina in luogo più sano]» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 561).

«Non partirai per le Missioni, fino a che non avrai usato a me la assistenza che usasti al Vice Rettore» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 561).

Non essendo andata con le altre alla passeggiata a Superga, mi disse: «Tu non sei andata, provvederò io». Così la mandava ogni domenica fino al cimitero per farla muovere (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 564).

 

EUCARISTIA

«Ah! la Comunione è una gran cosa, ma quale sacrificio per me, non poter celebrare la Messa!» (Can. G. Cappella I, 295).

«Durante l’ultima malattia mi diceva: «Prega perché possa celebrare la santa Messa fino all’ultimo». E al dott. Battistini: «Professore si ricordi che lei ha già sulla coscienza tre Messe da me non celebrate». Ed alla suora che gli diceva che però aveva fatto la Comunione:«Sì, è vero; ma tu non sai che cos’è celebrare una Messa!» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 430).

Dopo la morte di un sacerdote dell’Istituto e tre ordinazioni nuove diceva: «Come è buono il Signore; ci ha tolto una Messa, e ce ne ha procurato tre!» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 430 – 431).

Aperta la Casa Madre diceva: «Abbiamo un tabernacolo di più». E venduta la casa di Duca di Genova: «Abbiamo un tabernacolo di meno» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 431).

Desiderando celebrare le tre Messe a Natale, negli ultimi anni di vita, diceva al domestico: «Tentiamo, e vediamo se le forze mi sorreggeranno» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 435).

Siccome non aveva fatto la Comunione per una pena, mi disse: «Vai a fare la Comunione per obbedienza» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 452).

«Il sabato 30 Gennaio 1926 […] mi sentii dire: «Prega il Signore perché mi conceda la grazia di poter celebrare la Messa sino alla fine dei miei giorni» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 505).

Dopo la celebrazione disse a me tutto lieto e soddisfatto: «Presso la S. Sindone si respira davvero un’aria di Cielo!» (Mons. E. Bosia, I, 79).

Se era obbligato a tenere il letto, diceva: «Il Signore lo sa come starei volentieri al suo cospetto, e come mi sarebbe caro passare delle ore là sul coretto, inginocchiato ad adorarlo…è per me un vero sacrificio, una mortificazione il privarmi di queste visite» (Can. G. Cappella, I, 245).

Durante l’ultima malattia, gli dicevo che aveva fatto solo la Comunione; rispose: «Sì, ho fatto la S. Comunione, ed è già una bella grazia». Tacque un po’, poi riprese: «dirò poi la Messa eterna» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 587).

«Siete fortunate di essere sacrestane: dovete fare come le farfalle che si aggirano attorno alla lampada e finiscono col bruciarsi le ali. Così dovete fare voi girando attorno a Nostro Signore; dovete accendervi e bruciare d’amore per lui» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 798).[6]

All’apertura di una nuova missione esclamava: «Un tabernacolo di più – Sapete che cosa vuol dire un tabernacolo di più?» (sr. Chiara, II, 834).

Suggeriva di chiedere al Signore di fare il paradiso in terra finché fosse rimasto nell’Eucaristia, dicendo: «Gli Angeli fanno corteggio a Nostro Signore nel Tabernacolo, e se ci stanno gli Angeli, possiamo starci anche noi» (P. G. Gallea, III, 89).

Circa i tabernacoli nelle missioni, esclamava con trasporto: «Oh! Potessimo moltiplicarli all’infinito» (P. L. Sales, III, 381).

Nei coretti qualcuno lo sentiva dire: «Oh Gesù! Oh Gesù!» (Teol. A. Borda Bossana, IV, 143).

Ripeteva: «Ah! Il valore di una Santa Messa!» (Sr. Margherita de Maria, IV, 310).

Non potendo celebrare nella malattia: «Sono sacrifici questi tanto grandi, che non ho mai compiuti in vita mia». «Se comprendeste che cosa significa una santa Messa in più!...». E alludendo al sacerdote che aveva celebrato, diceva: «Stamattina lui ha fatto pranzo…ed a me diede solo la colazione…» (Sr. Margherita de Maria, IV, 311).

Commentando l’abitudine di stare in fondo alla chiesa: «Pare che abbiano paura di avvicinarsi a Gesù» (P. D. Ferrero, IV, 472).

 

FAMIGLIA E L’EDUCAZIONE RICEVUTA (distacco dai parenti)

Soleva dire: «Quella santa donna di mia madre» (P. T. Gays, I, 312).[7]

Circa il distacco dalla sua famiglia ci diceva: «Sono stato a trovare mio cognato…mi fermai poche ore; alle due ero ancora a Torino, alle sette avevo già finito il viaggio. Da ben quindici anni non ero più stato a Castelnuovo» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 851).

Parlando del distacco dai parenti, ripeteva «il detto scritturale: «Si mei non fuerint dominati, tunc immaculatus ero» (Can. N. Baravalle, IV, 87).

 

FEDE

Avendogli manifestato qualche difficoltà, egli mi disse: «Viva di eternità» (Can. A. Bertolo, I, 114).

Guardando il giardino a Rivoli disse: «Vedi questi fiori come vanno diritti al sole? E tu, vai diritta e ti elevi verso Dio?» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 548).

«Metti più fede ed otterrai tutto”» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 550).

«Quando possedete la verità – soggiungeva – tutte, o quasi tutte le obiezioni sfumeranno da per se stesse. Perciò non avete bisogno di fare obiezioni nella scuola. Studiate bene quello che vi si spiega, e le difficoltà col tempo scompariranno da sé» (P. G. Gallea, III, 78).[8]

Diceva: «Sapete perché si dicono tanti spropositi? Perché non si ha fede viva. Quando si ha la fede viva, si assurge subito a Nostro Signore, e lì si trovano tutte le spiegazioni» (p. L. Sales, III, 363).

Non voleva che gli alunni se la prendessero contro nessuno, perché, diceva: «Questo è un ragionare all’umana. Un solo peccato veniale riveste maggior gravità agli occhi di Dio che non tutti questi disastri umani» (P. L. Sales, III, 363).

Una delle sue raccomandazioni, quando iniziai a fare scuola, fu che non tenessi mai una lezione senza far entrare un pensiero spirituale. Insegnava a spiritualizzare anche i classici: «Se Orazio dice così, che cosa avrebbe detto se fosse stato cristiano?» (P. L. Sales, III, 364).

Diceva: «Mi fa male il pensiero anche di una sola grazia non corrisposta». Circa l’Amen diceva: «È una parola assertiva e ottativa, quindi un atto di fede e di amore di Dio» (P. L. Sales, III, 367).

Avendo trovato un lavoro ad un giovane che gli diceva che i Valdesi gli offrivano denaro perché diventasse valdese, soggiungeva: «Veramente costui me l’ha già fatta altre volte; ma è meglio essere sfruttati qualche volta, piuttosto che correre il pericolo di lasciar perdere la fede ad un’anima» (P. L. Sales, III, 372).

Ricordando la novena di Pentecoste in seminario, esclamava: “Ah! quella cappella! Quel Veni Sancte Spiritus”» (P. L. Sales, III, 376).

«Lo si sentiva dire spesso: “Lavoriamo per il Cielo… lavoriamo per il Cielo”» (Cd. B. Falda, IV, 255).

Parlando di dare la vita per la fede: «Il martirio – diceva - sarebbe stato il più grande regalo di Dio alla Comunità, all’individuo, una grande prova del suo amore, e per l’anima una grazia tanto grande, che occorreva una eternità per ringraziare il Signore» (Sr. Margherita de Maria, IV, 301).

 

FERVORE (SANTITÀ)

Quando dirigeva gli esercizi a S. Ignazio li voleva pure fare, perché diceva: «Non voglio solo essere cascata, ma anche conca per ricevere la grazia del santo Ritiro» (Can. G. Cappella, I, 199).[9]

Diceva sovente: «Bisogna elevarsi più in alto» tenendo sempre presente la massima del Cafasso: «Là dove il Signore ne guadagna di più, là dobbiamo tendere» (Can. G. Cappella, I. 237).

Soleva dire frequentemente: «Sulla terra tutto è fugace; si incontrano sempre difficoltà e opposizioni; ma quando saremo in Cielo avremo il premio di tutte le nostre azioni» (Can. G. Cappella, I, 257).

Ai primi di febbraio 1926, a noi diceva: «Nell’altra malattia vi siete preoccupati di farmi ricevere i Santi Sacramenti, mentre io mi sentivo perfettamente tranquillo; in questa invece, sono io che mi preoccupo di ricevere i conforti religiosi, perché mi sento che mi avvio al termine» (can. G. Cappella, I, 294). «Così – diceva – dopo morte ci troveremo tutti insieme» (Can. G. Cappella, I, 295).

Verso la fine della vita, mi confidava: «Vedi, il SS. Sacramento, la Madonna e la castità sono stati sempre i miei amori» (Mons. G. Nepote, II, 701).

Quando qualcuno lo voleva consolare, rispondeva: «Mi basta Iddio» (Mons. G. Nepote, II, 763).

Faceva sue le parole di S. Francesco di Sales: «Se mi accorgessi che una fibra sola del mio cuore non fosse per Dio, la svellerei subito, con viva forza». Diceva: «Si è mai sicuri, perché: habemus vasum istud in vasis fictilibus». «Vedete, questa mattina nella meditazione ho trovato un pensiero così bello che ho voluto scriverlo, per averlo tutto il giorno con me»» (Mons. G. Nepote, II, 764).

Parlandoci del Suddiaconato diceva: «Per me non saprei dirvi come sia andata la cosa, perché ero come fuori di me per la commozione» (P. L. Sales, III, 312).

Parlandoci del Suddiaconato diceva: «Per me non saprei dirvi come sia andata la cosa, perché ero come fuori di me per la commozione» (P. L. Sales, III, 312).

Affermava di sé che voleva farsi santo senza strepito, e diceva: «Il miracolo che potete e dovete fare, è fare con perfezione ogni minima azione» (P. L. Sales, III, 363).

Circa la decisione, non guardava in faccia a nessuno: «Costi quel che vuole, lo faccio» (P. L. Sales, III, 438).

Quando Benedetto XV domandò al Card. Cagliero se avesse conosciuto prima l’Allamano, il Cardinale rispose: “Andavamo a mangiare i fichi…”. Il Fondatore, riferendo il fatto, sorridendo diceva: «Ma io questo non l’ho mai fatto…» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IC, 171).[10]

Riferendosi alle celebrazioni dei misteri cristiani: «Sono queste le nostre feste e le nostre soddisfazioni» (Sr. Margherita de Maria, IV, 306).[11]

Circa la domenica, deplorava l’uso che iniziava a serpeggiare di partecipare alla Messa la mattina e poi andare a divertirsi. «Questo non è santificare le feste – diceva – ma bisogna pure portarsi alla chiesa per l’istruzione domenicale, e per le funzioni pomeridiane…» (Sr. Margherita de Maria, IV, 314).

Diceva: «Io sento tanto, anche le piccole cose, anche le minuzie, specialmente quando si tratta di ingratitudini; non posso fare a meno di sentirle e provarne dolore. Ma poi mi vinco. E quando si tratta del dovere, penso che nel soffrire ‘propter justitiam’ sia la mia santificazione…E lo faccio» (P. D. Ferrero, IV, 487).

l venerdì sera, a S. Ignazio, alla suora gli fece chiedere se voleva la frutta fece rispondere: «Dì che mi portano quello che portano agli altri» (P. D. Ferrero, IV, 488).

Quando non si faceva a tempo a portargli il seggiolone, si prendeva una sedia comune, dicendo: “Si sta bene lo stesso. Quando saremo in Paradiso avremo un bel seggiolone, ma qui si sta bene così» (P. D. Ferrero, IV, 488).

 

FIDUCIA NELLA PROVVIDENZA E CONFIDENZA

Al domestico quando gli faceva gli auguri di Natale, onomastico, per incoraggiarlo diceva: «Andiamo avanti in Domino; confidiamo nel Signore; la Provvidenza non mancherà di assisterci» (Sig. C. Scovero, II, 685)

Dopo avere dato una somma al domestico per suo fratello, disse: «Nessuno sa cosa ti ho dato; stai tranquillo» (Sig. C. Scovero, II, 688).

«La Provvidenza non è mai mancata. Vi fu un solo momento assai critico; allora incominciai a spogliarmi io [diede tutto il suo patrimonio] e poi la Provvidenza venne, e continuò» (Mons. G. Nepote, II, 738).[12]

Mandando in missione soggetti importanti per la casa madre, diceva: «Il Signore vede il nostro sacrificio e ci aiuterà» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 855).

Per far vedere che aveva fiducia nella grazia dell’ufficio, «Fra di voi, disse una volta, potrei trovare anche una ventina di Superiore (noi allora eravamo appena cinquanta)» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 855).

Ricordando la frase di S. Ignazio, soggiungeva: «Io non credo che Sant. Ignazio avesse bisogno di un quarto d’ora…cinque minuti gli sarebbero bastati» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 856).[13]

Nei casi più rilevanti mi diceva: «Va a casa, preghiamo, e poi vedremo quello che ci ispirerà il Signore» (P. G. Gallea, III, 74).

Diceva: «Il far rumore, l’andare avanti a suon di tamburo, non va per le opere di Dio; non siamo noi che provvediamo i mezzi; è la Divina Provvidenza che ce li manda, ed essa non ha bisogno della nostra reclame”» (P. G. Gallea, III, 110).[14]

«Vorrei proprio che l’Istituto in genere, e ciascuno in particolare, avesse sempre questa grande fiducia in Dio» (P. L. Sales, III, 396).

«La confidenza in Dio fortifica il nostro spirito, tempra la nostra coscienza, e ci rende idonei nell’esercizio delle virtù» (P. G. Barlassina, IV, 405).

«Facciamo per parte nostra tutto quello che possiamo, e il Signore farà il resto» (Don G. Lorenzatti, IV, 439).[15]

Ad una persona che gli chiedeva come facesse mantenere tante persone, egli rispose: «Non sono io che metto loro il pane in bocca. È il Signore che lo provvede. Là c’è tutta brava gente, perché io non dico:dacci oggi il nostro pane quotidiano, per quelli che sono indegni della vocazione e della grazia di essere nell’Istituto. Se ce ne fossero di costoro che rubano il pane agli altri, verrebbe un giorno che mancherebbe affatto ed essi dovrebbero uscire» (P. D. Ferrero, IV, 468).[16]

«Abbiamo dovuto pensare a provvedere mezzi di sussistenza per l’Istituto delle Missioni, ci diceva, - Però non vi date mai pensiero dei mezzi materiali e del denaro. Purché vi manteniate fedeli ai vostri voti e conserviate il buon spirito, nulla vi mancherà mai. Io non ho mai cercato il denaro, e il denaro mi corse sempre appresso, senza mai domandarlo a nessuno, mentre che saprei da chi andare a chiederlo, sicuro che me lo danno. Se una cosa è necessaria, l’avremo; il Signore deve mandarcela» (P. D. Ferrero, IV, 478).

 

FORMATORE: ACCETTAZIONE E CURA DEI MISSIONARI

Mi disse: «Preghiamo entrambi, onde si manifesti la volontà di Dio. Fra una settimana torni a prendere la risposta» (P. T. Gays, I, 339).

Riguardo a Barlassina disse: «Non è un genio, pure quanto bene ha operato! Ha ottenuto l’impossibile riguardo alle difficoltà per la penetrazione e lo stabilirsi nel Kaffa”» (Can. G. Cappella, I, 197).

Ad un novizio che aveva dimesso disse: «Senti, se mi prometti di non portarmi disturbo nell’Istituto, ti permetto di rimanere fino a che tu abbia ultimato i tuoi studi» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 560).

A P. Nepote nominato maestro dei novizi diede gli stessi ricordi che lui aveva ricevuto dall’arcivescovo quando fu mandato in seminario: «”Procura di dire a tutti ogni giorno una buona parola – Raccomanda ogni giorno ogni tuo soggetto al suo - Angelo Custode. - Prega ogni giorno per ciascuno e per tutti i tuoi soggetti» (Mons. G. Nepote, II, 706).

A tutte le raccomandazioni per i militari aggiungeva: «Se poi avrai bisogno di qualche cosa, scrivimelo liberamente» (Mons. G. Nepote, II, 742).

Quando quel sacerdote missionario che lasciò il sacerdozio si eclissò, esclamò: «Ora non posso più far nulla: prego per lui» (Mons. G. Nepote, II, 742).

Diceva le cose chiaramente, anche ai sacerdoti diocesani, commentando: «Necessitas mihi incumbit. Vae mihi se non…» (Mons. G. Nepote, II, 778).

Ad un missionario che aveva lasciato il sacerdozio, «Guardi, -  diceva – che firmando questa dichiarazione, firma una grave accusa per il giorno del giudizio! Ad ogni modo ricordati che qui hai sempre un padre pronto a riceverti» (P. G. Gallea, III, 133).

Incoraggiò p. Gallea, nominato assistente mentre era ancora chierico, dicendogli: «Fa pure tranquillamente. Ora la grazia dell’assistente l’hai tu» (P.G. Gallea, III, 75).

Seguiva il metodo educativo di Don Bosco, perché diceva: «È meglio impedire gli inconvenienti che essere obbligati a rimediarvi dopo». «Cercavo – diceva – di riportare tutto al Rettore, che era il vero ed unico rappresentante di Dio in Seminario dopo l’Arcivescovo!» (P. G. Gallea, III, 132).

Disse egli stesso: «Il tempo maggiore debbo darlo al Convitto, e al Santuario, e quello che mi rimane resta per voi» (P. G. Gallea, III, 147).

Raccontando che un seminarista mandato via dall’Istituto è tornato piangendo con il padre per farsi riaccettare: «Sentivo come il cuore a pezzi, diceva il Servo di Dio, ma non cedetti, perché non dovevo cedere» (P. L. Sales, III, 440).

Quando il direttore di casa madre ha suggerito di inginocchiarsi per baciargli la mano, egli rifiutò «perché – diceva – io temo che aumentando i segni esterni di rispetto, diminuiscano quelli di confidenza. Io preferisco che mi continuiate la vostra confidenza a tutti questi segni esterni» (P. D. Ferrero, IV, 486).

 

FORMATORE: IN PARTICOLARE, CURA DEI FRATELLI COADIUTORI

«Soleva dire: “Che un Missionario mi scriva sono contento; che anche mi scriva una Suora ne godo; ma se mi scrive un coadiutore, mi reca ancora maggior piacere» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 422).

Aveva verso di loro un trattamento paterno «”Poveretti – diceva – hanno minori soddisfazioni degli altri, e maggiori fatiche! Bisogna adunque trattarli con molto riguardo…”» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 474).

A Benedetto Falda che piangeva alla partenza del fratello Luigi disse: «Adesso piangi, ma fra non molto tempo, anche tu partirai per le Missioni» (Can. G. Cappella, I, 213).

 

FOROMATORE: ACCETTAZIONE E CURA DELLE MISSIONARIE

Al primo incontro, mi chiese subito: «Ebbene, vuoi farti santa?”». E dopo avermi accettata mi disse: «È davvero una bella grazia che ti ha fatto la santa Madonna! Vai a ringraziarla». E riguardo al corredo: «Stai tranquilla, la Provvidenza ci penserà». E dopo che la suore gli ha chiesto scusa per averlo disturbato durante il coro, soggiunse: «Oh! Non fa niente, non fa niente! Siamo qui per questo» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 383).

Circa l’accettazione di vocazioni non piemontesi per le suore, ci diceva: «Temevo che la diversità di carattere fra le settentrionali e meridionali fosse un ostacolo alla convivenza, massime in Missione. Invece siete così di tutte le parti» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 407).

Parlando del suo testamento, mi aveva detto: «Questo è il mio testamento, se vuoi leggilo pure». Una volta additandomi un pacco mi disse: «Qui vi sono le doti delle Suore; l’ho lasciato scritto nel mio testamento, volendo che alla mia morte venga consegnato il pacco intatto alla Superiora» (sr. Giuseppina Tempo, I, 412). Parlando dell’impiego degli interessi delle doti, mi aveva risposto: «Li ho impiegati a pagare la vostra casa» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 413).

Mi disse: «Ti dico queste cose non perché tu ti disanimi, ma perché tu prenda coraggio e dica a te stessa: Dio solo! Dio solo! – Lo dici mai: Dio Solo? – Guarda, ripeti tre volte: Dio solo…e basta» [e dopo aver sentito risposta affermativa] «Ecco, mi disse, questo è quello che desidero io: che ti produca questo effetto» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 419).

«Fai come ti scrissi e stai tranquilla» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 423).

Prima di aprire la corrispondenza dall’Africa la offriva al Signore dicendo: «Vi saranno gioie o dolori?» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 526).

«Preferisco dodici suore di buon spirito a cinquanta di spirito mediocre» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 542).

Incoraggiò così sr. Emerenziana che gli manifestava una pena: «Hai fatto bene! Se potessi interrogherei tutti ogni settimana per conoscere bene l’andamento della comunità» (Sr. Emerenziana, II, 542).

Incontrandomi per strada mi salutava scoprendosi il capo. Interrogato, diede la spiegazione dicendomi: «Sai perché io ti saluto in quella maniera quando ti incontro? Perché penso che domani potresti essere una martire della Fede» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 547).

Per confortare Sr. Emerenziana disse: «Tu, da sola non sei capace, ma tu con Gesù ci riuscirai» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 557).[17]

Mi disse: «Vedi, dopo qualche giorno che voi siete entrate nell’Istituto, io vi considero come mie figliole. Epperciò , soffro immensamente quando sono obbligato a dimetterne qualcuna dall’Istituto stesso» E mentre così parlava, vidi che gli spuntavano negli occhi le lacrime (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 560).

A Sr. Emerenziana che gli diceva che anche volendosi fare santi si cade, disse: «Ricordati che se vuoi, puoi». Continuò: «E se non lo farai, al giorno del giudizio verrò anch’io ad accusarti» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 572).

Chiese a Sr. Emerenziana: «E tu, chi hai assieme a lavorare?». Sentito chi era, disse: «Guarda di non allevarla bambina» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 572 – 573).

Mi disse: «Ritornando a Torino, licenzierò Suor Concetta, la quale tratta duramente le Suore, perché non si dica che diventando vecchio, sono diventato debole» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 574).

Quando Sr. Emerenziana si accusava di qualche mancanza, la incoraggiava e diceva: «Pur con questo ti potrai ancora fare santa!» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 580).

Dando una scatola di cioccolatini disse: «prendili, prendili, ti fai delle amiche» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 582).

Siccome Sr. Emerenziana si lamentava che il Fondatore non diceva nulla circa il cibo, se gli piaceva, se era sufficiente (durante la malattia), rispose: «Non posso darti buon esempio in altro… non vuoi che te lo dia almeno in questo?» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 586).

Il confessore chiedeva a Sr. Emerenziana che cosa gli aveva detto il Signore. Il Fondatore, al  quale si era confidata, rispose: «Digli che ti lasci in pace» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 591).

Usava il metodo preventivo, «perché – diceva – è meglio prevenire che riprendere» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 812).

A sr. Chiara che domandava se in vacanza si devono continuare le mortificazioni in uso presso la comunità, rispose: «No, in tempo di campagna lasciate stare». Così pure, se convenisse desistere quando, in refettorio, si leggevano fatti ripugnanti (santi che curano le piaghe puzzolenti), rispose: “Fa pure continuare, così si umiliano e si abituano a sopportare la schifezza che può fare e fa del bene» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 812 – 813).

Una signore offrì ad una superiora una catena d’oro a condizione che la portasse lei. Rispose: «Restituite pure la catena che vi è stata offerta» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 813).

Avendogli detto che due giovani del “Rifugio” volevano entrare, rispose: «No, no, del Rifugio non ne voglio più, ricordati. Sì, scrivilo pure che non lo voglio più» [alcune non fecero buona prova] (Sr. Chiara Strapazzon, II, 813).

Consigliò sr Chiara come trattare una suora: «Adesso correggila pure…non lasciargliene passare nessuna; ma…non schiacciarla. Falle sempre conoscere quando sbaglia…Così pure non stancarti mai, batti per la semplicità, e se dimostrano durezza, fa subito vedere che sono superbe…» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 813).

Alla domanda se lasciare ballare le suore, rispose: «Già, quello non va bene. Fai bene ad essere contraria. Io non ho mai approvato ciò nemmeno negli educandati. Lì c’è della mollezza, e non va bene. Dì che ti sei consigliata, e che non si faccia. Dillo anche alle suore, se lo fanno; non è mia intenzione. Saltate, giocate, ma basta» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 813 – 814).

Una postulante aveva nostalgia e voleva tornare a casa. Il Fondatore venne e le disse: «Dunque vuoi proprio andare?» E quella rispese di sì. «Ah! bambina che sei! - le disse il Padre – Tua mamma non la potrai sempre avere con te. Te ne pentirai!» Quando la giovane, pentita, scrisse che voleva tornare, il Fondatore commentò: «Non voglio minestre riscaldate» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 814).

A Sr. Chiara, maestra delle novizie, che voleva dirgli tutto, disse:«”No, tu devi essere disposta a dirmi tutto, ma qualche cosetta che non implica né la comunità, né la vocazione delle consorelle, devi tenerla per te; e le Suore debbono sapere che tu sai mantenere il segreto, altrimenti non avrebbero più confidenza» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 815).

A Sr. Emilia che scriveva a Sr. Chiara, disse: «”Sì, scrivi, falle i miei auguri e dille di curarsi come siamo stati intesi. Anzi, domandale se ha bisogno di denari, e dille che ce lo mandi a dire. Dille che non abbia paura di spendere, e quantunque la roba sia cara, prenda ugualmente quanto di cui abbisogna, come uova, ecc.» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 819).

Non permetteva che si andasse in famiglia prima di partire, ma lo permetteva quando si tornava «perché – diceva – allora avete un altro scopo». Diceva anche: «Non è mia intenzione che andiate a casa prima di partire, eccetto in caso di qualche ragionevole motivo: ricordatelo!...Ma…» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 821).[18]

Mi disse: «In America c’è un milione per voi, che, da qualche anno va capitalizzando gli interessi. Il Vice Rettore ed io lo abbiamo affidato al Card. Bonzano quando andò in America perché lo impiegasse bene lassù, e lo custodisse per voi, qualora ne aveste bisogno. Questo nessuno lo sa, e lo dico a te in confidenza» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 825).

Diceva: «Di là, dai missionari, non voglio che andiate: andate solamente nell’appartamento dei Superiori una volta la settimana per la pulizia, ed in caso di malattia» [mons. Perlo faceva il contrario] (Sr. Chiara Strapazzon, II, 826).[19]

Per indicare il suo amore per i suoi figli e figlie, diceva: «Il sangue di un padre non è acqua» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 873).

Quasi alla vigilia della morte, alla suora che scriveva a S. Chiara in Sicilia disse: «Non dirle che non sto bene, perché le farebbe troppo pena. Domandale piuttosto se ha bisogno di denaro» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 873).

Invitate le suore ad una festa dei Circoli giovanili: «No, no, rispose, quando ci sono queste feste rumorose le Suore stanno molto bene a casa» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 881).

Non voleva doppiezze e diceva: «Non va bene. È un difetto delle comunità. Voglio in comunità spirito lindo netto e chiaro.; il vostro parlare sia come dice il Vangelo: Sì, sì, no, no;…la spia non la voglio; non ho mai interrogato uno per sapere di un altro!» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 882).

Alle suore che avevano chiesto di fare una passeggiata con i missionari, perché non conoscevano la strada, egli rispose subito: «No. Coi missionari non voglio assolutamente che si vada. Andate da voi sole…fate passeggiate brevi per non stancarvi troppo…bisogna tener fermo…». Le suore avevano chiesto di assistere ad un’accademia dei missionari. Rispose subito: «No. Scrivi che è mia intenzione: che non si partecipi: alle funzioni di chiesa, sì; al resto, no» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 882).

Sr. Chiara proponeva di far comparire davanti a lui due suore che avevano bisticciato, per chiarificarsi. Rispose: “Questo non lo farò mai, ricordati; non è il mio sistema”» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 882).

Disse: «Il bene, purché si faccia, lo faccia Tizio o Caio, non importa» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 883).

Indovinava riguardo le aspiranti, quando diceva: «questa riuscirà,…quell’altra no…». «È meglio che prima prenda la laurea; e stia tranquilla che tutto andrà bene» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 908 – 909).

Ad una suora ammalata disse: «Ben, sta tranquilla…ti benedico…devi guarire senza operazione. Andrai in Africa, lavorerai molti anni, e farai molto bene»[tutto si avverò] (Sr. Chiara Strapazzon, II, 913).

Ed egli avendo notato nella mia voce un po’ di commozione [per aver dovuto licenziare una postulante ], mi disse: «Adesso va in chiesa a recitare il Te Deum. Poiché prima bisogna badare all’interesse dell’Istituto, e poi a quello dei singoli» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 183).

Non voleva che andassero in missione coi voti perpetui. E diceva: «Non voglio che siate forzate a rimanere in missione prima che abbiate provato» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 183).

Non sopportava la mediocrità: «O scuotersi, o andare fuori» (Sr. Margherita de Maria, IV, 290).

 

FORMATORE DI SEMINARISTI E SACERDOTI DIOCESANI (CONVITTORI)

Vedendo un convittore scivolare sulla ringhiera della scala non lo rimproverò «e diceva: «State tranquilli che non lo farà più un’altra volta» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 398).

Parlando del metodo del silenzio assoluto instaurato dai Gesuiti a S. Ignazio durante gli esercizi diceva: «Questi Sacerdoti si vedono di rado, hanno bisogno di scambiarsi impressioni sull’esercizio del proprio ministero, quindi per loro questo metodo e alquanto gravoso» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 399).

Circa un sacerdote di cui aveva dovuto lagnarsi, «Che pena! – diceva il Servo di Dio – E pensare che ha ricevuto tante grazie. Quanto danno hanno potuto avere le anime a lui affidate!». E continuava: «Fortuna che la Madonna l’ha condotto qui!», concludendo: «Mi ha promesso che si metteva a posto: È una gran bella grazia della Madonna» (Sr. Giuseppina, Tempo I, 425).

Soleva affermare: «Meglio non lasciarla piegare la pianta, che dover poi studiare di raddrizzarla, perché tale operazione lascia sempre un reliquato, cioè i segni della deviazione e del taglio operato» (Can. G. Cappella, I, 193).

Se doveva riprendere, soleva dire: «Là! Ora mettiamo una pietra su tutto…Si metta d’impegno, e procuri di essere un buon sacerdote…”» (Can. G. Cappella, I, 194).

Diceva: «Se potessimo a certi individui raschiare il carattere, tutto sarebbe finito. Ma giacché non si può, cerchiamo di richiamarli al bene nel miglior modo possibile…è proprio il caso di risuscitare gratiam quam acceperunt per impositionem manus presbyterii…Bisogna cercar di ravvivare la fiamma sepolta forse sotto la cenere…quel tizzone fumigante…ridar vita a quel lumicino che sta per spegnersi se non lo si ravviva in tempo» (Can. G. Cappella, I, 195).[20]

Quando riceveva qualcuno, lo faceva sedere e gli diceva: «Quale buon vento? Che cosa desidera? – oppure: come va la salute? Il Convitto le piace? Si trova bene all’ombra della casa della Consolata?» (Can, G. Cappella, I, 195).

Diceva sovente: «Pietas ad omina utilis est» (Can. G. Cappella, I, 197).[21]

Diceva sovente a noi dell’Istituto: «Prima debbo curare il Convitto, poi…Voi; ma trovo tempo e cuore per tutti due» (Mons. G. Nepote, II, 725).[22]

Per gli esercizi spirituali a S. Ignazio curava l’ordine della casa e «aggiungeva: «Se tutto è in ordine, tutto procede bene; se invece chi entra in camera, e vede che non è pulito, o che vi manca qualche cosa, ne riporta sfavorevole impressione, che può essere dannosa, anche per il buon esito degli Esercizi», (Mons. G. Nepote, II, 734– 735).

Incoraggiava i sacerdoti ad accettare la destinazione e aggiungeva: «Se poi si troverà male, venga pure da me» (Mons. G. Nepote, II, 761).

Riguardo ad un sacerdote poco esemplare, disse: «Hai ragione, ma è l’Arcivescovo che sovente me ne manda di questi, me li raccomanda, perché sa che alla Consolata, io li sorveglio quando celebrano, ed esigo che facciano la preparazione e il ringraziamento per la Santa Messa. Per deferenza non voglio dare un rifiuto all’Arcivescovo» (Mons. G. Nepote, II, 761).

Quando era direttore spirituale in seminario, diceva ai chierici: «Non pretendo, cari chierici, che si stia sempre con la paura di trasgredire alcuna regola, o che dobbiate forzare la mente per averle sempre tutte attualmente presenti. Questo no; esigo invece una buona volontà, e che si pensi a fare bene l’azione del momento. Allora saprò compatire uno sbaglio involontario, il quale verrà forse corretto, ma non perché vi ritenga colpevoli, sebbene per l’ordine, e per il vostro profitto”» (P. G. Gallea, III, 132).

Al Card. Richelmy che gli suggeriva di chiudere il Convitto, nel quale erano rimasti pochi sacerdoti per la guerra, «rispose: «Mi rincresce, vorrei tener viva anche questa scintilla». E la tenne (P. L. Sales, III, 330).

A noi diceva: «Quando i Convittori a fine d’anno vanno via, prego per essi, ma non sono più responsabile: invece durante l’anno incumbit necessitas. Farebbe più piacere pensare a se stesso; invece no!». Affermava pure sovente, che il suo tempo lo divideva fra il Convitto e le Missioni, però, prima il Convitto. Ma siccome gli rimaneva ancora un po’ di tempo, questo lo dedicava all’Istituto delle Missioni (P. L. Sales, III, 331).[23]

Altra volta ci diceva: «In quarant’anni dacché sono alla Consolata, non ho mai accettato alcun invito a pranzo; debbo dare anche in questo buon esempio» (P. L. Sales, III, 332).

Disse al Baravalle, quando gli propose l’incarico: «Lei sarebbe Don Baravalle Assistente del Seminario S. Gaetano?». Dopo la risposta affermativa alla proposta, disse: «No, no; ci pensi e non dica niente a nessuno» (Can. N. Baravalle, IV, 30).

Nel dopo guerra 1919, narrava quanto segue: «Si trattava di stabilire per i convittori la retta mensile che dovevano pagare, ed era un affare serio perché non avevano denaro. Radunai i Superiori ed il Vice Rettore e, sentiti i pareri, stabilii così. I Convittori celebrano nel Santuario e per il Santuario: l’elemosina per la santa Messa è di lire quattro. Ebbene facciamo così: di 120 lire mensili che per questo lavoro si dovrebbero, ne daremo solo venti, e cento andranno per la pensione; fu approvato. Allora chiamai i Convittori ed esposi loro la proposta. Immaginati come ne furono contenti! In questi tempi non avere da sborsare nulla, ma ancora intascare venti lire! – E per due o tre che non sono ancora sacerdoti, disposi così: Voi pagherete solo la metà: cinquanta lire al mese, e poi, se non potete pagare neppure questo, sapete dov’è la mia camera. La porta è sempre aperta. Venite da me» (P. D. Ferrero, IV, 455 – 456).

Mi diceva pure: «Ieri sera andai sotto i portici per vedere se i convittori ritornavano tutti da passeggio. Solo due arrivarono in ritardo. Per questa volta non dissi nulla. Mi basta che mi abbiano visto» (P. D. Ferrero, IV, 456).

Diceva: «Voglio che si persuadano – e lo dico loro – che non sono in Convitto solo per studiare la morale, ma che sono per formarsi alla pietà e allo spirito ecclesiastico» (P. D. Ferrero, IV, 456).

Si preparava diligentemente a quanto doveva dire ai convittori. Mi diceva: «Scrivo così quando mi vengono dei pensieri che fanno a proposito. Quando vado e torno da S. Giovanni, penso a queste cose; tornato a casa prendo appunti. Così per domani sera (giovedì) ho già pensato di parlare loro dello spirito ecclesiastico. Darò la spiegazione dello spirito ecclesiastico e poi dirò, che più che definirlo, si può meglio descriverlo vedendolo in un sacerdote che lo possiede. Mons. Gastaldi diceva agli esercitandi: “Supponete un poco di vedere un giorno sul piazzale Don Cafasso e il Teol. Guala passeggiare colla pipa in bocca! Non crederete a voi stessi, perché non vi parrebbe vera una tal cosa in quegli uomini…» (P. D. Ferreto, IV, 457).[24]

Mi disse: «Io fui direttore spirituale in Seminario, quando avevo appena 25 anni. C’erano ancora molti miei compagni; sicché io mi sentivo come vergognato. Ne parlai a Mons. Gastaldi. Egli mi disse che l’età non importava nulla, che stessi tranquillo, che avrei fatto bene. E difatti, venivano anche troppo da me: venivano anche a dirmi cose che non volevo mi dicessero. C’era molto buon spirito. Talora per trattenerli io chiudevo la porta. In tutto il tempo che fui direttore spirituale in Seminario, posso dire di non aver mai confessato un seminarista» (P. D. Ferrero, IV, 486).

Mi disse: «Io fui direttore spirituale in Seminario, quando avevo appena 25 anni. C’erano ancora molti miei compagni; sicché io mi sentivo come vergognato. Ne parlai a Mons. Gastaldi. Egli mi disse che l’età non importava nulla, che stessi tranquillo, che avrei fatto bene. E difatti, venivano anche troppo da me: venivano anche a dirmi cose che non volevo mi dicessero. C’era molto buon spirito. Talora per trattenerli io chiudevo la porta. In tutto il tempo che fui direttore spirituale in Seminario, posso dire di non aver mai confessato un seminarista» (P. D. Ferrero, IV, 486).[25]

 

FORMATORE DI ALTRE SUORE

Soleva dire a noi Suore [del Convitto]: «Non crediate che il vostro sia un ufficio qualunque. Rassomiglia un po’ il vostro ufficio a quello delle pie donne che seguivano Gesù. Dovete procurare che il vitto sia ben confezionato, sano ed abbondante, perché i giovani sacerdoti hanno bisogno di possedere vigorose energie per attendere poi al loro ministero sacerdotale nelle parrocchie» (Sr. Eleonora Carpinello, II, 980).

Trovandosi dai Guseppini a Rivoli, ad una suora che lavorava in modo svogliato chiese per chi faceva il lavoro. Sentito che era per il Signore, le disse: «Fai un po’ meglio se vuoi che il Signore sia contento» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 572).

Ad una suora Giuseppina che era venuta da Milano per parlargli senza il permesso, disse: «Ritorna a Milano a chiedere il permesso alla Superiora, e poi verrai e io ti sentirò» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 573).

Alla comunità che eleggeva sempre la stessa superiora perché non ce n’erano altre idonee, rispose: «Ve ne posso indicare almeno sei che hanno i requisiti per essere Superiora. Si capisce, che se non le eleggete, non possono avere la grazia dello stato; ma se le eleggete, possono fare benissimo». E alla superiora interessata domandò: «Quando pensi a dimetterti? E perché non ti dimetti? È tempo che ti prepari alla morte» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 573).

 

FORMATORE DI CRISTIANI

Mi ripeteva sovente: «Dal momento che ti ho fatta cristiana, sento il mio dovere di ricordarti che devi seguire la via giusta per raggiungere i nostri cari che ci hanno preceduto in Paradiso» (Pia Clotilde Allamano, II, 922).

Ad un ragazzino che aspirava a diventare martire disse: «Per aspirare a diventar martire, bisogna prima compiere bene i doveri ordinari» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 572).

Essendo richiesto da una signorina di riceverla per la direzione spirituale, ai canonici che lo mettevano in guardia perché era scrupolosa, rispose: «Per questo ci penso io» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 472).

 

FORTEZZA - ENERGIA

Mi ricordavo di quanto sovente ci aveva detto: «La malattia è il termometro della santità» – e che «La virtù si prova durante la malattia» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 507).

Diceva: «Le mezze volontà non fanno per noi»,[26] e soggiungeva: «Sono contento che non abbiate avuto una fondatrice, perché vi voglio virili, di una virtù maschia, soda» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 893).[27]

Parlando della fortezza, Sr. Chiara dice che dovette riferire al Fondatore che una postulante non si era dimostrata abbastanza seria da un dentista. Il Fondatore la rimandò in famiglia, dicendo: «Non è fatta per noi». Soggiunse: «Dì al Superiore dei Missionari che non mandi più gli studenti da quel dentista. Non conviene» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 893).

Per il cibo degli ammalati: «Bastano due minestre; una per le ammalate, l’altra per le sane”» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 893).

Avendo riferito al Fondatore che una superiora non prendeva il cibo comune per “supposti bisogni di salute”, egli disse: «Se io fossi superiore, preferirei morire, piuttosto di mancare alla vita comune. E ciò per l’esempio che il Superiore deve dare…» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 894).

E diceva ancora: «La vita è sacrificio di momento per momento. Quando è necessario fare sacrifici si fanno, non dobbiamo stare addormentati nella cotonina. Il corpo non deve comandare all’anima. Bisogna che la occupiamo, che consumiamo la vita, ma secondo il fine per cui ce la diede il Signore. Dobbiamo morire, prima di morire. La nostra vita vale in quanto è di utilità, per noi, e per gli altri» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 221).

Circa un affare non riuscito del tutto, egli con tono energico mi interruppe: «No, no, tiriamo avanti nel Signore. Audaces fortuna juvat. Si fa quello che si può e poi avanti in Domino”» (P. D. Ferrero, IV, 489).

 

GIUSTIZIA

A Mons. E. Vacha, che gli portava intenzioni di Messe per i missionari raccomandò: «Noti sempre tutto, perché non abbia mai a dimenticare niente di quanto abbia da essere registrato: offerte, messe e spese; noti sempre tutto» (Mons. E. Vacha, I, 145).

A Mons. E. Vacha, mentre iniziava la costruzione della chiesa delle SS. Stimmate disse: «Noti tutto: offerte, spese, ecc» (Mons. E. Vacha, I. 149).

Soleva dire: «Io sono padre di tutti, e devo tutelare i beni del Santuario come quelli delle Missioni» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 568).

Uscì in questo discorso: «Io non tarderò a morire; il Can. Cappella lo lascerò mio erede, e sarà mio successore nel Santuario; il Can. Gunetti, come economo sarà necessaria l’opera sua, e poi nei suoi riguardi sono già intervenuto per affari di famiglia; a lei avrei pensato di chiamarla, come mio coadiutore, al Papa, cum jure successionis nel mio canonicato» (Can. N. Baravalle, IV, 100).

Superò le difficoltà dei grandi restauri e per l’Istituto. Soleva dire: «Noli querere fieri judex, nisi valeas virtute irrumpere iniquitates [Non cercare di divenire giudice, che poi ti manchi la forza di estirpare l'ingiustizia] (Eccli – Siracide - VII, 6)» (Can. N. Baravalle, IV, 106).

 

GLORIA DI DIO

Di fronte ad una critica ricevuta, il suo commento fu :«omnia ad Dei gloriam» (Teol. A. Bossa Bordana, IV, 153).

Di fronte alla lode per le sue conferenze, disse: «sia tutto per la gloria di Dio» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 202).

«È Lui che fa – diceva – noi siamo solo strumenti. Quando sono sicuro che Dio vuole una cosa, avanti! In nomine tuo lavabo rete! E poi bisogna continuarla solo per Lui, per la sua gloria» (Sr. Margherita de Maria, IV, 325).

«Tutto intendo sia solo per la gloria di Dio, e prego il Signore a voler distruggere e incenerire tutto quello che vi è di fatto, e che costò tanta fatica, ma che non fosse per Lui solo» (Sr. Margherita de Maria, IV, 342).

 

STITUTO (FONDAZIONE, VOCAZIONI, SPIRITO)

Non diede le suore per un asilo e mi diceva: «Se non si sta più che attenti, si sviano i fini delle Istituzioni; io le ho fondate per i neri d’Africa e non per gli altri scopi» (P. T. Gays, I, 362).

Di fronte alla prospettiva di dover lasciare santuario e Convitto per le pretese degli Oblati di Maria Vergine, non perdette la sua serenità concludendo: «Se ciò dovesse accadere, col Can. Camisassa cercheremo un modesto appartamento nelle vicinanze del Duomo, e continueremo ad aiutarvi come abbiamo fatto per il passato» (P. T. Gays, I, 366).

Ai convittori che chiedevano di andare in missione diceva loro: «Abbiate pazienza: fra qualche tempo avremo un Istituto piemontese per voi» (Can. G. Cappella I, 209).

A Sr. Emerenziana che gli chiedeva se, dopo morte, avrebbe fatto conoscere il suo spirito, rispondeva: «Chi lo vorrà, lo avrà” […] “dal cielo vi guarderò, e se non farete bene, vi manderò tante umiliazioni finché non rientrerete in voi tessi» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 544).

Dopo una delle visite di P. Gallea, durante l’ultima malattia, Sr. Emerenziana lo sentì dire: «Ma questo Istituto io lo disfaccio» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 587).

A Sr. Emilia, poi Giuseppina Tempo, che gli diceva “se fan così io me ne vado”, rispose: «Te l’ho già detto altre volte che non hai fede. Se avessi fede non diresti così» E dopo un po’ soggiunse: «Aspetta due anni e poi vedrai…» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 581; cf. anche II, 587).

Alludendo ad alcuni missionari, diceva alle suore: «Voglio che vi rispettino, e chi non vi rispetta non vi avrà nelle Missioni. Non voglio che vi prendano in giro o vi trattino come Serve. Per questo io taglio netto: vi divido. Voi siete una cosa ben distinta. Soprattutto voglio che abbiate il mio spirito. Il Signore dà a me lo spirito da dare a voi…Sì, io lo ricevo dal Signore. Anche quando sarete in Africa avrete chi ve lo comunica. Voi ubbidite a me per mezzo dei Superiori. Il mio spirito lo do a quelli che stanno uniti a me per darlo a voi. Non importa che vi dicano teste piccole…a me nessuno ha mai detto che sono una testa piccola. Voglio spirito, sì, spirito di fede, di semplicità, quello spirito che apprezza le cose piccole, che fa tutto bene, e non purché sia. Voglio spirito…spirito!”» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 817).[28]

In riferimento alla sua guarigione disse: «Non c’è da pensare che ci siano state state delle rivelazioni: né le cerco, né le desidero. Quando ero presso a morire, feci promessa, se fossi guarito, di fondare l’Istituto. Guarii, e si fece la fondazione: ecco tutto!» (P. G. Gallea – che riferisce P. L. Sales, III, 17).

Ci raccontava che, sentendosi a morire, aveva detto alla Madonna: «Se mi guarirai è segno che vuoi l’Istituto delle Missioni». […] «Ebbene, Eminenza, nel tuo nome getterò le reti» (P. L. Sales, III, 344, 445).

Alla Madonna dava il titolo di Fondatrice dell’Istituto, soggiungendo che egli non era che il «fonditore» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 194).

«La vera Fondatrice dell’Istituto – diceva lui – è la Madonna, io sono il fonditore» (Sr. Margherita de Maria, IV, 362).

Nel 1922, quando l’Istituto era in piena fioritura, mi disse: «Guarda Ferrero, l’Istituto andrà giù, giù; ma non si perderà, perché è della Consolata» (P. D. D. Ferrero, IV, 495).

 

MARIA SANTISSIMA

Avendogli chiesto se aveva visto la Madonna, si accontentò di rispondermi: «Come sei curiosa!» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 402).

Parlando del mistero della Purificazione di Maria diceva a noi: «Ricordate, che non solo le postulanti hanno bisogno di purificazione, ma tutti ne abbiamo bisogno, perché – come dice S. Francesco di Sales – la festa della Purificazione non ha ottava» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 443).[29]

Mentre la suora lavorava per mettere in quadro della Consolata in una teca per difenderlo durante le giornate “rosse” disse: «Lavori volentieri per la Consolata. Vedrà che le farà delle grazie speciali”» (Sr. Eleonora Carpinello II, 991).

Sul suo labbro tornava sempre: «La Consolata! La Consolata!» (Can. A. Bertolo I, 116).

A Don Vacha, dopo che ha guidato la recita del Rosario nel santuario, disse: «Don Vacha  lei recitò il Rosario con voce chiara e senza mangiare le parole: peccato che lo recitò in fretta…» (Mons. E. Vacha I, 138).

Ci ripeteva sovente: «I lavori [per il santuario], con visibile protezione di Maria, furono deliberati proprio e solo il 10 Dicembre 1898, festa della S. Casa di Loreto, quasi per farci notare che: “Ipsa aedificavit sibi domum”. Ed ora lo tocchiamo con mano, che proprio Essa si edifica la casa: questa non è opera nostra, ma è proprio opera sua» (Can. G. CappellaI, 259).

Al Sabato poi, ripeteva sovente ai Sacerdoti del Santuario: «Sarebbe bella cosa che un Sacerdote del Santuario della Consolata dimenticasse di presentare almeno un omaggio, una preghiera particolare alla Consolata nel giorno di Sabato, che è così marcatamente celebrato da ogni buon Torinese”» (G. Cappella, I, 261).

La preghiera preferita nell’ultima malattia era l’invocazione: «Maria mater gratiae – Dulcis parens clementiae – Tu nos ab hoste protege – et mortis hora suscipe» (Can. G. Cappella I, 299).

A Sr. Emerenziana che gli chiedeva se aveva visto la Madonna rispose: «”Già! Se a l’aveisa nen abrancame, l’avria nen fundave voiautre” espressione piemontese che significa: “se non mi avesse abbrancato, spinto, non avrei certamente fondato l’Istituto delle suore Missionarie”» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 540).

Per le spese del santuario, soleva rispondere: «State tranquilli, che la Madonna provvederà» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 577).

«Le feste della Madonna – diceva – si devono sentire; chi non gode di queste feste, è segno che non ha affetto per la Madonna» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 845).[30]

Alla mamma di P. Gallea, che chiedeva se, quando fossero vecchi, l’Istituto li poteva aiutare, rispose il Servo di Dio: «L’Istituto non può impegnarsi, ma si impegna la Consolata» (P. G. Gallea, III, 74).

«È una devozione che va al cuore. Io se dovessi fare la storia dei quarant’anni che sono qui alla Consolata, dovrei dire che sono quarant’anni di consolazione. Non vuol mica dire che non abbia avuto delle pene…Ne ho avute molte, di tutte le sorta, e dolorose. Ma presso la Madonna si è sempre aggiustato tutto. Anche adesso, quando vedo certe cose che non vanno vene, vado lì dalla Madonna, e sento che mi consola» (P. D. Ferrero, IV, 477).[31]

 

MORTE

Alla suora che aveva assistito il Camisassa nell’ultima malattia: «È tempo che tu venga fare a me quello che hai fatto al signor Vice Rettore». Siccome la suora si mise a piangere: «perché piangi?» - Alla risposta “perché perdendo Lei, non avrò più nessuno”: Ed egli di nuovo: «Piangi adesso per non piangere più dopo» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 582; c’è una frase simile, ma più breve : Sr. Emerenziana Tealdi, II, 561).

Quando era in forze, soleva dire: «Io morirò assistito dal mio domestico» (Sr. Emerenziana Tealdi, ….....).

Ci disse: «Il Signore ci ha chiesto un grande sacrificio colla morte di Suor tale…ma l’ha presa perché intercedesse per noi. Il Signore volle un missionario ed una missionaria in Paradiso: saranno queste le due colonne che ci sosterranno» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 848 – 849).[32]

Un giorno disse: «Ogni sera andando a letto, mi immagino di entrare nella tomba» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 852).

 

OBBEDIENZA

Raccontando un fatto avvenuto durante il seminario, invitato dal Rettore a frequentare un compagno per consolarlo, perché suo padre si era suicidato, mentre il prefetto aveva proibito di frequentarsi, soggiungeva: «Prima, quando facevamo l’obbedienza sembrava che dessimo scandalo; dopo quando sembrava evitato lo scandalo, non facevamo più l’obbedienza. Però i compagni, quando ci lasciammo, pensavano che ci fossimo bisticciati mentre prima non avevano mai preso cattivo esempio dalla nostra frequenza» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 390).

Alla nipote dopo la famosa malattia del 1900 disse: «Sono pienamente disposto a fare la volontà del Signore. Ma il cardinale mi ha detto che debbo ancora vivere per lavorare ancora molto per la Consolata, e acquistarmi copia di meriti» (Pia Clotilde Allamano, II, 952).

Diceva: «Non credo superbia propormi a vostro esempio e modello in questa virtù [obbedienza]» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 901).

Riguardo alla carica di direttore spirituale in seminario, diceva: «Solo per obbedienza al mio

Superiore ha accettato questo incarico, contrario alle mie aspirazioni» (Sr. Chiara Strapazzon, II, SMC, 901).

Riguardo la fondazione dell'Istituto dei missionari, l’Allamano diceva: «Ho risposto al Cardinale: “Eminenza, nel tuo nome getterò le reti» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 902).

«Ebbene, Eminenza, rispose il Servo di Dio – nel tuo nome getterò le reti”» (P. G. Gallea, III, 18).

«Sarebbe uno scandalo se dessi gli ordini e non li mettessi in pratica io per primo» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 227).

 

PARADISO

Al mio desiderio di andare in Paradiso, egli mi disse: «Sì, sì; ma quando starai per morire, avrai paura» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 452).

Alla signora Zappata che gli chiedeva preghiere per la guarigione del marito disse: «Sì, sì, preghiamo; ma dopo tutto, non dobbiamo dimenticare che un giorno o l’altro dobbiamo pure andare in Paradiso» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 453).

Diceva: «I Santi si sono guadagnati il Paradiso, e anche noi ce lo dobbiamo guadagnare pregando, soffrendo, lavorando». Amava ripetere: «S. Paolo pur essendo ciò che era, tuttavia diceva: “Castigo corpus meum, ne…ecc. e noi pretenderemmo il Paradiso facendo nulla?» (Mons. G. Nepote, II, 763).

Dopo la morte della cognata Benedettina, disse alla nipote Pia Clotilde: «Tu ed io siamo rimasti soli; quindi dobbiamo procurarci tanti meriti per il Paradiso, dove i nostri cari ci attendono» (Pia Clotilde Allamano, II, 930).

In occasione delle feste dell’Ascensione e dell’Assunta, diceva: «Il Rettore è oggi più in Cielo che in terra». «Voler morire solo perché si incomincia a sentire gli acciacchi, ecc. non è più fare la volontà di Dio». «Sono orgoglioso di avere un missionario in paradiso». «Ah! tutto viene a nausea quando si pensa al Paradiso». «La nostra patria è il paradiso». «È tempo di lavorare; avremo poi tempo di riposare in Paradiso». A chi gli diceva che così si sarebbe abbreviato la vita, rispose: «Eh! Se anche fosse vero, non ne sarei pentito né in punto di morte, né tanto meno in Paradiso». (P. L. Sales, III, 391 – 392).

A chi gli augurava gli anni di S. Antonio abate, rispose: «Oh! No. Non pregate per questo…Hei mihi quia incolatus meus prolongatus est…» (P. L. Sales, III, 392).[33]

Diceva pure: «Le poltrone di lassù non sono per le poltrone di quaggiù”» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 197)

 

PECCATO

Circa la riparazione dei peccati diceva: «Io stesso, mentre venivo qui, attraversando Piazza S. Giovanni, ho avuto modo di usare questa pratica [di riparare la bestemmia con una giaculatoria]» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 468).[34]

Da anziano, essendo alquanto sordo, gli rincresceva di non poter più confessare come avrebbe desiderato e diceva: «Io sono alquanto sordo…non sento, perciò non so quale soddisfazione possono trarre le mie penitenti dalla loro confessione» (Sr. Giuseppina Tempo I, 470).

«Si vede che coloro che commettono dei peccati, e li ripetono senza pentirsi non hanno cuore» (Can. A. Bertolo I, 120,).

«Prima di passare da quei luoghi [andando al duomo], - egli mi diceva – pronunciavo molte giaculatorie, per riparare in antecedenza gli insulti e le offese che da quei poveri disgraziati venivano fatte al Signore [con le bestemmie]”» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 559).[35]

«Ringraziate con me il Signore: ho avuto una grande consolazione di mettere a posto una persona che da molti anni era fuori strada…e non era una persona secolare» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 868).

«La religiosa – diceva – deve essere sempre ben preparata, in modo da non aver bisogno di una purificazione speciale per passare santamente le feste» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 869).

 

PENITENZA - MORTIFICAZIONE

Suggeriva frequentemente di sopportare e trattare bene le persone moleste, tanto in Sacrestia, come in Confessionale e diceva: «Credete pure, che un po’ di sacrificio e di penitenza dobbiamo farla, se non la vogliamo poi fare in purgatorio…Sì! quanto purgatorio potremmo evitare, se sapessimo cogliere le piccole, ma continue occasioni di mortificarci…Certi digiuni rigorosi solleticano più la nostra superbia di quanto ci facciano soffrire fisicamente, invece le piccole cose…un po’ più di raccoglimento…moderar la voce per non farci sentire da tutta la Chiesa…un po’ più di pazienza col personale di servizio…fanno del bene ed attirano la benedizione di Dio sul vostro ministero, per cui, senza quasi avvedercene disponiamo l’anima nostra e quella dei fedeli a celebrare con frutto spirituale le solennità della Chiesa”» (Can. G. Cappella, I, 247).

Durante l’ultima malattia, avendogli il professore proibito il vino, al Dott. Battistini disse: «Lasciamo Signor Dottore che la scienza applichi i suoi trovati; noi avremo occasione di fare una piccola mortificazione, applicandoci alla sorella acqua, come la chiamava S. Francesco d’Assisi, e a un poco di latte annacquato, e così ne sarà glorificato il Signore che ce ne ripagherà largamente nell’ultima cena”» (Can. G. Cappella, I. 299).

Avendogli fatto cuocere le mele col vino, mi disse: «Portamele come le ha fatte il Signore». [Avendo la suora detto: “Padre non dice mai se le basta quello che le porto”, mentre era a Rivoli] rispose: «Non posso darti buon esempio in altro…non vuoi che te lo dia in questo?» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 569).

Di fronte alle insistenze perché prendesse certi cibi di riguardo diceva: «Quante cose inutili…ma bisogna adattarsi per non offendere”» (Mons. G. Nepote II, 777).

Facendo vedere gli strumenti di penitenza del Cafasso, ad uno studente che gli chiese se c’erano tutti rispose: «Vi sono tutti, però manca un cilicio. Dove sia lo so io solo…» [lo usava lui]» (Mons. G. Nepote, II, 777).

A chi diceva che è meglio la mortificazione dello spirito rispondeva: “Unum oportet facere, et aliud non omettere”». A chi diceva che lasciava all’angelo custodi di contare le mortificazioni rispondeva: «C’è pericolo che non le conti né tu, né l’Angelo Custode» (P. G. Gallea, III, 176).

Negli ultimi giorni di vita, di notte, non volle che si svegliasse l’altra suora per cambiarlo di posizione, «dicendo: «Attendi fino all’ora della sveglia. Chissà quanti altri soffrono più di me!» (P. G. Gallea, III, 220).

Circa il coroncino, ce lo fece vedere e disse: «Ho mica rossore a farvi vedere che lo porto e lo uso anch’io» (P. L. Sales, III, 368).

Un giorno gli fece notare che la pietanza (era ammalato) era mal confezionata e stentava a mangiarla. Egli sorrise un po’ impacciato, e rispose: «Veramente…è mal cucinata…». E la mangiò ugualmente. (Can. N. Baravalle, IV, 104).

Di fronte ai piccoli bisticci a tavola igli domandai se ciò gli dava fastidio: «No, no mi rispose, dite pure, ed io a tempo opportuno farò quelle osservazioni che differentemente non potrei fare» (Can. N. Baravalle, IV, 105).

Parlando di S. Ignazio ebbe a dire: «Non ardisco chiedere al Signore la persecuzione come S. Ignazio, perché è caratteristica dell’opera divina. È necessario che vi teniate preparati» (Teol. Borda Bossana, 146).

 

MONS. PERLO FILIPPO (ULTIMI TEMPI)

Quando Mons. Perlo lo rimandò all’Istituto, dopo un’accademia, senza farlo visitare le comunità, interrogato dal Cappella rispose che veniva dall’Istituto e soggiunse: «Non mi vogliono più!…Non mi vogliono più! Facciano pure, purché facciano bene secondo lo spirito della regola […] Mettiamo tutto nelle mani della Padrona!» (Can. G. Cappella I, 285).

Quando Mons. Perlo gli fece pagare il caffè, come l’apprese, congiunse le mani, e alzando gli occhi al cielo disse: «Sia fatta o Signore la vostra santa volontà! Alla corona dei vergini e dei confessori, unite anche quella dei martiri!”» (Can. G. Cappella I, 285).

Nell’ultima malattia al Cappella che si congratulava perché l’albero dell’Istituto cresceva rispose: «Ah! quell’albero ha molti rami storti…» (Can. G. Cappella, I, 286).

Riguardo a quel contratto di affitto fattogli firmare alla fine disse a me che lo servivo: «Quando potrò parlare, ti dirò poi ogni cosa» (I, 477, Sr. Giuseppina Tempo). Non potendo più intervenire come voleva, diceva: “Ah! se avessi dieci anni di meno» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 484).

Parecchie volte lo sentii esclamare: «Avessi dieci anni di meno! Ma il Signore non vuole più; farò più di là che di qua» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 488).

Riguardo al fatto che Mons. Perlo mandò la nota del caffè non mostrò risentimento, soggiunse anzi: «Non è per i denari, ma è per la poca delicatezza che mi si fa nel farmi pagare un po’ di caffè» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 477).

Riguardo alla nomina di Mons. Perlo a Vice Superiore disse: «Sono stato io a volerlo perché così rimane obbligato a venire in Casa Madre; se è qui, pensa a tutte le Missioni; mentre che se fosse rimasto laggiù, avrebbe pensato solo al Kenya, il quale ora è già in grado di aiutare un poco le altre Missioni. Egli avrà qui la parte materiale; quanto alla parte spirituale, la affiderò ad un altro» (Sr. Giuseppina Tempo ,I, 489).

Circa la famosa lettera scritta dal Fondatore a Mons. Perlo, nella quale gli faceva delle osservazioni, avendola vista sulla scrivania, disse testualmente: «Lasciala pure sullo scrittoio; io non ho segreti; è bene che si vedano le loro verità» (I, 490, Sr. Giuseppina Tempo).

Quando Mons. Perlo voleva che assistessero l'Allamano le suore per turno e non solo Sr. Emerenziana, come preferiva  l'Alamano stesso, perché non fossero in troppe a trattarlo, disse: «Come? Sono mie le Suore, o di chi sono? Bene, va sotto, chiama al telefono la Superiora, e dì così: Sr. Emerenziana sta qui alla Consolata, perché il Padre ne ha di bisogno» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 583).

Per incoraggiare Mons. Nepote, disse: «Fai coraggio; sistemeremo tutto. Ho detto tutto a Mons. Perlo, e ti assicuro che mi comprende bene» (Mons. G. Nepote, II, 749).

L'Allamano leggeva la biografia di S. Giuseppe Calasanzio e disse a Mons. Nepote: «Vedi quanto questo santo soffrì?» – Mons. Nepote gli domandò: “E lui che cosa faceva?” – Rispose: «Un santo Giobbe. Anch’io cerco di imitarlo, e mi consolo, e mi fa del bene leggere queste cose» (Mons. G. Nepote, II, 751).

L'Allamano esortò alcuni giovani sacerdoti dell’Istituto che erano andati alla Consolata a trovarlo a far bene e finì dicendo: «Ora non posso più avere se non dolori, voi lo sapete: vedo tutto l’andamento dell’Istituto, e non ho più la forza. Ma ben presto spero di essere in Paradiso: lo potrò di nuovo. E tornerò anche col bastone”» (Mons. G. Nepote, II, 752).

Disse s Sr. Chiara: «Vai in Sicilia in un posto dove non vorrei che si andasse ad aprire case; non è un posto per vocazioni missionarie…» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 818).

Riferendo il sentito dire dal Can. Cappella circa l’accademia, disse: «Mi hanno messo fuori!» (Sr. Chiara Strapazon, II, 827).

Qualche volta diceva: «Quei là (i missionari) non hanno più bisogno di me, ma voi ne avete ancora bisogno» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 855).

In vista dell’elezione vice superiore generale, a P. Gallea che lo interrogava disse: «In fin dei conti i motivi di dissenso non sono stati su punti di osservanza religiosa: ma su questioni di interessi materiali. Se viene lui qui queste scompariranno e si può sperare che nel resto faccia bene, perché ha testa» (P. G. Gallea, III, 193).

Una sua frase: «Il maggiore dispiacere che potete procurarmi, è di nascondermi quelle cose che mi causino un dispiacere» (P. G. Gallea, III, 200).

Un giorno disse a P. Sales queste testuali parole: «Voi avete tanta fiducia in Mons. Perlo, per la direzione dell’Istituto, io invece, non l’ho» (P. L. Sales, III, 448).

Date le difficoltà con Mons. Perlo, andava ripetendo: “«Adesso non posso…ma dal Paradiso mi farò sentire!» (P. L. Sales, III, 450).

In quel periodo, non gli era neppure permesso di andare all’Istituto. Fu allora che disse nel suo grande dolore: «Mi mettono via dalla porta, ma entrerò dalla finestra» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 220)

 

POVERTÀ (DISTACCO DAI BENI)

Diceva: «I denari mi vengono dietro, appunto perché ne sono distaccato» (P. T. Gays, I, 361).[36]Circa una eredità promessa, ma poi lasciata al Cottolengo, soggiunse: «Il Cottolengo ne aveva più bisogno di noi; la Madonna ci aiuterà altrimenti» (P. T. Gays, I, 348, 369).

Riguardo le spese per il santuario Soleva dire che la Madonna aveva pensato a provvedere a tutte le spese, e soggiungeva: «Io non sono mai corso dietro il denaro, e questo invece è sempre corso dietro a me» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 397).

Una volta il Servo di Dio mi disse: «Guarda, se hai dei denari, e te li chiedono in imprestito, se puoi darli, dalli; se non puoi darli, non imprestarli neppure; perché dopo, se non possono restituirli non si lasciano più vedere, e state male tu e loro» (I, 415, Sr. Giuseppina Tempo).

Circa la somma depositata negli USA, egli mi guardò e disse: «Cosa vuoi? Mons. Perlo tornando dall’Africa è passato per Roma; il Card. Bonzano credendo che fosse una cosa sola, gli parlò di questo denaro, egli egli saputolo…fu fatto…lo prese lui» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 415).

Circa la destinazione delle offerte al santuario mi rispondeva: «Guarda di stare tranquilla, perché ho la parola del Papa. Una volta che ebbi udienza da S. Santità Pio X, gli dissi che alle volte come

Rettore del Santuario e delle Missioni, vedendo le necessità di queste, qualche volta prendevo dal

Santuario, ormai già restaurato, e devolvevo alle Missioni tali offerte. Il Santo Padre mi rispose – “Ma sì, prenda pure dal Santuario, la Madonna non desidera soltanto delle pietre per essere onorata, ma vuole delle pietre vive, cioè delle anime!”» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 416).

Usava dire: «Io non sono corso mai dietro il denaro, ma il denaro mi è sempre corso dietro per le opere cui ho posto mano”» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 497).

Al notaio che diceva di non aver mai visto uno che rinunciasse ad una eredità (del Robilant) «soggiungeva: «Ebbene un’altra volta non dirà più così» (I, 498, Sr. Giuseppina Tempo).

Avendo smarrito i tagliandi semestrali dei titoli di rendita, soggiungeva: «Se non li troviamo, vuol dire che ne faremo senza» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 498).

Dopo aver letto il testamento del Robilant, disse ai parenti: «Non offendetevi se rinuncio al legato, poiché non vorrei che si pensasse che io venissi a visitare il Teologo per interesse, mentre io venivo unicamente come suo Direttore Spirituale». Al notaio che si meravigliava faceva notare: «Nonne melius bonum nomen quam divitiae multae?» (Can. G. Cappella, I, 214).

Soleva dire: «Non ho mai cercato il denaro, ed il denaro mi è sempre corso dietro» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 577).

Diceva sovente: «Io non sono corso dietro il denaro, ed il denaro è sempre corso dietro a me» (Mons. G. Nepote, II, 780).

Poté dire: «Prima mi sono spogliato io; poi la Provvidenza venne, e non è mai mancata» (Mons. G. Nepote, II, 780).

«Naturalmente – diceva – se il Signore mi manda i denari, senza che io li vada a cercare, è meglio; così non vado ad importunare la gente» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 875)

Riferendosi ad una Comunità, mi disse: «Hanno una tavola da signori! Ma pazienza, vada per il vitto. È meglio abbondare perché ciascuno non tiri fuori dei malumori…Ma…» (P. G. Gallea, III, 105).

Non voleva che i sacerdoti si ingolfassero in affari temporali. Diceva: «Sarebbe rapire il tempo alle anime, danneggiare i poveri e la Chiesa, e avvelenare la nostra vita». Diceva ancora che «I beni della Chiesa lasciati ai parenti, sono come il sangue dei poveri che grida vendetta al cospetto di Dio» (P. L. Sales, III, 454 – 455).

Un giorno disse in presenza di tutti mentre si sedeva a tavola: «Veramente avrei bisogno di un altro soprabito, ma bisogna che tenga conto che debbo pensare ai missionari». Un altro giorno disse: «Ai missionari ho dato tutto: la salute, i miei averi, e la mia attività» (Can. N. Baravalle, IV, 108).

Alla famiglia del Robilant tenne questo discorso: «Io ho sempre frequentato questa casa, sia per l’assistenza spirituale del vostro congiunto, come per l’interessamento per la vita del Cafasso che egli ha scritta. Siccome potrebbe sembrare che avessi anche fini interessati nella mia missione, io intendo rinunziare senz’altro alla mia eredità. È vero che come fondatore delle Missioni, ho bisogno della carità di tutti; ma penso che il buon nome è più importante di ogni eredità» (Can. N. Baravalle, IV, 108 – 109).

Aveva delle posate d’argento ricevute in eredità. Siccome il Baravalle manifestava il suo apprezzamento per le cose belle, disse: «Ma lei è figlio di un contadino?, come mai ha aspirazioni a cose fini e delicate?». Il Baravalle gli fece notare che lui aveva posate d’argento. Pochi giorni dopo, a tavola, gli disse: «Vi ho lasciato la mia posateria d’argento» (Can. N. Baravalle, IV, 110).

Non voleva prendere la vettura e diceva: «Fare il folle in vettura» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 217).

Diceva: «Anche la più piccola cosa non va sprecata o usata senza necessità. Viviamo della carità dei benefattori, alcuni dei quali fanno dei veri sacrifici per aiutarci. Lo sprecare e la noncuranza di quanto è dato a nostro uso sarebbe un rubare quello che ci viene provveduto con tanto sacrificio» (Sr. Margherita de Maria, IV, 352).[37] 

«Ancorché una cosa costi poco, costa sempre troppo per noi, quando non è necessaria: E non costa mai troppo se necessaria» (P. D. Ferrero, IV, 490).

«Cucire un bottone lo dobbiamo sapere fare da noi, senza aver bisogno di ricorrere ad altri» (P. D. Ferrero, IV, 490).

Viste alcune orecchiette fatte ai fogli per segnacoli, mi disse: «Guarda, tu non fare mai così. Non va bene, e si guastano i libri» (P. D. Ferrero, IV, 490).

 

PREGHIERA

Incontrandolo mentre andava in Duomo per l’ufficio, dopo poche parole di saluto, disse: «Debbo raggiungere subito il Duomo, perché i Canonici debbono essere regolari, particolarmente nella puntualità all’ufficio divino» (Mons. E. Vacha, I, 141).

Mi diceva sovente: «Veramente io non desidero tanta compagnia [durante le emicranie], perché così posso pregare di più. Ho tante cosa da raccomandare al Signore e da trattare  con Lui direttamente che il tempo mi passa più presto stando da solo che quando viene qualcuno. Voialtri venite pure se vi occorre qualcosa; non temete di disturbarmi, perché questo è mio dovere; sono qui per voi tutti; ma se non vi occorre nulla, lasciatemi pure solo, senza timore di mancarmi di riguardo» (Can. G. Cappella, I, 261).

Alle Suore diceva: «Trattando cogli uomini siate parche di parole, perché ogni parola detta agli uomini sottrae una parola da dirsi a Dio» (Can. G. Cappella, I, 261).

Durante l’ultima malattia mi chiedeva: «E tu, che fai?». E continuava: «Dì tante giaculatorie, e fa tante comunioni spirituali». «Prego per voi, per l’Istituto, perché prima l’Istituto era la casa della preghiera, ora invece è un po’ casa del traffico…» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 559; cf. anche II, 586).

Mentre lo assisteva nell’ultima malattia: «Prega, fa tanti atti di amor di Dio, dì tante giaculatorie e preparati alla Comunione di domani”» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 585).

Mi disse: «Quando è ora di andarmi a confessare, bisogna che sospenda qualunque altra occupazione. Altrimenti si presenta sempre un motivo per ritardare» (p. G. Gallea, III, 126).

Dei sacerdoti che trascurano la preghiera per il lavoro osservava: «Costoro si rendono inutili a se stessi e agli altri» (pP L. Sales, III, 402).

Chiamava la meditazione «l’anima della pietà»; e la lettura spirituale: «Elemento indispensabile alla vita interiore» (P. L. Sales, III, 403).[38]

Era solito dire: «Chi abitualmente omette l’esame particolare fa bancarotta» (P. L. Sales, III, 403).

Recitando i salmi, si interruppe dicendo: «Ma! Uno che comprenda queste cose, ha da vivere spiritualmente per tutta la vita”» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 204).

«Una volta – ci narrava – senza accorgermi andai a letto senza aver recitato Compieta. Dopo aver dormito un poco, e svegliatomi, mi venne in mente questo dubbio. Ci pensai un momento, e assicuratomi che proprio non l’avevo recitata, saltai giù dal letto e la recitai» (P. D. Ferrero, IV, 479).

 

PROPAGANDA FIDE

Diceva: «Là sono i nostri Superiori. Bisogna perciò ubbidire non solo ai loro comandi, ma ottemperare pienamente altresì ai loro desideri» (P. T. Gays, I, 346).

 

PRUDENZA

Non spingeva una giovane, divenuta poi Sr. Maria degli Angeli Candellero della Visitazione, a farsi suora. Interrogato del perché rispose: «La grazia non bisogna prevenirla, ma assecondarla» (Sr. Giuseppina Tempo, I 482).

Alla nipote: «L’onore e il nome lo portiamo scritto sulla fronte», intendendo dire che le opere testimoniano della nostra vita. (Pia Clotilde Allamano, II, 948).

 Mons. E. Vacha, all’inizio del suo ministero di parroco «tra gli altri suggerimenti, c’era anche questo: «Nei primi anni omnia “videre”; in seguito: “pauca corriere” per poter plura “perficere”» (Mons. E. Vacha, I, 150).

Dirigendo gli esercizi, curava che il vitto fosse adeguato; diceva: «Il vitto rappresenta metà del successo del ritiro, perché se il vitto è nella qualità e quantità conveniente, evita ogni motivo di mormorazione e distrazione» (Can. G. Cappella, I, 200).

Diceva: «Quando debbo fare qualche cosa prima penso, poi prego, e quindi agisco» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 556).[39]

Sovente richiesto rispondeva: «Il Signore mi ha fatto capire…» (Mons. G. Nepote, II, 771).

Circa la rinunzia all’eredità del De Robilant, concludeva: «L’Istituto ha più bisogno del buon nome che del denaro» (P. L. Sales, III, 420).

Diceva: «Si prudens, regat» (Can. N. Baravalle, IV, 97).

 

RICONOSCENZA

Parlando dell’economo del Convitto il Servo di Dio mi diceva: «Quando fa qualcosa per il Convitto non gli dico nulla perché compie il suo dovere; ma quando fa qualcosa per l’Istituto, lo ringrazio subito» (P. T. Gays, I, 362)

Richiesto dalla suora a riservare un posto alla mamma del loro confessore per la festa della Consolata, rispose: «Oh! Sì, per sua madre» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 887).

 

SACERDOZIO (SACERDOTE)

Quando era calpestata la dignità sacerdotale, diceva: «In questi casi bisogna saper distinguere il carattere sacerdotale dalle miserie umane» (P. L. Sales, III, 369).

Era morto un sacerdote poverissimo e i parenti volevano una sepoltura povera. Scattò indignato: «Niente affatto, si fa la sepoltura di prima classe; io pago» (P. L. Sales, III, 369).

Circa i sacerdoti traviati diceva: «Poiché non si può raschiare via il carattere sacerdotale, cerchiamo almeno di aiutarli a riprendersi”» (P. L. Sales, III, 414).[40]

Ci diceva: «Eh! Tutti noi sacerdoti moriremo di malattia di cuore, per essere esposti a vedere e sentire tante cose e offese che si fanno a Dio» (P. D. Ferrero, IV, 480).

Quando un suo sacerdote defezionò: «Non morirò contento fino a quando quest’infelice sia tornato all’ovile» (P. D. Ferrero, IV, 481).

 

SACRA SCRITTURA

Inculcava la stima alla parola di Dio, indipendentemente dal sacerdote che predicava «perché – diceva – non è tanto la forma che conta, ma la sostanza, e che dipende dal nostro spirito di fede farla fruttare» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 437).

Regalando un libro di predicazione, disse: «Le potrà servire nel ministero della predicazione» (Mons. E. Vacha, I, 139).

A Don Vacha che era andato in processione della Consolata con la mozzetta disse: «Pel primo anno che è curato a Torino non può mettere la mozzetta per la processione della Consolata, ma la Madonna vede egualmente la sua buona volontà» (E. Vacha, I, 139).

A P. Nepote che diceva di un libro che era bellissimo mitigò l’entusiasmo dicendo: «Ricorda: Mons.

Gastaldi ci diceva: Non divinizzate nulla. La Sacra Scrittura è un libro divino; l’Imitazione di Cristo è quasi divino. Gli altri libri saranno buoni e belli più o meno. Ma il divino è sempre e solo la S. Scrittura”» (Mons. G. Nepote, II, 772).

«Un buon cristiano – diceva – e più ancora una buona religiosa, una vera missionaria, dovrebbe sempre parlare con pensieri di fede tratti dai libri santi, dalla Sacra Scrittura. […] (circa il Vangelo) Quella è parola proprio di Gesù Cristo…sono i suoi insegnamenti, sui quali dovete modellarvi. Dovete sempre agire secondo le massime del Santo Vangelo…» (Sr. Margherita de Maria, IV, 316).

 

SALUTE FISICA

Mandando la nipote dal medico le disse: «Non ti spaventare, anch’io sono sempre stato di salute piuttosto delicata; ciononostante, ho sempre tirato innanzi”» (Pia Clotilde Allamano, II, 927).

Alle suore del Convitto, riguardo la propria emicrania, «isse: “Oh! Adesso è niente. Quando ero chierico in Seminario soffrivo così terribilmente di questa emicrania, che dai Superiori e compagni, si dubitava che io potessi continuare gli studi. Ciononostante, colla grazia del Signore, e coll’ardore della mia ferma volontà, riuscii – sia pure con non lievi sforzi e sacrifici – a superare i miei studi”» (Sr. Eleonora Carpinello, II, 974).

 

SCIENZA

Dava molta importanza alla scienza teologica, perché, diceva: «Chi possiede bene la scienza teologica, ordinariamente è anche ben fornito delle altre qualità per il disimpegno del ministero pastorale» (Can. N. Baravalle, IV, 99).

 

SPERANZA, CONFIDENZA, CORAGGIO

Invitava la nipote, in occasione della prima comunione, a ripetere sovente: «Credo, spero, ti amo, ti desidero”» (Pia Clotilde Allamano, II, 939).

Ad una signora disse una volta: «Certe miserie il Signore le guarisce lui, e se ci salviamo lo dobbiamo non già ai nostri meriti, ma ai meriti di Nostro signor Gesù Cristo» (Pia Clotilde Allamano, II, 943).

Ad un parroco della valle di Susa scoraggiato perché era invaso dai protestanti, «gli mise una mano sulla spalla: «coraggio…vada avanti…farà del bene» (Can. A. Bertolo, I, 117).

Disse: «Piangi adesso per non piangere più dopo» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 582).

Ripeteva spesso: «Etsi occiderit me, sperabo in eum» (Mons. G. Nepote, II, 762 – 763).

Ad una mamma afflitta per la morte improvvisa del figlio e che gli chiedeva di assicurarle che il figlio era salvo, disse: «Sì, suo figlio è salvo, preghi che possa entrare presto in Paradiso» (P. L. Sales, III, 396 – 397).

 

TEMPERANZA, SACRIFICIO, MORTIFICAZIONE

Ai collaboratori che gli suggerivano di aversi riguardo nel cibo finiva per dire: «Benediciamo il Signore che ci dà occasione di fare un po’ di mortificazione» (Can. G. Cappella, I, 281).

Quando volevano trattarlo in modo speciale nel cibo diceva subito: «Ah! lasciate un po’ che i medici dicano…» (Mons. F. Perlo, II, 644).

Diceva: «Anche quando non si ha molto appetito si prende meno, ma si mangia un po’ di tutto» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 889).

Quando gli hanno offerto del liquore per strada andando a S. Ignazio: «Porta via questa roba, non prendo niente – disse al domestico – Più si prende e peggio è» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 889).

Riguardo al sonno, ebbe a dirci: «Certo che del lavoro se n’è fatto più di notte che di giorno» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 890).

Un giorno lo sentii dire: «Sono venuto da S. Giovanni a piedi, perché non ci sono i tram, e non è il caso di fare il folle in vettura”» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 890).

A chi gli diceva che sembrava patito, diceva: «Patito, o no; il necessario, e basta» (P. L. Sales, III, 435 – 436).

 

UMILTÀ

Circa l’abitudine degli allievi di parlargli in ginocchio, tollerò un po’, ma poi disse: «Non va, non va» (P. T. Gays, I, 372).

Partendo le suore del Cottolengo, il Padre lo invitò a dare la benedizione. Il Servo di Dio rispose: «No, tocca a Vostra Paternità; siamo nella Piccola Casa» (P. T. Gays, I, 372).

Soleva dire: «Alle volte con due dita di meno di fronte (cioè di amor proprio) si ottengono grandi risultati»; e concludeva: «Essere in sudditanza dopo aver comandato, rappresenta una grande fortuna per la perfezione spirituale» (P. T. Gays, I, 373).

Raccontando alle suore il bene compiuto nei suoi ufficiv al termine disse: “Sembra che abbia fatto il mio panegirico…invece no. Ho parlato di quell’uno... [e indicò il crocifisso]» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 448).[41]

Aveva portato un arancio in tasca per le suore, ma si dimenticò e si sedette sopra; lo trasse di tasca, e sorridendo disse: «L’avevo portato per voi. Se volete mangiatelo com’è” (Sr. Giuseppina Tempo, I, 501).

Nell’anniversario della sua nascita mi disse: «Tu che sei giovane, incomincia subito a farti santa; non fare come feci io che ho aspettato troppo» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 532).

Un giorno, all’ufficio della Consolata, mi disse: «Oggi compio settantadue anni, e non ho fatto niente; tu, non fare come ho fatto io: sei giovane, comincia subito a farti santa» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 580).

Verso la fine della vita, non avendo voluto che fosse chiamata la seconda suora infermiera, a Sr. Emerenziana (infermiera stabile) disse: «Vedi che abbiamo potuto farne senza». – In una di queste circostanze soggiunse: «Non credevo che avrei dovuto subire tante umiliazioni» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 583).

Parlando di sé lo faceva in terza persona, oppure soggiungeva: «Là! Mi sono fatto il panegirico, ma non è il mio panegirico, ma è quello della gloria di Dio”» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 904).[42]

Di fronte alle lodi: «Quello che avete detto di me, ve lo ha detto il vostro buon cuore, e ve ne ringrazio. E quello che non merito questa volta, cercherò di meritarlo un’altra» (P. G. Gallea, III, 213 – 214).[43]

Quando Mons. Riccardi gli tolse l’incarico di destinare i vice parroci, mi diceva: «È meglio per me; ma non so se sia meglio per i parroci» (P. L. Sales, III, 457).

Quando qualcuno suggerì che fosse insignito del titolo di “monsignore”, rispose: «Il mio più bel titolo è quello di Rettore della Consolata» (Can. N. Baravalle, IV, 77).

Quando raccontava qualcosa che gli tornava a lode, soggiungeva subito: «Mi son fatto l’elogio, ma non per me…ma per il Signore…del resto qual male ne viene, se sono anche stimato?» (Sr. Maria degli Angeli Vassallo, IV, 228).[44]

 

VARIE

Dopo le feste per il Cafasso: «Ho la testa vuota…non posso più seguire le cose» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 504).

Sovente parlava del Paradiso e soggiungeva: «Per il bene che mi volete, dovete essere contente che io vada a riposarmi in Paradiso» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 505).

Sovente parlava del Paradiso e soggiungeva: «Per il bene che mi volete, dovete essere contente che io vada a riposarmi in Paradiso» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 505).

Al Sig. Candellero sorridente rispondeva: «Preghi, preghi, perché faccia bene la volontà di Dio»; ed a me: «Per il bene che i volete, dovete essere contente che io vada in Paradiso, a riposarmi» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 507).

Circa un quadretto del S. Cuore che il Fondatore aveva fin da chierico, avendogli chiesto di regalarmelo, rispose: «Lo prenderai dopo la morte» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 508).

Ultime parole che si capirono: «Amen» alla fine di un Oremus; e si capì: «Ave Maria» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 508).

Alcune parole del Fondatore durante l’esorcismo: «Che dobbiamo proprio darla vinta al demonio? […]. Baciala e conoscila per tua Regina” […]. No, no; vedrete che non muore» (Sr. Giuseppina Tempo, II, 524).

Avendo esclamato “che paura!” dopo il racconto della guarigione dell’ossessa, mi disse: «Stai tranquilla, il demonio non tormenta se non i grandi santi o grandi peccatori; e tu non sei né l’uno, né l’altro» (II, 534, Sr. Giuseppina Tempo).

All’ing. Felizzati che gli chiedeva di dargli l’obbedienza di andare in Paradiso disse: «E ben, sì, vada in Paradiso per obbedienza» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 526).

Alle suore del Convitto riguardo gli esercizi a S. Ignazio: «Quest’anno i Sacerdoti non potranno venire [c’era sciopero], ma gli Esercizi li faremo lo stesso; ci saremo in tre: Don Rolle – che era il cappellano – Don Cappella ed io”» (Sr. Eleonora Carpinello, II, 981).

In una occasione di cui non ricordo bene le circostanze uscì con questa espressione: «Crede l’Arcivescovo di fare in Convitto alto e basso come fa in Seminario? In Convitto il Rettore sono io» (Mons. L. Coccolo I, 103).

A S. Ignazio, assegnando la stanza a Mons. E. Vacha, disse: «La prenda volentieri, è la stanza di Don Ellena» (Mons. E. Vacha, I, 147).

Al Card. Richelmy [era mons. L. Gastaldi] che lo invitava a restaurare il santuario rispose: «Vorrei mettermi d’attorno a ripararlo e tengo già pronto il progetto» (Can. G. Cappella, I. 175).

Parlando del suo testamento con il Can. Cappella, poco prima di morire, ripeté: “al can. Baravalle ho pensato, facendolo mio coadiutore con diritto di successione nel Capitolo Metropolitano; il Can. Gunetti essendo entrato quale amministratore dell’Augustinianum (Pensionato universitario) fondato da S. Em. Il Card. Richelmy, si è preparato la strada per entrare Canonico effettivo nel Capitolo Metropolitano. Il Can. Brizio è da pochi anni al Santuario. Volli invece largheggiare con lei che da trentasette anni mi è al fianco, ed ha sempre lavorato e lavora con sollecitudine per lo splendore del Santuario e del culto della Consolata, onde possa guardare tranquillamente alla sua vecchiaia» (Can. G. Cappella, I, 226).

All’economo Can. Gunetti, che faceva notare che il santuario era risultato in deficit: «Questo non può essere – disse il Servo di Dio a chi gli presentava il registro – non è possibile che il Santuario, con nessuna spesa straordinaria durante l’anno, sia in deficit. Certamente vi fu un errore nel conteggio, o nei riporti a carico del Santuario. Si rifacciano i conti e si troverà l’errore. Ché nessuno potrà credere ad un simile errore, tanto più che le Missioni, fino ad ora, sono vissute in gran parte a carico del Santuario» (Can. G. Cappella, I, 233).

Quando il giornale “L’Unità Cattolica” fu trasferito a Firenze, disse: «L’Unità Cattolica va a Firenze per morirci. Se l’Arcivescovo mi dà l’autorizzazione, in pochi giorni raccoglierò i fondi necessari per fondare un nuovo giornale» (Can. G. Cappella, I, 238).

Circa il giornale “La voce del popolo”, radunò il Sig. Giraud, direttore del giornale, e il Sig. De Luca, proprietario della Conceria e disse: “Qui il Sig. Giraud si lagna di dover cessare la pubblicazione del giornale perché troppo occupato nella Conceria. Faccia così: metta un segretario per la Conceria che lo aiuti nelle sue mansioni, e il Sig. Giraud pubblicherà il giornale, invece che ogni quindici giorni, ogni settimana [e così fu fatto con soddisfazione di tutti]» (Can. G. Cappella, I, 238).

Quando il can. Cappella, nel 1917, si ammalò di polmonite, a motivo della spesa che ciò avrebbe comportato, l’economo del Convitto suggerì di mandarlo al Cottolengo: «No, no - rispose l’Allamano - l’ammalato da venti e più anni lavora nel Santuario senza mai misurare i giorni e le ore. E lei avrebbe il coraggio di fargli domandare la carità dal Cottolengo, per risparmiare qualche migliaio di lire? No, no, si provveda quanto occorre; si riscaldi la stanza, si chiami un infermiere di giorno ed una Suora di notte per l’assistenza, e se anche il dottore chiedesse un consulto con qualche professore, lo si faccia venire subito…procurate che nulla manchi di quanto possa contribuire a superare questa malattia, onde questo Sacerdote possa ritornare a riprendere presto il suo ufficio nel Santuario”» (Can. G. Cappella, I, 279).

Dopo la visita dell’Orione, al Cappella che lo interrogava rispose: «Questo Sacerdote ha il vero spirito del fondatore, e la sua opera farà del gran bene» (Can. G. Cappella, I, 294).

Alla nipote Sr. Dorotea, venuta a Rivoli, che gli diceva che voleva farsi mettere i denti, l'Allamano domandò: «Fai scuola?». Alla risposta negativa, disse: «Ebbene, ne puoi fare anche senza: se è solo per mangiare vai più adagio» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 577).

Sul letto di morte, Sr. Emerenziana chiese la benedizione per sé e poi per il Fr. Bartolomeo Liberini: «Perché no, rispose l’infermo[e lo benedisse]» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 588).

Dimostrava riguardo per il Can. Boccardo. A P. Nepote diceva: «Ho poco tempo, deve venire il Can. Boccardo» (Mons. G. Nepote, II, 727).

Ad una madre che aveva indotto il figlio a tornare in famiglia, in seguito disse: «Ah! che cosa ha mai fatto! Ha rubato un figlio a Dio, e Dio le toglierà tutti i suoi figli, e non solo loro... [morti i figli in guerra e il marito per malattia]» (Mons. G. Nepote, II, 786).

A P. Sandrone rispose: «Ti do la mia benedizione e vedrai che la febbre ti va via» [e non ebbe mai più la malaria]» (Mons. G. Nepote, II, 787).

Dopo che aveva firmato il contratto di affitto dei due locali, durante l’ultima malattia, «mi disse a proposito del contratto: «Stasera deve venire il prof. Battistini (dottore curante) fatti fare una dichiarazione che io sono in istato di lucidità mentale» (P. G. Gallea, III, 165).

In una delle sue conferenze disse: «Certo che del lavoro se ne è fatto, più di notte che di giorno» (P. G. Gallea, III, 174).

Ad una madre che gli chiedeva di pregare per suo figlio al sanatorio, dopo essersi fatto raccontare tutto bene, disse: «Ma vostro figlio è guarito, andatelo a prendere, conducetelo pure a casa» (P. G. Gallea, III, 225).

Lo sentii più volte ripetere che avrebbe desiderato non essere così sensibile, ma soggiungeva anche: «Sono contento che sia così, perché ho modo di soffrire di più» (P. L. Sales, III, 303).

Avendogli detto un convittore che le migliorie apportate erano state fatte su decisione del Visitatore Apostolico, il Servo di Dio rispose: «Non può essere così, per il fatto che il visitatore per la buona stima che aveva per il Convitto, non vi ha fatto la visita» (P. L. Sales, III, 429).

L'Allamano ha profetizzato a P. Aimo Bot, quando partì per l’Africa: «Andrai, ritornerai, e fra trent’anni verrò a prenderti». Ad una ragazza: “Sì, sarai Sacramentina, e vivrai a lungo». Per l’accettazione del Ch. Borello Pietro malaticcio disse: “La Consolata lo vuole, e avrà la salute necessaria». A una mamma che si riprese il figlio: «Se lo porti pure a Cuneo, però sappia che non lo godrà a lungo, e che le farà versare molte lacrime» [queste previsioni si avverarono]» (P. L. Sales, III, 460 – 461).

All'ing. Felizzati: «Ebbene, sì, le comando di andare in Paradiso!» (Can. N. Baravalle, IV, 79).

Al Card. Ferrari, che parato attendeva in sacrestia che il predicatore finisse (faceva caldo) il Servo di Dio si avvicinò e disse: «Eminenza, le facciamo far un po’ di purgatorio» (Can. N. Baravalle, IV, 93).

Al domestico che rubava disse: «Tu hai sottratto e continui a sottrarre denaro» (Can. N. Baravalle, IV, 97).

Di Don Orione disse: «Questo sì, che ha la stoffa di vero fondatore; non Don Pozza» (Can. N. Baravalle, IV, 114).

A una mamma che si raccomandava alle sue preghiere per il figlio al sanatorio: «State tranquilla: vostro figlio è in salvo» (Sr. Maria degli Angeli, IV, 232).

Al fratello di Luigi Falda in partenza, riferendosi al fratello Benedetto che era commosso: «Digli che venga anche lui nel nostro Istituto» (Cd. B. Falda, IV, 238).

Disse alle Suore che lo assistevano: «Vi ho dato tutto, e questo poco di vita che mi resta, è ancora per voi e per le anime» (Sr. Margherita de Maria, IV, 367).

L'Allamano non ricevette più un sacerdote i cui libri furono messi all’indice, commentando: «Certa gente basta che senta una parola non affatto contraria, perché creda di essere approvata. Costui, se io lo ricevessi ancora, sarebbe capace di andare dicendo che io sono del suo parere…» (P. D. Ferrero, IV, 466).

Per una scossa di terremoto nel 1916 venuto nell’Istituto, disse: «Perché spaventarsi? Io ero a letto, e mi sono voltato dall’altra parte…Siamo sempre nelle mani di Dio che tutto dispone per il nostro bene”» (Cd. B. Falda, IV, 248).

Circa la scossa di terremoto del 26 ottobre 1914, nella conferenza del 1 novembre, faceziando ci disse: «Siete stati bene poco coraggiosi per saltare giù tutti! Io la sentii bene la scossa, ma non feci altro che prendere l’acqua benedetta, segnarmi, e poi mi riaddormentai. Noi per di più abbiamo dei muri vecchi, e il mio domestico mi disse che al mattino nella mia camera da letto trovò della polvere e dei pezzi di carta staccatisi dalla volta”» (P. D. Ferrero, IV, 466).[45]

«Mi dicono che io non ho più bisogno di farmi fare la tonsura perché sono già calvo in quel posto lì; ma pure ho veduto che ho ancora qualche pelo, e di tanto in tanto me la faccio rinnovare. Ieri non ho voluto presentarmi davanti ai Convittori a cantare il “Veni Creator” per l’inizio dell’anno scolastico, senza farmela fare bene (Queste parole le diceva nel 1919)» (P. D. Ferrero, IV, 478 – 479).

 

VOLONTÀ DI DIO

Circa i voti religiosi egli rispondeva: «Il Signore non vuole questo da me» (P. T. Gays, I, 348).

Soleva dire: «Costi ciò che costi», per indicare che era disposto a tutto soffrire pur di fare la volontà del Signore (P. T. Gays, I, 365).[46]

Avendogli manifestato che non potevo più fare come prima per il bene della gente, perché era anziano: egli mi disse: «Non si fa mai tanto bene come quando si fa la volontà di Dio» (Mons. E. Bosia, I, 85).

A Sr. Emerenziana che gli disse “Ma Padre, lei muore!”[nella testimonianza successiva, dice: “Padre, lei mi muore, cf. II, 588], rispose: «E tu prega perché si compia la volontà di Dio» (Sr. Emerenziana Tealdi, II, 557; cf. anche 588).

A Mons. Gastaldi riguardo il licenziamento dei frati dalla Consolata disse: «Mi dica essere la volontà di Dio, e lo farò» (P. G. Gallea, III, 210). «Se mi dice che è volontà del Signore, lo farò» (P. L. Sales, III, 321).

Quando venne rieletto superiore generale, esclamò: «Se non è possibile che questo calice passi da me, sia fatta la volontà di Dio» (P. L. Sales, III, 355).

 

ZELO

Essendo andato per un anno al Cottolengo per confessare una suora sola, a chi gli faceva notare che sembrava esagerato, egli rispondeva: «Può essere che ne avesse bisogno» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 393)

Riguardo al sacerdote in sacrestia al santuario diceva: «Sembra che la persona di un Sacerdote in Sacrestia sia un perditempo. Invece, il suo ministero può tornare molto utile, perché molti vengono a richiedere informazioni, consigli e direzione» (Sr. Giuseppina Tempo, I, 395).

Disse a me e ad altri: «Quando gli Arcivescovi di Torino entrano in sede, mi guardano con un certo senso di riservatezza e quasi di diffidenza. Ma in seguito mi chiamano; e con essi mi sono sempre accordato pienamente prestando tutta l’opera mia per il bene della Diocesi» (Can. A. Bertolo, I, 115).

Avrebbe voluto essere in Africa con i missionari, «perché :«a s’antrapộ ant’an ciò” (Rimangono bloccati da un chiodo)» (Sr. Chiara Strapazzon, II, 872).

Diceva: «Non è stando neghittosi che si acquista meriti dinanzi a Dio, ma dimostrando buona volontà nell’adoperarsi al lavoro per la gloria di Dio, e per il bene delle anime. Poiché il Signore premia la buona volontà e non il successo» (Can. N. Baravalle, IV, 65).

«Se comprendeste bene che cosa significhi battezzare un’anima…varrebbe la spesa di sacrificare l’intera vita per poter dare il Santo Battesimo anche ad un’anima sola» (Sr. Margherita de Maria, IV, 301 – 302).

 

Note: 

[1] Tutta la frase non si trova nelle conferenze IMC, ma l’espressione paolina «Vivo ego…» il Fondatore la usa in diversi contesti: Conf. IMC, I, 452, 460, 463; II, 669; III, 672.

[2] Anche se p. Barlassina si introduce con «Soleva dire», queste frasi nelle conferenze IMC non si trovano.

[3] Parole di rassegnazione si trovano in Conf. SMC, III, 436, ma non sono queste di P. Ferrero.

[4] Parole sul modo di trattare con gli africani si trovano in Conf. SMC, III, 190, 194, 431; ma queste parole sulla finezza non ci sono; l'aggettivo “fini” riferito agli africani c'è in Conf. IMC, III, 413.

[5] Questa frase non si trova nelle conferenze IMC. Il pensiero è comunque analogo a quello riportato da Sr. Chiara e che si trova in: Conf. SMC, II, 241.

[6] Che le suore siano “sacrestane” il Fondatore lo afferma: Conf. SMC, III, 227.

[7] Questa espressione non si trova nelle conferenze IMC e SMC, ma la venerazione dell'Allamano per la madre sì: cf.

Conf. SMC, I, 236, 286.

[8] L'Allamano insiste sulla necessità di non avere il vizio (dice anche “il prurito”) di fare subito delle obiezioni contro le verità della fede: cf. Conf. IMC, I, 186, 257, 394; II, 660, 661; III, 263, 420. L'idea che le obiezioni poco alla volta svaniscono nelle conferenze non si trova.

[9] Una frase simile in Conf. IMC, II, 634; però, invece di “cascata”, c'è: “conca”.

[10] Il fatto del Card. Cagliero e i fichi si trova in Conf. SMC, II, 540. L'espressione: «ma io questo non l'ho fatto» nelle conferenze non c'è.

[11] L'Allamano invita a gustare le feste della Chiesa, per esempio in Conf. SMC, I, 375; II, 449: Però questa espressione non si trova.

[12] La fiducia nella Provvidenza l'Allamano lì ha inculcata; esempio: Conf. IMC, III, 28, 114, 229, 717: Questa espressione non si trova nelle conferenze.

[13] L'Allamano ricorda questo fatto di S. Ignazio: cf Conf. SC, II, 14; ma questa frase nelle conferenze non si trova.

[14] P. Gallea certamente raccoglie insieme pensieri conosciuti dell'Allamano sulla Provvidenza, ma questa frase nelle conferenze non si trova.

[15] Le parole «Il Signore farà il resto» si trovano in Conf. IMC, III, 638, sempre nel contesto nella fiducia nella Provvidenza, ma in un’altra frase.

[16] Queste parole non ci sono nelle conferenze, ma il Fondatore, in contesto simile, ha parlato di un “amalecita” per colpa del quale viene a mancare il pane e che lui vorrebbe scoprire: Conf. IMC, I, 182; anche: Conf. MC, II, 620.

[17] “Dio ed io” si trova in Conf. SMC, I, 117; III, 485.

[18] L'Allamano portava l'esempio di Francesco Saverio e di Teofano Venard come modelli di “santa crudeltà”, perché erano partiti per le missioni senza salutare i famigliari: Conf. SMC, !, 17, 479; II, 477; III, 348; Conf. IMC, I, 652; II, 482.

[19] Il criterio di tenere separate le missionarie dai missionari era chiaro per l'Allamano: cf. Conf. SMC, II, 247; III, 55. Questa precisa frase non si trova nelle conferenze alle suore.

[20] In Conf. IMC, III, 427 l'Allamano attribuisce la frase “raschiare...” a Mons. Gastaldi.

[21] Nelle conferenze ai missionari appare una sola volta: Conf. IMC, III, 326; mai in quelle alle missionarie.

[22] Questa convinzione certamente è del Fondatore. Questa frase non si trova nelle conferenze IMC. Idea analoga si ha in conf. SMC, III, 8, riferita alle suore.

[23] Queste espressioni non ci sono nelle conferenze IMC. L'Allamano usa il detto «Necessita incumbi»: Conf. IMC, I, 572, 579; III, 445, 452.

[24] Questa testimonianza di p. D. Ferrero, con parole abbastanza simili, si trova nei suoi “Ricordi del Ven.mo Padre”, pp. 21-22, n. 44: Archivio IMC.

[25] In Conf. IMC, I, 492 l'Allamano racconta l'incontro con il vescovo che lo nomina direttore spirituale e la sua obiezione di essere giovane, ma non ci sono queste parole.

[26] L'espressione non si trova tale e quale nelle conferenze alle missionarie; il giudizio negativo sulle mezze volontà è frequente: cf. per esempio Conf. SMC, II, 12; III, 293. Nelle conferenze ai missionari l'espressione è più esplicita: Conf. IMC, I, 169.

[27] Questa frase non c'è nelle conferenze, ma l'Allamano ha invitato le missionarie alla fortezza (essere “virili”), come per esempio: Conf. SMC, I, 276; II, 383, 384.

[28] Queste frasi, così come sono riferite, non si trovano nelle conferenze SMC, anche se queste idee sul rispetto alle missionarie il Fondatore le ha avute ed espresse per risolvere certi problemi di rapporto tra i due Istituti: cf. Conf. IMC, II, 253-254. L'Allamano ha insistito sulla fedeltà al suo spirito, ma l'espressione dello “spirito” ricevuto dal Signore “da dare a voi” non c'è così esplicita nelle conferenze.

[29] Nelle conferenze SMC il discorso dell'Allamano sulla Purificazione e alle postulanti è frequente, ma questa espressione non si trova.

[30] L'Allamano invita a dare importanza alle feste della Madonna, ma questa espressione non si trova nelle conferenze

[31] Queste espressioni ma sono pure riportate da: SALES L., Il Servo di Dio Can. Giuseppe Allamano…, Torino 1944, p. 457).

[32] L'Allamano è intervenuto diverse volte a parlare dei missionari e missionarie morti. Questa frase non si trova nelle conferenze SMC. Cf anche: Conf. IMC, II, 548 – 549.

[33] L'espressione latina “Heu mihi...” si trova due volte nelle conferenze IMC: II, 190; III, 560, ma in altro contesto.

[34] Il suggerimento alle missionarie di riparare le bestemmia con giaculatorie si ha in Conf. SMC, II, 130, 131, 465.

[35] L'idea di riparare le bestemmia con giaculatorie si ha in Conf. SMC, II, 130, 131, 465.

[36] L'idea si trova in Conf. IMC, III, 44, ma non l'espressione.

[37] Lidea dei sacrifici dei benefattori si trova in Conf. SMC, III, 330, ma questa espressione non c'è.

[38] Concetti molto presenti nella dottrina dell'Allamano, ma queste due espressioni non si trovano nelle conferenze ai missionari.

[39] Questa espressione riflette in lontananza quanto l'Allamano dice in Conf. IMC, I, 333-334, ma non è identica.

[40] Riferimento indiretto a quanto afferma in Conf. IMC, III, 427; però non è la stessa espressione.

[41] Un cenno molto indiretto in Conf. SMC, II, 343.

[42] Cenno indiretto in Conf. SMC, II, 343.

[43] L'Allamano ringrazia molte volte degli auguri che provengono dal cuore, es. Conf. IMC, I, 136; III, 548. Questa frase, così come suona, non si trova nelle conferenze ai missionari.

[44] L'Allamano ha detto alcune volte “mi sono fatto l'elogio”, riferendo subito tutto a Dio: es. Conf. SMC, II, 79; ma la seconda parte di questa espressione nelle conferenze alle missionarie non si trova.

[45] Della conferenza del 1° novembre 1914 c’è solo il manoscritto, che non fa cenno a questo fatto.

[46] Espressione detta in diversi contesti applicata ai giovani in formazione. Es.: Conf. IMC, I, 583; II, 630; III, 17, 510.