Originale autografo…, in AIMC
Gibuti 20 febbraio 1911 – ore 9 ant. N 3
Ci approssimiamo a Gibuti e per impostare la lettera sul bastimento devo farlo 1 ora prima dell’arrivo: quindi, come già a Port Said, nulla posso dirle del panorama di Gibuti: dico panorama perché ci fermeremo assai lontano dalla città e abbiam deciso di non scendere a terra.
Di questi cinque giorni nel Mar Rosso non ho che ripeterle il già detto del Mediterraneo: cioè mare sempre calmo e lo si percorse quasi senza avvedercene. Non però più il fresco del Mediterraneo, ma caldo crescente sicché la notte passa malamente essendo le cabine come altrettanti forni. Eppure qui siamo ancor nell’inverno… Cosa sarà nell’estate a Massaua che traversammo ieri senza vederla? Si comprende come l’equatore isotermico deviando dall’equatore geografico passi per Massaua e che questa sia detta come uno dei punti più caldi del globo. Basta, ci assicurano i domestici di tavola che nell’Oceano indiano pur traversando l’equatore sentirem meno il caldo che non qui: del resto, faremo come gli inglesi, che prendono il tempo come viene.
Della nostra salute dunque non ho che a ripeterle sempre bene; il caldo, essendoci alleggeriti di vestiario, non lo sentiam quasi lungo il giorno, essendo il ponte sempre ventilato. Solo la notte è un po’ cattiva, ma infine ci reggerebbe anche lei benissimo a questo viaggio: se però sempre fosse un viaggio eccezione come lo dicono i marinai che assicurano avere mai fatto 2 terzi di questo viaggio senza un sol giorno di cattivo tempo. Stamane piove dirotto e il mare sembra d’olio tanto è calmo: la pioggia è una delle ultime di questa stagione al nord dell’equatore. Le nostre pioggie a Mombasa essendo al sud, dovrebbero cominciar fra un mese o due, dicono qui i marinai.
Con questo bel tempo il bastimento guadagnò finora 1 giorno di viaggio e se continuasse così giungeremo a Mombasa la mattina del 27: ed a spiegazione del telegramma che di là le manderò
(che le perverrà 3 giorni prima di questa lettera) l’optime dirà tutto, cioè buon viaggio (nel mar Indiano) e buona salute di tutti. Se ci sarà Mr. Perlo ad incontrarci lo firmerò Filippo, e se non c’è, metto il mio nome. Dico questo perché con l’anticipazione di 1 giorno del nostro vapore, può darsi che egli non sia ancor là al nostro arrivo.
Di Port Said e del Mar Rosso ho ben poco da dirle. Port Said: una città moderna cioè tutte fabbriche recenti con grandi verande ad ogni piano fino al tetto. Queste verande son sostenute da colonne di ferro (o legno), piantate nel suolo e salenti fino al tetto, che di solito è piano all’uso orientale. Quindi per le strade si cammina quasi come sotto continui portici. Peccato che il pavimento di tali portici cambii livello ad ogni nuovo negozio, quindi non si fa altro che camminare per continui gradini, or alti or bassi. La città è tutta negozii, per lo più di generi occorrenti ai viaggiatori come valigerie, pliant, casq, cartoline illustrate sine fine dicentes, profumerie ecc. ecc., caffè, restaurant, hotel immensi… e tutto si riduce lì. Alcuni tram che vanno a passo d’uomo tirati da asinelli o muletti, poche vetture, e un mondo il più vario immaginabile. Senza parlar degli europei, vi si distinguono subito i turchi, i greci, gli indiani dall’aspetto il più antipatico… i neri di tutte le gradazioni, dal nero ebano lucido degli abissini… al nero olivastro degli egiziani e arabi. Ciò che stringe il cuore è vedere tante famiglie napoletane di suonatori ambulanti, con ragazzi e ragazzine, stracciati come…: alcuni con aria viziosa e sfacciata, ma i più con un aspetto buono, velato di malinconia simpatica. Poveretti! Comprendo perché i forestieri considerino talvolta gli italiani come una razza degradata.
Risaliti verso le sei pom. sul vapore infilammo il canale, mentre suonava l’ora del pranzo; terminato il quale e risaliti sul ponte, ci trovammo avvolti nelle tenebre; sicché dovemmo aspettar di vedere il canale nel mattino seguente. E veramente lo vedemmo allora quale ce l’avevan descritto come un fiume largo quasi come il Po a Torino, calmo; con un paesaggio ai due lati che non poteva imaginarsi [!] più desolato. Un deserto pianeggiante, rotto qua e là da dune di sabbia e collinette frananti da cui scorgevasi la lor formazione di sedimento… pochissimi gruppi di palme verdi ed arbusti spinosi con giunchi ed alghe e poi qua e là in prossimità del canale laghetti o meglio acquitrini limacciosi… qualche gruppo d’anitre selvatiche (le stesse che si cacciano poi in inverno nei nostri paesi) qualche mandra di bovine nerastre e magre come le 7 vacche d’Egitto, qualche cammello smunto e spelato camminante or al passo or al trotto montato da uomini vestiti da… donne. Ecco quanto si scorse nella 3a parte (che vedemmo noi) del canale. Verso la Palestina, sempre deserta pianeggiante e piccole dune di sabbia giallo-rosso, verso l’Egitto qualche collina giallastra, come già dissi, ma non un filo di verdura, fuori di quelle oasi di 10 o 20 palme caduna. Alle 11 del mattino uscimmo dal canale e si gettò l’ancora ad 1 chilometro dalla città di Suez. Nessuno scese, fuori di qualcuno del personale di bordo, che tornò presto, e 3 ore dopo ci rimettemmo in moto. Una giornata intiera durò l’attraversata dell’insenatura di Suez con la vista della terra da ambi i lati: si sperava contemplare il Sinai, ma non fu possibile che intravvederlo e direi quasi indovinarlo. Un’ostinata nebbia stava dietro a due catene di colline o mezzo montagne, dopo le quali dovea scorgersi la catena del Sinai con le tre punte a forma di pianoro caratteristiche, la più alta delle quali è il Sinai, ma questi tre massi chi dicea vederli chi no, io confesso sinceramente che vidi qualche massa scura nella nebbiaccia, senza però poter assicurar se fossero quelle montagne, o nuvole miste alla nebbia. E così finì la vista della terra ferma sino a stamane in cui entrammo nello stretto di Perim, svoltando a destra verso Gibuti. Nel mare vedemmo raramente pesci volanti… il più notevole è la fosforescenza notturna delle onde quando si cozzavano tra loro, ma specialmente nella scia della nave che pareva sempre illuminata da una luce subacquea, dandole un bianco opalino, latteo, proprio come piacerebbe all’A-bate Aleramo e a D. Capella. Fuori di questo nessuna specialità. Color del mare di un bleu più chiaro che il Mediterraneo (quando il cielo è sereno) e color grigiastro d’acqua sporca quando il tempo è coperto. Le stelle sono assai più lucenti di quel che appaiono a Torino. Col caldo soffocante che le dissi, si può far meno ancora che nel Mediterraneo: si celebra la Messa coi sudori e solo sul ponte si sta meglio grazie alla ventilazione.
Ho scorso qua e là il regolamento degli Artigianelli. Sarebbe però bene che V. S. se ne procurasse altra copia e si prendesse nota degli articoli, anzi dei numeri che desidera siano scritti qui d’accordo con Monsignore, senza tener conto di quelli che potrebbe fare V. S. o noi assieme al mio ritorno. Così resta semplificato e precisato il mio lavoro qui in Africa. Ciò ella può scrivermi colla prima posta del 3 marzo o almeno del 3 aprile e nello stesso mese io riceverei la sua lettera.
Arrivato a Mombasa concorderò subito con Monsignore le provviste che possono abbisognare d’urgenza, e glie le scriverò tosto, acciò le mandino con quel che lasciammo all’Istituto da spedirci. S’intende spedirceli con la prima partenza della linea italiana, da Genova; non da Marsiglia che costa troppo. Il movimento del macchinario sul ponte per prepararsi a scaricar merce a Gibuti, e un po’ di rullio della nave mi fanno scrivere pessimamente anzi m’obbligano a finire.
La Messa potemmo sempre celebrarla, ma con candele meli, perché quelle comprate dalle nostre Suore sono una vera porcheria: una candela lunga una spanna non durava per 2 messe: un gocciolare straordinario facendo un cumulo di colatura, e ciò nel Mediterraneo, con aria fresca, anzi senza vento essendo in una cameretta. Meriterebbe di dirlo al provveditore.
Non scrivo all’Istituto né alle Suore; li saluti tutti massime i cari aspiranti missionari. E tanti saluti pure ai nostri della Consolata.
Suo dev.mo in G. C. – C. G. Camisassa
