Originale autografo…, in AIMC
Dalla Fattoria 15 Aprile 1911 N 6
4 figli doppi e 1 metà
Amat.mo Sig. Rettore,
Dopo le poche linee che le mandai dalla sponda del Seca più non le scrissi, sapendo che non c’erano partenze di piroscafi, d’altronde nel viaggio-corsa, per così chiamarlo, non avevo neppur tempo di mettermi al tavolino. Ora dal 2 corr.te sono qui bloccatovi dalla stagion delle pioggie che s’iniziò il 6 corr.te con pioggia quasi continua durante ogni notte e qualche volta di giorno in cui però s’ha quasi sempre tempo coperto – La temperatura, di notte, è quella di Novembre piovoso a Torino e di giorno quella d’ottobre nei giorni coperti: una temperatura ideale, per cui anche tutti i missionari lavorano nei campi tutto il giorno, senza sentir il caldo anzi col freddo dalle 7 alle 9 del mattino e verso le 6 di sera – Ma torniamo indietro.
Al Seca restammo nel pomeriggio del dì in cui le scrissi, e notte seguente sotto la tenda, attardandoci il mattino dopo più del solito a rimetterci in marcia, cosa che non comprendevo e per cui sollecitavo inutilmente, sapendo che più tardi avrem sofferto il caldo. Lo compresi alle 8½ quando sull’atto d’avviarci vediam a spuntar da lungi e venirci incontro una carovana di parecchi bianchi, tutti sui muli e una trentina di guerrieri kikuiu in gran tenuta guerriera guidati da un nero che cavalcava un magnifico puledro inglese. Erano i missionari di Kaiciangiru colla squadra dei missionari e fratelli addetti ai lavori pubblici (cioè all’erezione dell’edifizio scolastico di Fort Hall) venuti (questi ultimi con due giorni di marcia) per incontrarmi al Seca. Erano una diecina dei nostri, tutti sui muli (che avean raccolti da tutte le Missioni); e con essi sul cavallo inglese il figlio unico di Kebàrabara, il gran capo (competitore, per importanza con Vambogo e Karoli) che comanda tutta la zona dal Maragua al Seca, ove son le nostre Missioni di Kaiciangiru e Iciagaki. Con un viaggio di 5 ore, egli con 30 guerrieri veniva a darmi il benvenuto, sull’ingresso de’ suoi dominii, mandatomi da suo padre vecchio ed immobilizzato per infermità. È un buon giovane dall’apparenza di 25 anni, che, stante la malattia del padre fa già da capo, e si mostra abitualmente favorevole ai nostri (avendo suo padre dimenticato le ostilità che correvano con P. Borda). Aveva calze e scarpe inglesi nei piedi – il solo caso veduto finora d’indigeni – con un doppio manto di pelli abbastanza preziose, molti ornamenti alle orecchie ed al collo, ed in capo un fascio di piume flessibili, pendenti e svolazzanti (del valore di 30 o 40 lire). I suoi guerrieri poi erano in gran tenuta cioè unti e bagnati di grasso e terra rossa, coperte pendenti sulle spalle e grandi ornamenti di penne d’uccelli sul capo.
La presentazione si fa – dopo l’abbraccio a ciascuno dei Padri e coadiutori – con strette di mani al capo e ai singoli guerrieri, che già più evoluti, mi risparmiano il tradizionale sputo sulla mano. Ci avviamo per la via della piana, carrozzabile fino al Makindo, il fiumicello dei leoni (dei quali al Seca avevam dalla tenda udito il ruggito). Al Makindo do addio alla mia carrozzella, che sarà condotta dal mio palafreniere fino a Fort Hall, e di là ricondotta indietro verso Iciagaki. Inforco il muletto che mi assicurano più fidato, e per un sentiero ripido scavalchiamo un gran collinone, fiancheggiandolo fino in vista di Kaiciangiro a cui s’arriva traversando alcune vallette e colline, e arrampicandoci poscia sul dorsale del gran collinone ove è la Missione. Un viaggio di circa 3 ore sul mulo, sotto un sole rovente, attraversando, nelle prime 2 ore grandi distese d’erbaccia ove pascolano pochi gruppi di bovine kikuiu, ed ove tratto tratto biancheggiano le ossa dei congoni e bovini divorati dai leoni che abbondano in questa regione – Nell’ultima ora cominciano le coltivazioni (banani, patate, meliga, miglio) che man mano si affittiscono tanto che par di camminare in mezzo a continui orti o giardini, dove però, eccettuati i banani, tutto soffre d’una lunga siccità. Questa essendo stata interrotta da alcuni temporali dei passati giorni, la gente è tutta sparsa pei campi per nuove semine, che affrettano per uscir presto dalla lunga carestia. Al nostro passaggio i lavoranti, e più veramente le lavoranti essendo quasi tutte donne, salutano festose il gran Patri munene, del cui arrivo son tutti informati – Il gran collinone su cui sorge la Missione ha un grande rialzo sul dorsale, e vi si sale per uno stradone – pulitissimo per l’occasione – largo dieci metri e lungo come dal Po alla Villa della Regina: è un formicaio di gente tanto fitta che a dir poco sono da 10 a 12 mila persone, gesticolanti e saltellanti di gioia, e sporgenti a gara le mani perché le stringiamo. Tra esse s’aprono a stento il passaggio le Suore che vengono ad incontrarci a metà della salita. Le saluto cavallerescamente scendendo dal mulo – per dar loro questa dimostrazione in faccia alla gente – poi risalgo e ci avanziamo stentatamente, per la ressa dei presenti, fino all’ingresso del recinto della Missione passando sotto un arco trionfale, alto non meno di 12 metri, riccamente drappeggiato con tela imprestataci gratis dall’indiano che ha già messo su un negozio da marsé in vicinanza della Missione. Il recinto della Missione occupa tutta la cima di quel colle per un’estensione di 10 mila metri q.ti e vi sono due belle casette in legno (distanti fra loro 50 metri) quella dei Padri e quella delle suore; fra esse un po’ distanziata la cucina, poi in un canto una tettoia chiusa pei muli, maiali, pollame, legname ecc.
Nel centro un grazioso tappeto di fiori, ché così va chiamato il giardinetto centrale, ampio come quello del Convitto, diviso in canestre e bordure che farebbero invidia a quelle del giardino di Pietro Micca, davanti alla Cittadella. Passiamo nella Cappelletta – per ora una stanza della casa Suore – ed usciti si va a far un giro fra la gente che ha ormai riempiti i cortili della Missione. Si dividono al solito, nel gruppo dei giovani che cominciano tosto a danzare, delle ragazze che attorniano i danzatori, e fan gruppi da sole; poi i vecchi tutti accocolati [!] per terra in tanti crocchi da 50 a 80 persone. Ad essi fu tosto servito lo ngioi in tante zucche da essi medesimi portate, mentre i giovani stanno a bocca asciutta; alle donne poi si distribuì più tardi un poco di sale, il regalo da esse favorito. Non descrivo il colore delle mie mani obbligate a stringer quelle di tutti… umide e bisunte di grasso e d’ocra… ma bisognava far dello spirito, poi mi si avvicinavan tutti con tanta cordialità ed espansione, quasi tra amici di lunga data! Peccato che del linguaggio kikuiu poco o nulla era ancor entrato nel mio cervello, ma via…, con dei muega, e moriega, e tiguoni oro… si contentava tutti. Verso le 2 pomeridiane finalmente ci sedemmo a tavola sotto la veranda – eravam 17 bianchi… (senza le Suore), forse e senza forse non son tanti gli inglesi residenti nel Kikuiu nostro. Inutile descrivere l’allegria, colle parlate e letture e brindisi, ai quali io risposi poi al mattino seguente (in seguito alla parlata di P. Gillio) dopo la Messa, commentando quasi letteralmente le parole di S. Paolo nella lettera ai Romani [c. 1] dal vers. 7 al 12. Frattanto i già soddisfatti d’aver veduto la gran bestia del Patri munene, cominciavano ad andarsene, altri però ne venivano, tanto che fu una vera processione fino alle 6 di sera – che è la notte per questa gente – e allora se ne andò anche il figlio di Kebarabara (dopo che l’ebbi regalato di un impermeabile americano da £ 12), superbo del trattamento fattogli da noi. Dire che tra i venuti al mio arrivo, e quelli passati più tardi, gli accorsi furono 15 mila è un minimum; e non fa stupire, avuto riguardo al numero degli abitanti che nel recente censimento risultarono 30 mila nel solo raggio d’un’ora e mezza attorno a questa stazione (cioè nel raggio a cui si arriva colle visite giornaliere).
Il territorio di questo primo tratto del Kikuiu è costituito da tre catene di colline parallele, che partendo dal Kinangop scendono tortuosamente, come enormi serpenti, fino alla piana di fronte al montagnone isolato detto Donio Sabuk. Tratto tratto sul dorso delle colline s’ergono dei cucuzzoli – come il monte a Torino – su uno dei quali sorge la Missione da cui si domina tutto il paese fino a Vambogo a nord, e Niere a nord ovest. Da ogni catena di colline si staccano ai 2 lati collinette disposte trasversalmente, come si dice a spina di pesce; poi queste collinette si ramificano ancora in altre colline più piccole tanto da rassomigliare ai corni d’una renna od ai rami d’euforbia. È un intreccio così ingarbugliato che non si sa come nelle pioggie l’acqua trovi la strada per scendere giù alla piana dell’Ukamba. Nelle infinite insenature, al riparo dei venti e circondati da bananiere sorgono, o si direbbe meglio s’intanano i villaggi con una media di 20 capanne caduno (ce ne son da 10 fino a 30, o 40) e son talmente avvolti nella verdura che ci vuol un occhio già impratichito per discernerli. Non è possibile trovar 500 mq. di terreno piano cioè orizzontale: sempre in salita o discesa, con pendenza quasi mai inferiore al 30 o 40 per cento. È un bel gusto percorrere questi sentieri che non sanno scavalcar le colline che in line retta, evitando la tortuosità che tanto faciliterebbero la salita, come fa la strada di S. Ignazio.
Se poi, come successe quasi sempre a me, si percorrono dopo una pioggia, la terra è così sdruccevole [!] che bisogna spesso scender dal mulo, che o non può salire per la troppa ripidità, o viceversa sdrucciola e cade per la troppa discesa. Ho voluto farle questo po’ di descrizione, perché la si potrebbe ripetere ad litteram per tutto il Kikuiu colla sola variante che le colline son più piccole e più frastagliate a Iciagaki, Mogoiri e Karema, mentre son collinoni e quasi montagne da Vambogo a Moranga e su su per tutta quella linea fino a Niere e Tusu (ove son vere montagne come a S. Ignazio colla variante d’esser più rivestite di verdura come la montagna dietro a Tortore). Ma torniamo alla storia del mio viaggio.
Con tutti i Padri e coadiutori componenti la squadra detta dei lavori pubblici partiamo alle 2 pom. alla volta di Iciagaki, un percorso che si diceva di 3 ore (ché i Padri delle 2 missioni vengono sovente ad incontrarsi a metà strada e si confessano ivi in un boschetto) ma ne esigette 4, sicché arriviamo presso alla Missione che s’annottava; e la gente che m’attendeva fin da mezzodì, s’era in gran parte squagliata, non usandosi qui viaggiar la notte perché è la località del Kikuiu che più s’avvicina alla piana, ed i leoni vengono a farvi frequenti visite notturne e talora anche diurne. C’erano tuttavia un 500 persone col capo Ndegua (il bue, così suona in kikuiu Adegua, ed è veramente l’uomo più grosso che abbia visto nel Kikuiu: è perciò tutt’altro dal ritratto pubblicato da D. Luigi nel periodico ultimo) ed i suoi guerrieri: una cinquantina. Per sua norma i capi che comandano nel Kikuiu sono tre principalissimi – Kebarabara, Karoli, Vambogo: ma poi vi sono tanti capi e capetti che comandano, dipendenti da quei tre, chi un’intiera collina (rogongo), chi solo un tratto di quelle grandi colline. Ndegua era uno di questi sottocapi e non so quante collinette comandi (compresa fra queste la località della Missione) poiché venendo da Kaiciangiru contai fino a 10 le vallette e rispettive colline attraversate, e poi udito che non eravam ancor a metà strada, cessai di contarle. Dunque Ndegua, il nemico dei primi tempi, è ora divenuto amico, e pare proprio sincero; difatti fu quello che fece il miglior ricevimento ufficiale. A cinque minuti dalla Missione era là co’ suoi guerrieri attorniando una diecina di catechisti, e, più nel centro, P. Rolfo e le Suore della Stazione. Abbracciato quello e salutate queste al solito, vado incontro a lui che mi sporge seriamente la mano e poi tosto si ritira 4 passi indietro accennando ad uno degli allievi catechisti di parlare. Questi con un discorsetto in kikuiu di 3 minuti mi dà il benvenuto a nome del Patri, delle Muari, dei catechisti, e di Ndegua e suoi guerrieri dicendosi tutti felici ch’io fossi venuto di sì lontano a vederli… ecc. ecc.
Dopo il catechista parla Ndegua stesso con voce sommessa, un po’ tremante e con tono di basso. Parlò 5 minuti da solo con espressioni veramente adatte e felici (Monsignore me le traduceva ad una ad una) e si protestò amicissimo del Patri e Suore, lui e tutto il suo popolo, si rallegrò che io avessi fatto sì lungo viaggio in buona salute, augurò ogni benedizione di Ngai a me, ai miei parenti d’Europa; e che potessi andar e venire per tutto il Kikuiu senza incontrar male bestie, né alcun nemico, e che facessi poi saper a tutti e nel Kikuiu e in Roraia (Europa) che egli e il suo popolo volevano un gran bene ai Patri ed a me ecc. ecc. Dissi due parole in riposta a P. Rolfo acciò gliele traducesse, ma Ndegua rivoltosi a tutti i neri che l’attorniavano riprese a parlare con frasi brevi e staccate, che tutta la gente ripeteva ad litteram: erano benedizioni di ogni sorta che egli m’invocava da Dio a nome suo e di tutto il popolo… insomma ci trattenemmo un buon quarto d’ora – mentre annottava rapidamente – in questi complimenti, e poi egli colla magica bacchetta accennò alla turba di dividersi e lasciarmi il passo verso la Missione a cui mi avviai, seguito da lui e da tutti i presenti. Due ore dopo, mentre cenavamo egli ritornò, con 2 altri sottocapi pur presenti al 1° ricevimento, ma che non avean parlato: me li fece seder accanto e, come gran dimostrazione di stima, diedi a ciascuno una tazza, o meglio un bicchiere di ferro stagnato, ripieno di caffè, che tracannarono, bollente come era, d’un fiato. Con lui era una gran turba, circa un migliaio di persone che sfilarono a contemplarmi curiosamente, colle solite strette di mano e poi passarono tutta la sera con schiamazzi, balli e canti in mio onore fin verso le ore dieci, ora in cui ci ritirammo pel riposo.
A mezza notte uno scoppio di grida selvaggie ci desta tutti di soprassalto: era il gruppo dei 30 e più nostri portatori che mentre già dormicchiavano a ciel sereno attorno all’immancabile loro fuoco, erano stati svegliati da una grossa iena gettatasi in mezzo a loro per afferrar qualche osso del montone da essi divorato. I neri hanno una paura tremenda d’esser toccati in qualche modo dalla iena, perché ciò vuol dire che ella richiama alla morte, ed è perciò che erano scattati su come tante molle, gridando come ossessi e inseguendola poi per un po’ coi tizzoni tolti dal fuoco. I missionari che dormivan vicini alla mia cameretta, compresero subito dalle grida di che si trattava, e mi dissero di starmene tranquillo. E lo fummo fino al mattino al suono della levata, disturbati però ancora da due o tre riprese di un grosso temporale i cui goccioloni battendo sul tetto di lamiera della casa facevano un fracasso indescrivibile.
Il mattino la solita funzione e discorsetto di P. Rolfo, poi battesimo d’un bimbo figlio d’un catechista (lo chiamai Apostolo e ne scriverò a P. Apostolo; come già a Kaiciangiru un battesimo idem col nome di Giovanni Macario – scriverò io alla vedova). Dopo le funzioni verso le 9 comincia a venire la gente, e passarono forse 2000 persone… Però il concorso era stato disturbato dalla pioggia di 2 giorni prima e della notte scorsa, in seguito alla quale tutti erano corsi nei campi per piantar patate dolci, ed aver presto di che interrompere il forzato digiuno prodotto dalla passata siccità. Dico piantar patate, perché queste non si seminano, ma si pianta solo un pezzo del tralcio aereo. Queste pioggie ripetutesi poi quasi ogni notte – e talora anche di giorno – durante il mio viaggio pel Kikuiu, disturbarono poi molto i ricevimenti, ché la gente, morta di fame, era tutta pei campi a seminare e piantar di che sfamarsi.
La Missione di Iciagaki è pure situata sul dorso della collina ed in centro assai popolato (il censimento, come sopra, diede 18000 anime), però le capanne dal lato della piana non si estendono oltre un’ora dalla Missione. La popolazione poi è meno lavorata dai missionari che non a Kaiciangiru, perché Iciagaki è stazione molto più recente e con meno personale (1 missionario e 3 suore). La gente era affabile e benevola ma non si scorge ancora tutta quell’apertura di cuore e confidenza come tra quei di Kaiciangiru. Dirò anzi che la popolazione è più selvaggia e più ottusa a Iciagaki, mentre a Kaiciangiru son caratteri più aperti e intelligenti.
Alle 2 pom. si parte per Fort Hall; la stessa comitiva precedente, e tutti sui muli, ché, come dissi, li avean raccolti da ogni Missione, fra cui i 2 muli di P. Gillio e P. Toselli. La strada, o meglio il sentiero è sempre quale ho detto sopra, un saliscendi continuo, e in 2 ore siamo al Maragua, il fiume che divide il dominio di Kebarabara da quel di Karoli. Sul magnifico ponte in cemento (uno dei più belli visti finora nel mio viaggio qui) ecco farmisi incontro a cavallo il capo indigeno di Fort Hall, o piuttosto della regione attorno al forte; un giovane sui 20 anni riconosciuto capo locale poco tempo fa dal Governo inglese. Aveva bazzicato sempre per la Missione fin dai primi tempi della fondazione, è quindi amico particolare di Monsignore e di P. Gays, e favorevole in tutto alla Missione. Anch’egli col codazzo di una trentina di guerrieri in alta tenuta – unti, bisunti, lancie, catenelle, piume sul capo ecc. ecc. – Le solite strette di mano al capo, poi a tutti i suoi, e poche parole sue e di Monsignore a lui, e tosto ci mettiamo in viaggio ché eravamo ancor distanti due ore e mezza da Fort Hall. Al Maragua rientravamo nella strada carrozzabile, e la mia carrozzella era lì ad attendermi. Vi salgo sopra e giù di corsa alla volta della Missione.
Il paese qui cambia un po’ aspetto, le belle e verdeggianti colline si fan più rade, e si passano anche colline pietrose e spoglie quasi di vegetazione; son colline pianeggianti, ché qui siam proprio sul limite della piana d’Ukamba. Villaggi radi raggruppati nei siti ove c’è più vegetazione, poi lunghi tratti e colline incolte con boscaglia, e più sovente soli cespugli (la kesakka) ed erbacce secche. Traversiamo vari fiumicelli finché vediamo d’un tratto spuntar la Missione sulla sommità d’una grossa collina spiccante fra le altre per l’abbondante vegetazione. La strada però è ancor lunga e, pur coi muli alla corsa in tutti i tratti che non sono in salita, s’arriva a Fort Hall che è già quasi notte. La strada passa accanto al forte (due o tre case in pietra, di 1 sol piano, poi le numerose capanne allineate degli ascari) e di lì prendendo la strada detta di Karoli, che da Fort Hall va fino a Tusu, in 10 minuti si arriva alla Missione, dove P. Bertagna mi viene incontro a pochi passi dal recinto e le Suore m’attendono nel cortile essendo già notte.
D’indigeni qualche centinaio dispersi lungo il percorso dal forte alla Missione, tutti gli altri se n’erano andati stante la notte. La solita prima visita al Padrone di casa nella Cappella del nuovo edifizio scolastico che s’impone a primo aspetto colla sua altezza di 2 piani: costruzione robustissima in legno, la sola vista finora che possa competere con quelle di Mombasa e Nairobi. Non visitiamo gli altri 4 edifizii della Missione, essendo notte e mancando ancor l’illuminazione pubblica… neppure a gaz… e messici in assetto andiamo a cena, ove si combina l’orario delle funzioni pel dì seguente. Pioggia la notte… pioggia, a riprese, il mattino seguente, per cui la popolazione è un po’ impedita di venire. Tuttavia un migliaio di persone sfilò nella mattinata pel cortile della Missione, assistendo (di fuori) alla Benediz. della scuola, Battesimi e Messa solenne con assistenza pontificale. La benedictio domus Scholarum è assai lunga nel rituale e durò una buona mezz’ora compiuta con la maggior possibile solennità; seguirono 7 battesimi (pro adultis) di 7 catechisti dai 18 ai 25 anni; poi la Messa solenne cui assistette dalla Cattedra Monsignore. Di clero eravamo a sufficienza, servendo anche i catechisti col solo loro manto, a piedi scalzi, la musica poi di P. Aimo, Dal Canton, Benedetto e Compagnia si fece grande onore. Noti che oltre P. Bertagna, la Società dei lavori pubblici…c’erano ancor qui P. Morino e tutti i venuti ultimamente dall’Italia eccetto P. Rossi lasciato a Limuru e P. Perrachon lasciato a Iciagaki.
Le funzioni durarono tre ore e mezzo e riusciron veramente solenni: era la prima volta che davo il battesimo col formolario adultorum. Dopo la funzione passai a salutare tutti gli accorsi, divisi, come al solito, nei rispettivi gruppi di anziani, giovani circoncisi, donne e ragazze, poi ragazzi incirconcisi. In tutti la solita cordialità, però qui la gente al contatto dei bianchi del forte, ascari, e quella peste di indiani mercanti, non è più così semplice… e neppure così curiosa… si sente l’indifferenza che invade… col approssimarsi alla civiltà irreligiosa. Ad ogni modo son tutti benevoli verso la Missione, quantunque l’opera d’evangelizzazione non faccia strada come in tutte le altre Missioni. I caseggiati, sparsi sopra una superficie di 20.000 mq. sono 5. La 1a casa delle Suore (in pietra, ma che ora minaccia per cedimento del terreno) la nuova bella casetta in legno per le Suore, caseggiato nuovo in pietra per magazzino, cucina in pietra, poi il grande edifizio per le scuole ai figli dei capi lungo 20 metri e largo 6,50: con due grandi scuole al piano terreno e refettorio e sala di ricreazione, e due ampi dormitori al 1° piano. È tutto in legno incatramato, ricoperto di lastre zincate ondulate: con numerose grandi finestre, pavimento in asfalto al piano terreno ed in legno al piano superiore con soffitto pure in legno. Due scale alle 2 estremità longitudinali mettono dal cortile al 1° piano. Così si potran fare 2 classi pressoché pienamente distinte. Per ora la parete dividente le 2 scuole essendo in legno era stata provvisoriamente tolta risultandone un salone lungo 15 metri, che per le funzioni fece da Cappella, era tappezzata con molto buon gusto ed eleganza con profusione di fiori freschi e verdura. Alle 6 di sera si volle tenere una grande accademia: discorsi, prosa e poesia in 7 lingue (italiano, inglese, piemontese, padovano, Kikuiu, Ukamba, Massai) di cui 5 parlate o lette dai catechisti (eccettuata cioè la piemontese, P. Gays, e il padovano P. Dal Canton). E frattanto molti passi musicali eseguiti in modo che potevano far invidia a quei dell’Istituto. Era presente il capo di Moranga (di cui ho parlato) coi principali suoi guerrieri ed una ventina di catechisti. A tutti si passò lo ngioi; a noi e al capo caffè, paste e vino. Una serata di 2 ore che lasciò grande impressione negli indigeni, massime per l’abilità e scienza dimostrata dai catechisti.
Naturalmente anch’io dissi parole di circostanza…come già e poi in altre Missioni.
Pioggia nella notte e nel mattino finché al primo squarcio di sereno partiamo alla volta di Mogoiri, per la strada carrozzabile di Tusu. Lasciammo qui P. Dal Canton e P. Savio con 2 fratelli pel finimento locale scuole, e P. Gabriele, Cavallero e Umberto inviati a Vambogo. Dopo mezz’ora di viaggio ricomincia la pioggia, non però dirotta, sicché continuiamo così per 3 ore fino al sito di Lueno, pel quale ebbe luogo quella lotta col protestante Mac Gregor nel 1903 e 904, e che dovemmo lasciargli per aver noi altre Missioni più importanti. È a circa metà strada da Fort Hall a Tusu, in situazione bellissima, non però popolata come quella delle nostre Missioni.
Qui abbandoniamo la via carrozzabile, e rimontato il mulo prendiamo il sentiero per Mogoiri, a cui si arriva in 2 ore e mezza, attraverso a collinette ricche di vegetazione e popolatissime, come e forse più che a Kaiciangiru. La popolazione è tutta sparsa pei campi a seminare, perché nel Kikuiu il terreno si può lavorare (anzi si lavora meglio) immediatamente dopo la pioggia, perché appena ricomparso il sole asciuga rapidamente alla superficie ed è sempre egualmente friabile, sia calpestato o no.
Dai campi, tutti ci salutano festosamente, chiedendo notizie del Patri munene, molti si scusano di non poter venire alla Missione pel bisogno di lavorare pressati dalla fame… a tutti bisogna rispondere, ed è una continua chiacchierata cordialissima per tutto il percorso. Mogoiri, anch’essa posta sopra un rialzo di un lungo collinone l’avevam già vista molte volte nel viaggio da Kaiciangiru fino a Moranga. Il quadrato di alberi (blak vattle) d’un verde scuro che attorniano le case della Missione le davano l’aspetto di un turrito castello, con nel centro una torre più alta: è l’albero-campanile che fu già pubblicato sul periodico 4 mesi fa. Un 500 persone stanno sfilate ai 2 lati della stradicciuola che mette nel giardino d’ingresso – un quadrato di m. 40 x 40 – letteralmente occupato, di persone pigiate come aciughe [!], e dietro ad esse, nei cortili della Missione, assembramenti di soli uomini e sole donne: in tutti da 8 a 10 mila persone, acclamanti al solito appena io spunto tra loro e mentre abbraccio P. Barlassina e saluto le Suore. I fabbricati della stazione, anche qui come a Kaiciangiru e Iciagaki sono completi e bellissimi: casa in legno Padri e casa idem Suore distanti tra loro 50 metri, poi cucina in pietra… e dietro le 2 case la chiesa per gli indigeni, un gran capannone lungo 10 metri e largo 5. Mi conducono subito sotto l’albero-campa-nile (s’intende sempre mentre la campana non cessa dal suonar a festa) e lì, sotto un grazioso baldacchino improvvisato, sediamo Mons. ed io su seggioloni ivi disposti e davanti a noi seggono, sopra una panca, 5 capi locali, a nome dei quali s’alza un vecchio svicci, aggrinzito, che fa una lunga parlata a nome dei capi e del popolo: rallegramenti, al solito, proteste d’attaccamento, auguri e benedizioni. Fo rispondere da P. Barlassina, mentre siam serviti di caffè e rinfreschi dalle Suore, e finiamo col passar a ciascun capo una tazza di caffè: sommo onore bere all’europea! La cerimonia dura mez-z’ora poi scendo dal trono (che par una cattedra vescovile) e passiamo nei cortili a salutar tutti nella solita confusione, sempre coi 5 capi ai fianchi, e così siamo alle 2 pom. e si va a pranzo.
La popolazione (dal censimento 23 mila ad 1 ora e ½ attorno alla Missione) mi colpisce subito coll’aspetto generale di bonarietà e semplicità… direi quasi che paiono un po’ ndurmì, come i paesi del Collegio elettorale di Grosso Campana. Non son propriamente quei di Lagnasco, ma han fama, nel Kikuiu, d’esser i meno svegliati… come quei della Provincia di Cuneo. Ciò perché sono i meno belligeri del Kikuiu; ed è naturale, perché Mogoiri è proprio nel cuore del Kikuiu, e son naturalmente difesi dalle tribù che li attorniano, e che confinano coi Massai delle piane. I lor difensori però non facevan gratis, in illo tempore, quel mestiere, ché ogni volta ch’era[n] battuti dai Massai (e l’erano assai sovente) si consolavano e compensavano con una scorreria nei paesi di Mogoiri e Karema (i più ricchi e agricoli) servendosi ad libitum di bestiame e prodotti del suolo. Di qui la fama a questi di bun a nen. Viceversa per la religione paiono i più ben disposti e imparano facilmente il catechismo che amano ripetere – non sub ficu come gli Ebrei – ma all’ombra profumata e deliziosa delle loro splendide e numerosissime bananiere che attorniano ogni villaggio. Per essi la parola del Patri è verbum veritatis in tutto il senso della parola; han poi un’espressione di bontà e confidenza, che ci si sente tirati ad amarli… come da noi dicono che i bambini si farebbero mangiare. Al Karema, che come dissi è un paese solito ad esser depredato – in altri tempi – come quel di Mogoiri, non furono fatalisti e rassegnati come questi, ma, più vivaci, se ne risentirono ed impararono il mestiere di rubare alla lor volta agli estranei, ed han ora la fama di quei di Riva di Chieri. Ma lasciam le digressioni. Di feste in chiesa non se ne fecero alla Missione di Mogoiri: furono trasportate tutte al collegio che dista 7 minuti dalla Missione. È posto sulla stessa collina di Mogoiri, dalla quale si stacca uno sprone come il monte della Bastia rispetto a Tortore; e su quella vetta, donde per 3 lati scende la collina a picco, posa come in un romitaggio il collegio dei catechisti, che contempla come a’ suoi piedi Karema, Niere ed ha di fronte (a 20 Km) Vambogo, Gatturi, Kaetti. È una posizione incantevole, la vetta di quello sperone ha nel centro un grosso caseggiato in legno (chiesa e abitazione P. Gays) e 2 lunghi capannoni in rami e terra coperti di isange (paglia), abitazioni e scuole dei catechisti. La chiesa è capace di 100 persone, ed è costrutta in modo che può ampliarsi, o meglio allungarsi a piacimento. Qui il mattino del dì dopo il mio arrivo a Mogoiri si fece la funzione: battesimo di 8 catechisti (dai 18 ai 24 anni) more adultorum, poi messa solenne, musica ecc., indi ritorno alla Missione con gran pranzo; e poi la sera un po’ d’accademia dei catechisti. La visita a questo seminario del Kikuiu com’era la più bramata da me, così fu quella che mi ha più consolato. Basta un’occhiata a tutti questi giovani (al Collegio sono una ventina, oltre gli ancor aspiranti e residenti in numero di 6, o 7 in ciascuna stazione) e senza essere scrutatori d’anime si scorge subito nei loro lineamenti la trasformazione operata dalla grazia.
Oltreché han tutti un aspetto svegliato e aperto, han qualche cosa di più composto nei lineamenti del volto, dal quale pare siano scomparsi i tratti caratteristici di tutti gli altri giovani del paese selvaggi o semiselvaggi. È come una beatella tutta di chiesa, che si distingue a prima vista dalle coetanee che non siano dedite alla pietà. E questo, senza traccia d’ipocrisia e doppiezza: insomma possiam dirli con tanto orgoglio le più belle nostre speranze. Ognuno ha al suo attivo dei sacrifizi non mediocri e degli atti di virtù non comuni, compiuti con la più grande naturalezza e semplicità: tutti poi animatissimi di spirito di proselitismo: i più han già convertito parecchi membri delle loro famiglie e guadagnano dì per dì i loro compagni non di scuola, che qui non c’è – ma di divertimenti e sollazzi dell’età –. Questi giudizi posso darli con una certa qual sicurezza, perché questi 30 e più catechisti venuti, come già le scrissi, ad incontrarmi al Seca, mi accompagnarono per tutte le Missioni visitate, fino al mio arrivo al Collegio, ove li lasciai quasi tutti, facendone solo più venire 6 a Vambogo per battezzarli colà, essendo di quel paese.
Il mattino seguente di buon ora si parte per Tusu. Due ore e ½ sul mulo fino a Lueno, ove raggiungiamo la via carrozzabile, e proprio in quel punto troviamo attendato Karoli diretto a Moranga. Avvertito dal suo seguito del nostro avvicinarsi s’era rinchiuso nella sua tenda – pare per far toeletta – e dovemmo aspettarlo un 10 minuti. Uscito mi si fa incontro con aspetto ilare ed un fare aperto, stringendoci ripetutamente la mano, stavolta non più inumidita di sputo, che egli è già all’altezza dei bianchi. Fu un saluto espansivo come tra amici di lunga data, e godette assai quando gli dissi che lo riconobbi subito dal ritratto che di lui tenevamo in Roraia; e che lo ringraziavo del favore sempre prestato ai missionari, l’encomiai della bella strada carrozzabile di Tusu (la sua ambizione e quasi passione: non potendo più comandare in guerra). Mi servì ripetutamente di ngioi, che questa volta mi piacque veramente, avendo il preciso gusto del gazeuse, e si discorse per mezz’ora tra Monsignore e lui, che ci raccomandò d’andar a vedere la casa sua, sua madre e di servirci colà di tutto il suo come roba nostra. Ci salutammo colla stessa cordialità, ed io salii sulla mia carrozzella, pronta là ad attendermi, e giù di corsa verso Tusu. La via era lunga, con frequenti salite e discese – a pendenza moderata però – e impiegammo 4 ore per giungere a Tusu da Lueno. La strada presentava delle difficoltà veramente serie nel tracciato, ma un po’ sulle indicazioni dei nostri, un po’ col molto suo buon senso Karoli le superò benissimo, e la strada in massima parte potrebbe star in Piemonte e degna d’ammirazione. Dissi 4 ore, notando che spesso la vettura correva, ché a piedi occorrono almeno 5. Avanzandoci verso
Tusu il paese si fa sempre più montuoso, e la collina sul cui dorsale sempre camminammo (scendendo in fine nella valle) e che da Moranga fila ininterrotta fino a Tusu, è divenuta qui una montagna, come quella che divide Pessinetto da Coassolo: però tutta coperta di verdura con sprazzi di boschetti, finché dietro a Tusu è tutta boschi e selva; la selva distrutta (in apparenza solo rarefatta) dai nostri vandali della sega, sotto la mano feroce di P. Cagliero, il terrore dei boschi, come lo chiamano qui.
Si arrivò alla Missione alle 2½ pom. con ricevimento di qualche centinaio di persone (gli altri – donne erano ad un gran mercato – e gli uomini in massima parte all’estero, come quei delle nostre vallate di Lanzo vanno in Francia). La stessa cordialità e festosità d’accoglienze, ma un’impronta generale di mutismo e quasi di riserva, la caratteristica dei montanari piemontesi, ripetuta letteralmente in Africa. Si va subito a pranzo; dopo, una gita in vettura al villaggio di Karoli per ivi salutare la sua madre (com’egli ci aveva invitati a Lueno) e la sua prima moglie. Sono 60 capanne d’abitazione (più altrettante pei viveri) addossate le une alle altre, grandi e alte, molto ben fatte e ben tenute, con nel mezzo una casa di pietra ad 1 solo piano-terreno e tre camere, una col letto di Karoli, piantato su 4 pali e racchiuso da una tenda, e 2 camere per le ricchezze di Karoli: cioè poche pelli d’animali della foresta, i suoi vari abbigliamenti (coperte, pelli, lance, cappotti di piume) molte zucche per terra con… niente dentro, e qualche sacchetto di sementi varie. Era tutto il suo tesoro. La madre di Karoli è una vecchietta sui 75 anni ma svelta ancora e linda: anni fa ammalò a morte e fu battezzata, è tutta per la Missione: la 1a moglie di Karoli è una donnetta sulla cinquantina, dall’aspetto intelligente, velato però di mestizia essendole morta tutta la figliolanza. Ci accolse con cordialità, alla Kikuiu, cioè senza alzarsi da terra dove attendeva a cernere fagiuoli; ma è di prammatica che le donne non interrompano il lavoro per nessun motivo.
Tornando alla Missione ci fermammo sul sito ove fu impiantata la 1a volta la tenda dei 2 primi missionari: un cumulo di pietre e terra segna ancora il posto della casa di Boice che fu la prima casa e cappella dei nostri; dista 5 minuti dalla residenza attuale della Missione, e meriterebbe vi si erigesse una croce. È una bella posizione, ma un po’ troppo ventilata.
Il mattino seguente, solita funzione mia, con un discorsetto di P. Balbo, poscia andiamo – io e l’Assistente in vettura, gli altri tutti sui muli alla Sega – per una strada magnifica intagliata nel fianco della montagna. È un percorso di un’ora e mezzo a piedi, la strada carrozzabile fu costrutta da Karoli, sotto la direzione dei nostri, in compenso di un bel ponte in legno che essi gli costrussero sul fiume Tusu presso il suo villaggio. Entriamo nella foresta, cioè nei residui della foresta seminata d’alberi non buoni per lavori (ché tutti gli utili furono tolti) e dopo 10 minuti eccoci alla segheria. È un mezzo paese… giudicato secondo i criteri locali: una lunga e ampia tettoia con 10 macchine – roteanti tutte in quel momento rumorosamente sotto la guida dei neri – due lunghissime tettoie (capannoni) ripiene di legname già segato in stepponi, altre tettoie pei bagni e per la spalmatura dei legni lavorati; poi pel deposito dei lavori già pronti per la spedizione. Tutti questi caseggiati posano sopra uno spianato alto 20 metri sul livello dell’acqua del Massioia, e salendo poi altri 50 metri più in su, trovasi la casa d’abitazione posta pittorescamente sopra un piccolo rialzo sul piano della montagna, attorniata da un bel giardino e da un orto pieno di legumi europei.
Questo caseggiato è solo di rami e terra, coperto d’isange e comprende, oltre le stanze dei Padri e coadiutori, anche la cappelletta, ove pregammo e poi demmo la Benediz. col SS. Tutto il personale della Missione di Tusu era presente e si pranzò colla solita allegria; discorso di P. Cagliero e mia risposta d’incoraggiamento agli oscuri lavoratori, o piuttosto lavoranti nell’oscurità, ma che dall’oscurità della foresta come i macchinisti e i fuochisti nel fondo d’un bastimento, concorrono a far camminare la gran nave… delle Missioni. Si passò poi a visitare il canale che porta l’acqua alla turbina: è un’opera meravigliosa, per quel sito: fu tagliato nel fianco d’una montagna che scendeva a picco, e il taglio in certi punti è alto 5, 6 metri sulla sponda del canale il quale è poi infossato fino a 2 metri, intagliato or in terreno tufaceo or nella viva pietra. Davvero che fa stupire siano riusciti a tanto coi soli mezzi che avevano a mano, e operai inesperti. Alla diga l’acqua entra maestosa e calma nel canale, e da anni non furonvi più guasti per le piene che pur sono terribili. Si girò un po’ per la foresta, poi una visita alla tomba di suor Giordana con un De profundis ed alle 5 ritorno alla Missione.
Dalle 6 di sera fino alle 7 del mattino pioggia torrenziale, poi pioggerella tranquilla fino alle 8½, appena cessata la quale si parte tutti sui muli alla volta di Vambogo: eravam solo più 5 viaggiatori bianchi – Mons., io, P. Cagliero, fratello Luigi ed 1 Suora che veniva per prepararci un po’ di pranzo al passaggio del 2° Massioia detto di Mbaria. Traversiam subito il fiumicello Tusu e per una straduccia mulattiera tagliata nel fianco della montagna montiamo su per arrivare sul dorsale di questa che poi diventa un collinone scendente tortuosamente fino alla piana sotto Moranga. Dopo 10 minuti di cammino una fitta nebbia ci avvolge non lasciandoci discernere a 10 passi di distanza, e tosto una pioggia ghiacciata gettataci in viso da un vento non men ghiacciato – Si continuò così fin sul dorsale di quella montagna alta almeno 600 metri sopra Tusu, e là donde potevasi godere il più bel panama (diceva un tale di Lanzo) del Kikuiu si dovette invece camminare sempre nella nebbia e pioggia, obbligati spesso a scender dai muli per la soverchia ripidità o pendenza del sentiero, finché alle 11½ si squarciarono le nubi e un sole rovente essiccò in un quarto d’ora la strada, producendo un’eva-porazione così abbondante che pareva togliesse il respiro.
A mezzodì traversiam il Massioia di Mbaria, i muli nell’acqua fino alla pancia e noi sopra una trave su cui dovemmo passare solo uno per volta temendo si rompesse sotto il peso.
Si pranza affrettatamente, si rimanda la Suora a Tusu sul suo mulo con 2 neri di scorta, e noi via pel sentiero verso Vambogo – Attraversiamo tre colline completamente incolte con alta kesakka, dimora prediletta di leopardi e iene, e tosto compaiono le colline di Vambogo intensamente coltivate e seminate di villaggi innumerevoli. Arriviamo alla Missione alle 4 pomerid. incontrati a 10 minuti di distanza dai Padri (Gabriele, Cravero, Manzon) e dalle Suore e dal fratello del capo Vambogo (occupato questo al forte Nyere) venuto a nome di lui, con gran seguito di guerrieri in alta tenuta e varii sottocapi dei dintorni, poi un migliaio di persone – Erano molte migliaia quelli che m’attendevano fin da mezzodì, ma un furioso temporale venuto alle 2 e prolungatosi per un’ora li disperse tutti con gran dolore di P. Gabriele, che voleva presentarmi il ricevimento più numeroso di tutti quelli fattimi finora nel Kikuiu – Ad ogni modo la stessa cordialità e festosità di tutti i presenti – una popolazione svegliata ed energica come quei di Kaiciangiru – Archi di trionfo e iscrizioni (lavate quasi affatto dalla pioggia) – abbondano sul nostro passaggio e ingresso alla Missione (cosa ch’erasi fatta in tutte le Missioni visitate finora, e che non ho sempre accennato), e si va tosto in chiesa, la più grande di quelle viste finora, ma che cadrà presto essendo solo di rami e terra e isange sopra – Quel vento freddo e pioggia del mattino m’avevano intirizzito e ridestatomi forte il male alle ginocchia (pur essendo avvolto nell’impermeabile) ma un buon impacco di lana calda ed il riposo di due notti passate qui, mi portò via ogni traccia del male – Il mattino dopo l’arrivo, battesimo di 6 catechisti nativi di Vambogo (tutti i catechisti ammessi al battesimo han passato almeno 4 anni al Collegio, qualcuno cinque ed anche sei) poi Messa solenne e musica e pranzo e Benediz. SS. al solito coi soliti discorsi ecc. ecc.
In questo 2° giorno, avendo tempo bello, sfilò in gran numero la popolazione venuta per vedermi e salutarmi e – i vecchi – a bere qui il loro ngioi (portato da essi medesimi) in segno di festa – Verso le 8½ del mattino seguente – ché stavolta la cavalcata non è più tanto lunga – si parte pel Karema. Il sentiero attraversa collinette graziose, coltivatissime e popolatissime, che bisogna pure spesso salire o scendere a piedi, si passa accanto al più gran veru (mercato) del luogo, ove accorrevano quel giorno non a centinaia, ma a migliaia gli indigeni bisognosi di comprare viveri, che poi non trovarono, neppur a prezzi doppi e tripli – Malgrado questa diversione di molte migliaia di persone che mi salutavano festosamente, dolendosi di [non] poter trovarsi alla Missione pel mio arrivo, c’erano ancora un 4, o 5 mila persone ad attendermi con P. Bellani, Vignoli e Suore. I soliti saluti e strette di mano da tutti e sempre la solita espansività, prova della fiducia di cui godono i nostri – Era mezzodì, ma il pranzo fu protratto alle 2 per assistere ad un saggio catechistico. Sedutici, Mons., io e i missionari, all’ombra dei wattle nel cortile della Missione, si fan venire innanzi una ventina di vecchi (asuri e giudici del paese) e questi sedutisi alla lor volta per terra s’alzano successivamente uno per volta a farmi un discorso di augurio colle benedizioni loro rituali, e si scaldavano tanto a parlare che non l’avrebbero finito sì presto, ognuno volendo dire la sua parlata, come più bella della precedente – Ne lasciam parlare una diecina, poi li ringraziamo, e fattili seder tutti in fila davanti a noi, io comincio a far loro (leggendole sul catechismo) le domande della kerera –
Rispondono tutti all’unisono con una prontezza e precisione ammirabile, alzando tutti gradatamente a gara la voce per farsi vedere che lo sanno bene – Passo in 10 minuti tutte le lezioni loro insegnate e non falliscono una parola nelle risposte – Una buona presa di tabacco li fa tutti felici e si ritirano per dar luogo ai giovani (cioè dai 40 anni ai 20). Anche di questi si fanno avanti una trentina chiamati a caso dal gruppo dei giovani: e le risposte loro alle mie domande sono ancor più pronte e precise di quelle dei vecchi – Succedono i giovani incirconcisi – poscia le donne – indi le ragazze da marito (son le figlie di Maria) con contegno sì timido e modesto che neppur una osa alzar gli occhi a rimirarci per quanto invitatevi dalla loro maestra Suor Scolastica – ultimi i ragazzi e ragazzine piccole – questi ultimi rispondono abbastanza bene, solo occorse talvolta suggerir la prima parola della risposta, e così avean pur fatto le donne maritate (le più ottuse, dicon le Suore, di tutta questa gente) – Ma le airetu (ragazze figlie di Maria) superarono tutti, cantando quasi le risposte, non solo, ma suggerendo quasi la domanda a me che veramente stentavo un po’ a pronunziare il kikuiu. Insomma ogni gruppo recitò sì bene (eccettuato come dissi le donne e ragazzini i quali son sempre al pascolo) che meritavano tutti lode, ed io credo che solo a Castelnuovo si faccia una gara più riuscita pel premio del V. Cafasso – Infine girando in mezzo a quell’accolta di gente (credo da 4, a 5 mila) e interrogandoli tutti assieme, rispondevano concordi, con un coro di voce imponente… e fu davvero uno spettacolo che mi traeva le lacrime dagli occhi. La gara durò un’ora e mezza, poi si prese qualche fotografia dei presenti, si distribuì lo ngioi ai vecchi, tabacco ai giovani e vecchie, e sale alle donne, ragazze e mondo piccino; e tutti felici presero a cantare e ballare… mentre noi andammo a pranzo. Nel pomeriggio una gita sul cucuzzolo del piccolo Karema, il colle al cui riparo sta la Missione; Benedizione del SS., discorso del P. Bellani e… cena.
La mattina alle 8 partenza per la Missione di Niere, distante 4 ore di cavalcata sui soliti muli (ché di vie carrozzabili, dopo Tusu, non ne vedemmo più). Il paese è sempre ondulato e collinoso, ma l’altezza delle colline va crescendo, perché ci avviciniamo al Kinangop. Arriviamo a questa Missione senza incidenti alle ore 12, 30 accolti da forse tremila persone, eravi pure il capo del luogo Ndioine, un tipo un po’ falsetto ma, almen per politica, sempre favorevole ai missionari e Suore. Egli ha forse il più bell’enturage[!] di guerrieri che abbiam veduti finora. Sopra un centinaio, che erano, almeno la metà erano[!] più alti di Mons. Perlo; alcuni lo superavano di tutta l’altezza della testa – misurati proprio avvicinandoli a lui. Persone slanciate, con membra tornite e una muscolatura bellissima. Tra essi son parecchi Massai puro sangue, i più, nati da incrociamenti tra Kikuiu e Massai i quali occupavano le piane che si stendono ai piedi del monte Niere fin su nel Laikipia ad ovest del Kenya.
Nelle continue lotte a scopo di razzie si rubavano a vicenda le ragazze e i giovinetti pastorelli, da ciò gli incrociamenti per cui la popolazione di Niere è la più alta e la più bella del Kikuiu – Il censimento diede 22 mila anime nel circuito a cui arrivano i missionari nelle loro visite ai villaggi. Accoglienza solita da parte degli indigeni, anzi quasi affettatamente cordiali da Ndioine, che pare volesse farmi dimenticare i passati suoi attriti colla Missione, e le sue scrocconerie, e sottrazione delle rupie della tassa agli stessi comandanti del forte – Ma io feci sempre buon viso, perché questo uomo va accettato negli utili e se non ci ama, ci teme assai… sapendoci amici del comandante del forte… e in conclusione favorisce il nostro avvicinamento alla sua popolazione.
Questa non è ancora all’altezza di istruzione di quei del Karema, però progredisce; e poi bisogna ritener che son ancor più selvaggi.
Eravamo nel dì della Domenica di Passione: si diede la Benediz. col SS. nel pomeriggio e alle 4 partimmo per la fattoria, distante ¾ d’ora, sollecitando il passo, stante la minaccia di pioggia. Nel cortile centrale della fattoria ci attendeva coi Padri, coadiutori e Suore (ch’eran però già venuti tutti al mio arrivo a Nyere) il personale più solito a venire pei lavori – un 200 persone ché molti altri erano rimasti a Niere – e si sfilò tra loro come tra amici più stretti e quasi persone di casa. Anche qui archi di trionfo sul percorso e all’entrata; poi una visita in Chiesa e siamo a casa esclamo io con soddisfazione, dopo 15 giorni precisi di viaggio da Limuru (19 marzo) alla fattoria (2 Aprile). Dico siam a casa, ché qui devo necessariamente restare per tutta la stagione delle pioggie (spero solo 1 mese e ½) colle quali sarebbe troppo malagevole e dannoso per la salute girare per il Kikuiu.
Qui finisce la storia, che avea proposto di fare corta, e invece mi riuscì più lunga che non volessi. Rileggendola trovo ripetizioni e lacune, ma l’ho fatta a più riprese e quasi a spizzico, senza aver sempre presente il nesso delle cose. D’altronde è una brutta copia per solo uso di V. S. e di quelli e quelle dell’Istituto, e per farli vivere un po’ del Kikuiu.
Tornato qui scrissi e spedii la circolare di cui le mando copia, e che credetti dover fare ad incoraggiamento loro. Nel passaggio affrettato per ogni missione, non potei quasi trattenermi coi missionari di ciascuna, sia perché sempre disturbato io dal trattar coi neri, sia perché i missionari stessi erano sempre in moto pei preparativi e svolgimento delle feste. Dissi quindi a ciascuno che se non aveva cose urgenti da dirmi l’avrei riveduto qui agli Esercizi e si sarebbe potuto intenderci tranquillamente. Da un giorno di festa non si può giudicar l’individuo; ma se avessi a giudicarli da quei pochi momenti passati assieme direi che li vidi tutti allegri ed animatissimi. Intravidi un velo di preoccupazione in alcuni come P. Vignoli, Morino, Aimo, Manzon… ed altri, ma compresi anche che le loro aspirazioni sono soltanto i posti più importanti. Tutti avrebber bisogno d’esser Superiori di una casa e poter comandar a 4 Suore! Ma le considerazioni le riservo ad altre lettere. A Manzon Mons. aveva già provvisto il cinto da Nairobi, e quindi quelli speditici da V. S. li passammo alla riserva del magazzino.
Della mia vita alla fattoria, e della vita della fattoria le scriverò altra volta essendoci niente di premura. Ella vorrà saper precise notizie di mia salute. Le dico dunque che in quei 15 giorni di viaggio non ho sofferto che quel po’ di male alle ginocchia, male che scomparve totalmente colla cavalcata da Vambogo al Karema, che fatta sotto un bel sole, fu proprio un curativo dei reumi precedenti. Del resto si soffrì un po’ di caldo nella piana, cioè nei primi giorni di viaggio; poi nel resto del viaggio la temperatura non mi dié mai fastidio, perché dopo i primi 3 giorni non ebbi mai il caldo di un giorno di giugno a Torino; anzi in generale sempre temperatura di maggio a Torino, o giugno a S. Ignazio: a Niere poi e fattoria il caldo cessò affatto ed abbiamo sempre un tempo come un settembre od ottobre alla Morra. E questa è la precisa realtà checché ne scrivano talora quelli che scrivono per riempir pagine o farsi compatire.
Il vero caldo, mi assicurano i più e le più imparziali non lo si avrà che in dicembre, gennaio e febbraio. Il resto dell’anno, quanto al caldo è come adesso, salvo il freddo e la noia dei mesi delle nebbie, cioè luglio e agosto. In tale ambiente è inutile dirle che sto proprio bene, e starebbe benissimo anche lei, massime che qui alla fattoria si fa il pane, e buono, ogni 5 giorni, carne in abbondanza, uova, latte ed io ho sempre un po’ di quel vino che mandai prima della mia partenza. C’è la sola noia di girar – adesso – quasi sempre nel fango stante le pioggie di ogni notte e sovente anche di giorno. Però i lavori nella campagna vanno tutti avanti al solito, soltanto si scarseggia di operai, ché tutti han da lavorare i loro campicelli. Di notte, stante il fresco si riposa da tutti benissimo, ed io pure meglio che a Torino; la fattoria poi è già un posto proverbiale per conciliare il sonno a tutti.
+ Monsignore è partito per Limuru il 7 corr.te, via Naivasha ove giunse in 2 giorni; ma, dissermi i portatori al ritorno, sotto una continua pioggia di 2 giorni e 2 notti; il che rende orribile il percorrere i sentieri della regione dei bambù attraverso la montagna dell’Aberdare. Buon per lui che ha gambe di ferro, e con un mulo che le ha d’acciaio. Ad ogni modo abbiam pregato tanto perché non avesse a soffrirne, e speriamo bene. Non mi ha ancor scritto, benché fossimo intesi mi scriverebbe subito!!
+ Ieri mi giunse notizia che le casse spedite da Torino il 10 gennaio sono finalmente giunte a Fort Hall; spedimmo subito carri e buoi per condurcele qui.
+ Il 12 aprile ricevetti la sua lettera del 13 marzo, e ieri 16 ricevetti la precedente sua del 3 marzo. Questa ultima fu trattenuta non so perché a Fort Hall. Sarà bene che ella da oggi fino al 10 giugno mi indirizzi le lettere a Fort Nyere; perché io prevedo che fino a tutto maggio saremo qui per le pioggie; in giugno starò qui per gli Esercizi Sp.li [;] da luglio a settembre sarò per passare 8 giorni in ciascuna Missione, poscia una gita all’Uganda e tra ottobre e novembre ritorno in Italia. Questo all’ingrosso il piano del mio viaggio, a meno che per metter in ordine qui quel Regolamento la cosa vada più in lungo; oppure ci venga il permesso di piantarci al di là del Sagana, al che vorrei essere presente suol luogo. Pertanto le sue lettere siano dirette fino al 10 giugno a Nyere; dopo, di nuovo a Fort Hall fino a nuovo avviso.
+ Per l’affare di Faia che vuol che le dica: io le avevo già espresso il mio parere nella lettera, se non erro, da Gibuti. Certo che se si finisse definitivamente la cosa è ancor meglio. Temo che l’ammontare di L. 17000 risultato all’Economo, sia forte, e che non gli si debba più tanto se si fan tutte le deduzioni in base all’arbitrato. Mi pare che l’Economo non abbia fatta completa la deduzione pei mancati trasporti di terreno scavato. Ad ogni modo di qui non posso dir di più. + Scrivendole che le lettere A B C D indicavan le diverse qualità di caffè, vedo adesso che ho sbagliato: le lettere A B non son del caffè più piccolo, come avevami detto allora Monsignore. Son del più grosso e di primissima qualità, come vidi qui nella macchina vagliatrice. Ma è uno sbaglio cui avrete rimediato voi. Abbiam già qui altri 6000 kilogr. di caffè, raccolto e inviabile in Italia fra 6 mesi: l’anno venturo si spera raccoglierne un buon terzo di più. Bisogna quindi spingere la vendita: da venderlo qui a venderlo a Torino c’è il guadagno di L. 1000, o 1200 per tonellata [!]. A me pare perciò sia da continuar la vendita a Torino.
+ Ricevuto i periodici di Marzo, e Deo gratias della buona riuscita; badino però che il tratto della Miss. di Varallo interlineato con 2 punti, mentre s’interlineava sempre con 1 solo: il giornale, così, presenta male. Non è un giuoco fatto loro da Celanza? Una volta solo io l’interlineai con 2 punti, per mancanza assoluta di materia: del resto va solo con uno.
+ Non è meglio metter Carlo gerente? Si risparmiava la spesa. Per carità ella non si stanchi tanto: Margherita sa fare, e pel Periodico Luigi deve prendervi la pratica e far quasi tutto lui colla Comino e D. Costa.
Voglio absolute finire
Suo aff.mo C. G. Camisassa
