Originale autografo, lettera mutila…, in ASMC
Fattoria – Madonna delle Grazie Niere 18 luglio 1911
Mie buone figliuole,
Permettete che io pure vi chiami con questa dolce parola, detta a sei di voi con tanta bontà e tenerezza, come mi scrivete, dal nostro venerato Padre nel bel dì della loro vestizione. Certo che non ho diritto di chiamarvi mie figlie, ma pur qualcosa come un padre putativo vostro vorrei pur esserlo: d’altra parte, se bastasse l’affetto paterno per considerarvi come figlie, sento d’averlo tutto e, non so perché, più vivo e forte dopo che son qui sul vostro futuro campo d’apostolato. Se sapeste quante volte penso a voi, e m’im-magino quel che farete attorno a queste povere fanciulle, che paiono quasi ignare degli affetti di famiglia, preoccupate solo di abbellirsi – a modo loro – per trovare chi le comperi coi tradizionali 30 montoni!
La mancanza del sentimento della propria dignità personale è un difetto generale dei neri; tuttavia gli uomini una certa qual fierezza l’hanno, mentre le donne ne sembrano affatto prive, ed in tutto il loro fare e dire dimostrano un non so che di avvilimento e di stupidaggine, quasi non sentissero d’esser creature umane; tant’è che tra gli uomini è proverbiale dire che le donne son come le capre. Qui alla fattoria abbiamo ogni giorno da 10 a 20 ragazze sui 15 anni (in certe stagioni se ne ha un centinaio e più) e credete che mi fa un senso di profonda compassione il vederle con quell’aria da incoscienti (che si direbbe la lor caratteristica) come se non sentissero la loro personalità. Non posso guardarle senza pensare a voi, che dovrete lavorare a trasformar questa generazione apatica, superficiale, incostante; che alle vostre fatiche ed al vostro affetto risponderà coll’indifferenza, non potendo capire che v’interessiate di loro senza qualche secondo fine materiale.
Nell’ideale di missionario c’è sempre l’aspirazione ad una creazione morale; a plasmare un’anima a nostra somiglianza; a trasformar una creatura trasfondendole le idee, le aspirazioni, gli affetti nostri; se a tanto si riesce, sentesi una soddisfazione che ci compensa delle fatiche impiegatevi e delle privazioni sostenute. Eppure io vi dico che dovete venir qui disposte a rinunziare a questa soddisfazione; disposte a coltivare un terreno sterile ed ingrato, senza vederne spuntar i prodotti; insomma a lavorare, sudare, soffrire con spirito di fede, unicamente per amor di Dio. Forse penserete ch’io sia pessimista e che quasi tenti scoraggiarvi; eppure non è così: credete che parlo per l’esperienza che vado qui acquistando ogni dì; e vi assicuro che avrà delusioni ben amare e giornate terribili di scoraggiamento chi non opererà con quello spirito di fede ogni giorno, ogni ora, anzi ogni momento. Domandate al nostro caro Padre – e se non osate diteglielo a nome mio – quelle imaginette del Ven. Cafasso sulle quali sono stampati i pensieri per passar bene la giornata, e sforzatevi ad operare fin d’ora, continuamente ed in tutto cogli ideali suggeriti in quei 4 punti. Solo così riuscirete vere missionarie, sempre nuove alle battaglie dell’apostolato, sempre volonterose ed energiche, malgrado le disdette che vi procurerà l’apatia di questi indigeni.
Voi siete giovani – almen di religione – epperciò tuttora animate e fervorose; ma la vostra Rev.da Madre sa ben dirvi, come purtroppo fra le religiose non è sempre così. Dopo i primi anni di fervore e di slancio, si comincia a far l’abitudine… ed a far le cose con una certa indifferenza che – lasciando da parte se sia e quanto peccaminosa – ci priva di gran parte del merito che si acquisterebbe operando col fervore dei primi tempi. Ebbene, fa pena a dirlo, ma pare succeda così anche in missione: nei primi anni un ardore instancabile in tutto; poi, non trovando subito quella corrispondenza che s’aspet-tava; vedendo non sempre coronati, anzi apparentemente inutili i nostri sforzi, si cade in un certo disanimo,
[Can. G. Camisassa]
