Originale autografo…, in AIMC
Nyeri 4 marzo 1912. N 44 ultima
Rev.mo ed Amat.mo Sig. Rettore,
Da 2 giorni sono giunto dalla visita alle missioni di Meru: un giro completo attorno al Kenya, circa un percorso di 450 Kilom. viaggiando in media da 30 a 35 Km. al giorno… per strade, (più spesso sentieri) raramente pianeggianti, ma quasi sempre in salita e discesa, con pendenze fino al 40% che obbligavano a scendere dal mulo, come dovevasi fare quasi sempre al passaggio dei ponti – quando c’erano – consistenti in un paio di travi con pochi rami sopra, mentre il mulo andava a passare nel guado più vicino. Dai 2000 m. d’altitudine qui a Nyere, si sale fino a 3000, camminando 2 giorni a tale altezza per traversar gli speroni del Kenya (colla conseguenza di cambiar la pelle alla faccia ed alle mani) poi si scende al forte Meru (1500 m.) e di qui in 5 ore s’arriva a Keja (m. 1200): in altre 6 ore si risale ad Igocci (m. 1500), traversando poscia i paesi di Ciuka, Embu (ove c’è il forte), Ndia, Iriaini e Masera si arriva al Tana-Sagana ed eccoci a Fort Nyere. Nei primi 4 giorni non si fa che traversare le immense ondulazioni dell’altipiano del Leykipia tutte erbose, con alberi soltanto sulle sponde dei fiumi dalle acque limpide e gelate; avvicinandosi poi al forte Meru il paese si fa più accidentato, boscoso e collinoso, somigliando al Kikuju, meno fertile però, salvo Ndia, la località più bella e ubertosa che abbia visto finora in Africa.Le popolazioni sono evidentemente affini agli Akikuiu, come n’è quasi identica la lingua: quei di Keja appaiono molto più semplici e bonarii che gli Akikuju, quei di Igocci più svegliati, robusti e ben piantati: poveri, timidi e demoralizzati quei di
Ciuka, identici agli Akikuiu tutti gli altri (fra cui notevoli per robustezza i forti mangiatori di Ndia). I nostri missionari tanto a Keja che Igocci furono accolti molto cordialmente – assai più che non ai primi tempi nel Kikuju – senza mostrar diffidenze e sospetti… sicché tutti i Padri ne sono entusiasmati, e più soddisfatti che quando erano nel Kikuiu. Per ora si limitano a farsi conoscere con visite ai villaggi, e cure degli ammalati, senza ancor parlar di religione.
Di abitazione si son aggiustati discretamente con case al solito sistema di pali in legno intessuti di rami e rinzaffati di fango. Nel percorso visitammo diverse località ove Mons. aveva chiesto d’impiantarsi, e che sarebbero veramente adatte come sane e popolose; ma quel benedetto Governatore colla storia che ha tirato fuori di volerle distanti 10 miglia inglesi (18 Km.) dalle missioni protestanti, non ci permette d’andarvi. Bisognerà ancora pregar molto per ottenere che si superi quest’ostacolo. Nel tempo che Mons. fu a Torino tutti quei paesi furono dichiarati aperti ai missionari, ed i protestanti ne profittarono chiedendo sei o sette posti, di cui tre soli sono per ora occupati… ma frattanto con tali applicazioni ingombrano il paese sicché non si può più trovar posti distanti 10 miglia per nuove nostre missioni, a meno di metterci in siti senza popolazione. Per fortuna che i Protestanti non ebbero buon naso nella scelta delle loro località di missione, che sono quasi tutte in siti dov’è scarsa la popolazione, lasciando invece i posti più popolati a 1, a 2 ore di distanza; che speriamo la Consolata riservi per noi, cambiando il cuore di chi comanda.
Non le dico altro di questo viaggio, che mi fu veramente faticoso; ma grazie a Dio non ne soffersi, per cui domani partirò per Naivasha (tre giorni di viaggio in carovana), poi, col treno di venerdì prossimo, sarò a Limuru, ed il 22 corrente m’imbarcherò sul vapore italiano (con Suor Benedetta) arrivando a Genova il 22 aprile. Ella tenga presente questa data, e, se crede, mandi l’Economo (con D. Luigi?) ad incontrarmi a Genova. D. Luigi avrebbe modo di far un po’ di conoscenza delle spedizioni da e per Genova e per mare.Arrivato qui trovai qui le lettere di V. S. del 15 e 24 gennaio, più la carta francese dell’Africa e il disegno della chiesa di Nyere. Rispondo alle sue, perché penso che questo scritto partirà col tedesco del 17 marzo e le giungerà il 2 od il 3 aprile. + Quanto a titoli di nuove Missioni c’è tempo a darli! + Bene di P. Bianciotto e 2 coadiutori… che forse non incontrerò che per ferrovia. + Per la casa Roveda io son sempre dell’idea di vendere, come venderei presto la casa della Consolatina, ove non conviene absolute fabbricare. Troveremo altra casa d’affitto per le nostre Suore. + Mi rincresce molto [segue una riga cancellata] abbia quasi rimessa la decisione [seguono parole cancellate] mentre son le sue varie lettere (che le mandai) le quali fanno le ragioni [segue riga cancellata] lasciarlo andare come protestò di voler fare. La sua resipiscenza attuale è un’altra prova della sua pazzia. Il suo ritorno qui farebbe più male che bene; massime che non si sa dove metterlo, fuorché a capo di una missione con suore (dalle quali vuol esser servito, facendo lor girare la testa colle continue contraddizioni). Per me le ripeto, come avrà capito dal telegramma inviatole – [seguono cancellature sparse] – che sono fisso nell’idea, qualunque sia l’impressione che [tre parole cancellate], impressione discutibile perché egli non vi fu mai conosciuto. Basterebbe il fatto dell’aver voluto far quel viaggio in Italia colla dichiarazione che lo faceva per uscire… e poi il voltafaccia di voler restare… se non è pazzo costui, non vi son più pazzi, e fortuna per l’Istituto potersene liberare presto e per sempre. La pregherei dunque che prima del mio arrivo gli significhi chiaro il no, e per quanto può voler la mia preghiera, tenga fermo su tal risoluzione… Anzi ella farebbe bene a leggergli quelle sue lettere minacciose di voler far qualche colpo di testa, se non lo si contentava. Voglio veder che scuse può ancor trovare. E poi la burletta di protestare per 2 anni che i voti egli li aveva fatti con intenzione falsa… cioè ad tempus mentre la formola della perpetuità era chiarissima. È cosa enorme questa (i teologi la dicon tutti peccato gravissimo) che non bisogna sì facilmente dimenticare, [segue più d’una riga cancellata]. Insomma io son fermo pel no, e Monsignore pure. + Di Panelatti le scrissi già quel che pensavamo Monsignore ed io. Ieri fu qui unicamente per ottenere che gli togliessero P. Manzon, o togliessimo lui, mandandolo pure al Karema… e insisteva tenacemente e grossolanamente more suo. Non cedemmo, e conchiudemmo che 1 mese di convivenza non dimostrava ancor sufficiente incompatibilità di carattere… da doverli separare… massime che i diverbii che contava riducevansi al vitto che uno vuole in un modo, l’altro nell’altro. Quindi provino ancora. + Spedirò a P. Balbo la lettera di V. S. A Keja si dimostrava contento, ma sempre con quel fare burbero e misterioso per cui si capisce mai quel che pensa. Lasciamo che il Signore ispiri lui ciò che sarà meglio per tutti. + Il disegno della chiesa arieggia molto un monumento da camposanto, ma per l’Africa è sempre troppo. + Del caffè le so dire soltanto che se ne mandò quando ce n’era… ed era possibile spedire da F. H. a Nairobi… ché quei conducenti indiani fanno girar la testa. Glie ne parlai già a lungo. La spedizione di caffè dell’aprile 1911 era tutto il raccolto qui del 910. Il raccolto del 911 comprende quelle 3 tonellate spedite in febbraio 912 più due tonellate che abbiamo ancor qui e spediremo fra breve. Scrivemmo a tutti gli incettatori di caffè prodotto nel Kikuiu, e 1 solo dice di poterne forse avere al prezzo doppio di quel che pagavamo a Felix. Questi poi ci rispose che l’aveva già tutto impegnato a Parigi. Non può credere come questo caffè è ricercato da Londra ove lo pagano 1 lira di più al Kilo che non il Portorico. Quindi gli incettatori di Nairobi lo cercano dappertutto, e lo impegnano ancor prima del raccolto per spedirlo a Londra. Son già 10 mesi da che io decisi comprarne, prevedendo che non bastava il nostro per la nostra vendita… e in questo frattempo scrivemmo da tutte le parti. Ora ci resta quell’uno che forse ce lo darà. Dico forse perché ci rispose 20 giorni fa, ed allora gli chiedemmo subito il campione. Ma finora questo non venne, sicché temiamo che si finisca con un bel nulla. Che fare? Lasciar andare la vendita come si può, e ripetere nel periodico che ne vendiamo quando ne abbiamo… come avevo già pubblicato io. Se la Fattoria fosse andata come doveva andare, a quest’ora si avrebbero non cinque ma venti tonellate annue da vendere; ma di ciò le scrissi già a lungo, e son inutili i rimpianti. Ora, a forza di battere si son già duplicati i piantamenti e fra tre anni speriamo su 10 tonellate annue… ma per ora non si può far di più. + P. Morino continua a lavorare qui alla Fatt. per le nuove fabbriche… ma molto a malincuore e coi soliti intervalli di darsi malato… ma che farci? Teniam duro a farlo star qui, e spinte o sponte a farlo lavorare. + Non comprendo perché P. Bianciotti non consegnò il caffè, mentre io ero presente quando Monsignore gli raccomandò di (e gli indicò come) farlo sdoganare a Genova. Se non consegnò fu di suo capriccio. Non potrebbero far valere la ragione che egli non consegnò perché fatto sbarcare a Napoli, mentre tutto era disposto per la consegna a Genova? + Pel successore che Monsig. è obbligato di nominare in caso di morte non avendo alcuno che emerga, e le spiegherò la cosa, decidemmo che Mons. farà una nomina che darà in plico suggellato a P. Gays da aprirsi solo in caso di sua morte… e nominerà lui stesso (ma senza dirglielo) e nel consegnargli quella lettera suggellata gli dirà che è un suo testamento da aprirsi solo post mortem… e frattanto di riconsegnarglielo ad beneplacitum per varianti… Così farà ove del caso la nomina di altri. Io vidi all’atto pratico che Mons. può far tutto col solo aiuto di Suor Scolastica, e poi della Demaria, quando verrà. + Faccia il possibile di tollerare all’Istituto le Suore di Pancalieri… meglio che le nostre restino ancor tutte per qui in Africa… poi meglio andar adagio a far cambiamenti.Rispondo all’altra sua lettera d. 24 gennajo.
Don Barlassina [segue mezza riga cancellata] si vede che vide, ma non lesse la mia lettera, ove chiedevo specificati i confini delle Prefetture Ap. attornianti il Kaffa. Vuol dire che tenteremo per mezzo del Laurenti quando io sarò di ritorno. + Per carità non ceda all’idea della Comino di spigolare nella relaz. su Mociri le sole cose più curiose. Ci mangeremmo il grano in erba, ed d’uno scritto che deve servirci per 1 anno, ci ridurremmo ad averne per 2 mesi. E poi dove pescherò io materia pubblicabile? Perciò le telegrafo oggi di pubblicare niente storia Mociri. Al mio ritorno la farò aggiustare e la pubblicheremo tutta. Per adesso ha le tante cose da pubblicare che le mandai scrivendole il 5 gennaio 912 colla lettera N 38. Quella mia lettera voglia conservarla, ché mi servirà per ordinare io la materia da pubblicare. Ci sono ancora varie cose pubblicabilissime nei diarii di P. Toselli, P. Manzon ed altri… perché non si pesca da quei diarii? Il perché lo comprendo per Lei e per D. Luigi, ma converrà poi dare gli stessi diarii alla Comino, e pescherà essa.Una relazione sui collegi pei figli dei capi non convien farla, ché vi son troppe questioni e difficoltà politiche annesse… e sarebbe imprudenza. Spero decider Monsignore a scrivere sulle nuove Missioni di Meru, e sul collegio dei catechisti.
Chieda al P. Bertag. il conto delle sue messe nel trimestre 1909 (che ella mi scrisse di non avere) in quel tempo egli era a Torino e lo deve aver dato directe a V. S. non avendolo dato a Monsignore.
Faccio punto avendo risposto a quanto V. S. mi scrisse. Non ricevetti i catalogi di Nebiolo, ma spero trovarli fermi a Limuru. Di là avrò ancor tempo a far una corsa brevissima all’Uganda, ché lunga non volli farla per le ragioni che già le scrissi.
Mia salute sempre buona, e spero che come facemmo il viaggio a Meru sempre preceduti e seguiti da temporali – senza esserne quasi mai colti – così farem quello per Naivasha benché qui continuino i temporali, cosa affatto insolita nel Kikuiu e che impensierisce fortemente questi poveri neri pel timore di perdere poi le pioggie delle semine.Anche Mons. sta bene e così tutti nelle Missioni.
Tanti saluti a quei della Consolata, Istituto e Consolatina ed arrivederci presto si Domino placuerit. Di V. S. aff.mo in G. e M.
C. G. Camisassa
P. S.
Nell’incertezza sempre di poter partire per Meru, non le feci nell’ultima mia gli auguri per S. Giuseppe. Li accetti ora benché le pervengano un po’ in ritardo ma tanto più sentiti quanto più soffro di doverglieli far di lontano… di corpo, ma pur sempre vicinissimo collo spirito e col cuore.
