Vi devo confessare che non ho molta simpatia per le biografie di donne e uomini illustri, tanto meno quelle dei cosiddetti «famosi». Non stupitevi! Non ne vale la pena! Vi dirò il perché. In generale queste biografie sono filtrate, per non dire deturpate, dai modi di pensare e dai pregiudizi di coloro che le scrivono, e molto spesso, se agiografie, da un fervore e uno zelo assai poco controllati e controllabili o, peggio ancora, da una fantasia sfrenata e talvolta commissionata. Poche sono le biografie nate da una vera e propria ricerca scientifica; più spesso dipendono l’una dall’altra e denotano una scarsa preparazione metodologica.

A parte queste mie personali riserve, trovo difficile cercare di descrivere una persona per quella che veramente è: la sua vita, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue aspirazioni, i suoi impegni, i risultati raggiunti, i fallimenti, specialmente la sua spiritualità e la sua santità. Qualsiasi uomo o donna, grande o piccolo, è sempre una persona insondabile, imprevedibile e complessa, non facilmente conoscibile nella sua intimità, che tuttavia merita sempre tutto il nostro rispetto. Per quanto concerne l’Allamano, dobbiamo però dire che siamo alquanto fortunati nel tentare di entrare nella conoscenza della sua personalità, umana e spirituale, perché possediamo le sue lettere e le sue conferenze ai missionari e alle missionarie: tesoro inestimabile e preziosissimo, di cui dobbiamo ringraziare i nostri missionari e le suore che le hanno raccolte e pubblicate, e da cui possiamo attingere in abbondanza per conoscere meglio la figura umana e spirituale del Fondatore. Sono scritti caratterizzati da semplicità, sincerità, schiettezza d’animo e concretezza, elaborati non intellettualmente a tavolino con il pericolo, direi inevitabile, dell’autoesaltazione o della retorica. Questo ci permette di conoscere sufficientemente bene il pensiero dell’Allamano, la sua spiritualità, il suo modo di vivere e di rapportarsi con le persone e i suoi missionari.

Faccio questa premessa un po’ anche per scusarmi, perché dovrò per forza di cose limitarmi a parlare del beato Giuseppe Allamano descrivendolo a larghi tratti, con pochi colpi di pennello, secondo una mia personale angolatura, come in un dipinto alla maniera degli impressionisti o dei macchiaioli o anche come in una fotografia, magari un po’ sbiadita, giunta fino a noi, scorgendo su di essa qua e là il suo profilo, ora di fronte, ora da destra, ora da sinistra, difficilmente tutto intero. Soprattutto, poiché nel titolo di questo nostro incontro vi è la parola «storia», dovremo soffermarci per prima cosa sulla storia personale del nostro Fondatore, ma anche e soprattutto sulla storia e l’ambiente del suo tempo, il luogo dentro cui è cresciuto e ha maturato la sua personalità.

L’ambiente dunque, perché certi modi di vivere e di pensare si capiscono soltanto leggendoli nel tempo e nel luogo in cui si è vissuti, senza strascicarli fino a noi, al nostro tempo, alla nostra sensibilità, alla nostra spiritualità, per finire poi con il dire: «Avete visto, il nostro santo è stato profeta, ha preceduto o ha preparato il Vaticano II» e così via. Certo si può fare questo salto, ma con molta cautela e circospezione, almeno per non esagerare al punto che nessuna biografia di santi dirà mai che il tal santo non è moderno e contemporaneo a noi e alla nostra sensibilità. Un santo deve essere per forza attuale, altrimenti che santo è?! Ma questo è un brutto modo di parlare dei santi dal punto di vista storico.

 2.  La persona e il volto dell’allamano

Incominciamo allora dalla persona e dal volto del nostro Fondatore, il canonico Giuseppe Allamano. Fortunatamente di questo volto e della sua persona abbiamo diverse fotografie, gelosamente custodite. Che cosa ci dicono? Un sacerdote australiano ha recentemente pubblicato un libro dal titolo: La Teologia del corpo in parole semplici. L’autore è padre Anthony Percy, che si è abbondantemente ispirato a Giovanni Paolo II e al suo magistero sull’aspetto sessuato del corpo umano, non più visto come corpo da macerare, luogo di mortificazioni e di penitenze talvolta inaudite, ma come creatura di Dio fatta a sua immagine e somiglianza. Tutti noi sappiamo come Giovanni Paolo II sia stato molto sensibile all’esperienza umana, all’uomo in quanto tale, sia per la sua attività pastorale in un mondo che dava per scontato la persecuzione e la sofferenza per la fede, il carcere e talora la morte, sia per il suo bagaglio filosofico. Partendo sempre dalla realtà dell’uomo, egli legge la Bibbia in modo originale, non solo come un libro che parla di Dio, ma anche dell’uomo da lui creato. Si veda a tale proposito la Redemptor hominis e altri documenti del suo magistero.

Parlando del corpo umano, non si vuole farne l’emblema di quella che oggi si definisce «cultura del corpo». Se ne parla proprio in questi giorni sui giornali e alla televisione per la morte di due sorelle indossatrici anoressiche, le sorelle Ramos. L’aspetto sessuato del corpo umano è infatti interpretato dal Papa come «relazionale», dà cioè la possibilità di stabilire rapporti umani, duraturi, fecondi e arricchenti. Il nostro corpo è fatto per stabilire relazioni non solo fisiche, ma anche intellettuali, spirituali, sentimentali. George Weigel nella sua biografia su Giovanni Paolo II ha affermato che la teologia del corpo umano è una «bomba teologica ad orologeria». Speriamo che scoppi! E che a ciascuno di noi sia dato di avere davanti agli occhi, della mente e del cuore, una bella e unica immagine del volto e della persona del nostro Fondatore, non moltiplicata e storpiata, come ne sono già state prodotte tante, troppe, inculturate o no.

Coloro che lo hanno conosciuto personalmente affermano che «aveva l’arte di non farsi avanti», che «rifuggiva da esibizionismi», che «compiva il bene nascondendosi», che «non volle mai il chiasso attorno a sé». Ricordo bene quanto ci dicevano i nostri vecchi missionari: era paterno, amabile, umano, attento alle necessità delle persone, sempre disponibile; e, tuttavia, dotato di un forte carattere, volitivo, intraprendente, attivo, non facile ai compromessi. La sua vita fu infatti piena di iniziative. Si può dire che per oltre cinquant’anni, negli ultimi decenni del XIX secolo e nei primi del XX secolo, non ci fu attività nella diocesi di Torino, alla quale egli non prese parte o in prima persona o come consigliere e animatore. Il Santuario della Consolata nei 46 anni del suo rettorato divenne un centro d’irradiazione di iniziative eucaristiche, di devozione mariana, di ristrutturazione del Santuario, di preghiera. Il Santuario della Consolata così com’è oggi lo si deve in massima parte a lui.

 3.  Storia e ambiente

Nel titolo di questo incontro – lo abbiamo già ricordato – vi è la parola «storia». Uno studioso francese (Littré) definiva, non senza ambiguità e il disagio che provoca, la biografia una «specie di storia che ha per oggetto la vita di una sola persona». Lo storico ha sempre mostrato diffidenza nei confronti di un genere che sembra legato più alla letteratura che alle scienze storiche, un genere che spesso conduce al panegirico, alla retorica, all’agiografia acritica. Fortunatamente oggi il genere biografico è stato molto rinnovato nei suoi metodi di ricerca. I personaggi di cui si narra la vita sono sovente dei testimoni privilegiati e rivelatori del loro tempo, sono il prodotto del loro ambiente, della mentalità, delle strutture economiche e sociali del tempo. In questo senso anch’io, che in generale non amo le biografie, mi sono in parte riconciliato con esse, se naturalmente scritte in maniera scientifica e collocate nel loro giusto contesto.

L’ambiente in cui nacque l’Allamano, il 21 gennaio 1851, era un ambiente tipicamente contadino. Castelnuovo d’Asti, poi Castelnuovo Don Bosco, era a quel tempo un piccolo borgo dell’Astigiano, fondato nel Duecento dal comune di Asti, comune che allora, nel medioevo, era ricco di banche, banchieri e mercanti, dediti al commercio di lungo corso, verso la Riviera Ligure e l’Oltralpe fino a Marsiglia, Lione e alla Champagne; comune in continua espansione nel contado circostante. Moltissimi sono i comuni d’Italia che prendono il nome di Castello, Castellero, Castellaccio, Castelletto, tutti derivati dalla voce latina «castellum», un diminutivo di «castrum» nel senso di luogo fortificato, munito e circondato da mura e sovente, nel medioevo, sovrastato e protetto da un castello signorile, nel caso di Castelnuovo dai Rivalba, signori del luogo fino a non tanto tempo fa.

Nell’Ottocento Castelnuovo d’Asti era dunque un paese contadino e povero, come molti paesi del Monferrato di allora, che viveva di agricoltura e di vino, di quei tipici vini dell’area astigiana che ancora oggi portano il nome di Freisa e di Malvasia. Lo era anche la famiglia dell’Allamano. Per di più l’Allamano perse il papà quando aveva appena tre anni, lasciando sola la mamma con cinque figli maschi dei 12 nati e una cascina sulle spalle da governare. Queste difficoltà economiche rimasero ben scolpite nella mente dell’Allamano, al punto che cercò di superarle e dimenticarle assicurando ai convittori della Consolata e ai suoi missionari cibo abbondante sulla tavola e un buon bicchiere di vino generoso, che l’Allamano stesso non disdegnava.

Un paese povero, ma con alcune particolarità. Castelnuovo d’Asti nell’Ottocento era un paese di santi, fortunatamente non tutti! Ma certo tale da impressionare gli storici della santità. Nella stessa famiglia dell’Allamano non mancavano i santi. Giuseppe Cafasso, il santo dei poveri e degli impiccati, come lo chiamavano i torinesi, era suo zio per parte di madre. Anche se la presenza fisica del Cafasso lo sfiorò appena, benedicendolo, la sua figura e la sua santità riempì tutta la vita dell’Allamano e si adoperò in tutti i modi per promuoverne la causa di beatificazione. Pio XI, beatificandolo il 3 maggio 1925, ancora vivo l’Allamano, ma ormai vecchio e stanco e prossimo alla morte, lo definì «La perla del clero italiano».

Santa donna era pure la mamma, di nome Marianna, sorella del Cafasso, donna forte e pia, una di quelle donne concrete, laboriose, capaci di tirare avanti la famiglia anche dopo la morte del marito, donne che vanno apprezzate specialmente per la loro solida fede: «Quella santa donna di mia madre», diceva l’Allamano. Lo era pure la sua maestra delle elementari, la maestra Savio, umile, saggia, intelligente, che guidò e illuminò la sua infanzia e che l’Allamano non dimenticò mai, come forse è accaduto anche a noi a riguardo di qualche nostra saggia e brava maestra.

Di Castelnuovo era infine Giovanni Bosco, il santo più geniale e intraprendente della Torino ottocentesca, di poco più anziano dell’Allamano. Frequentò a Valdocco il suo oratorio, ma non ne condivise il chiasso che vi regnava, fuggendone via senza neppur salutare don Bosco. Ma ne subì certamente l’influsso. Si deve forse all’ambiente dell’oratorio salesiano, e in generale alla Chiesa torinese e savoiarda d’allora, la sua devozione a san Francesco di Sales. Lo scelse a protettore dei suoi due Istituti missionari, pur non essendo un santo missionario, per varie ragioni legate alla sua prima fondazione, quella maschile, ma certo anche per reagire a una spiritualità e a una morale del tempo troppo rigida e quasi disumana, che l’Allamano non condivideva e, sicuramente, anche perché fosse per i suoi missionari e le sue missionarie un esempio di amabilità, di dolcezza, di nobiltà d’animo, di spiritualità. Un vero gentiluomo Francesco di Sales, sulla cui figura e spiritualità dovremmo misurarci e confrontarci anche oggi, perché ne potremmo avere bisogno. 

4.  L’Allamano e la missione

Altre figure di uomini generosi scavarono dentro di lui e plasmarono la personalità e il carattere dell’Allamano, specialmente in relazione alla missione. Ammirò il cardinale salesiano Cagliero, un altro suo compaesano, pioniere delle missioni in Patagonia nel sud dell’Argentina. Ma rimase soprattutto colpito dalla personalità dirompente di un altro celebre cardinale, il cappuccino Guglielmo Massaia, nato a Piovà, a pochi chilometri da Castelnuovo, e grande evangelizzatore delle popolazioni Galla dell’Etiopia. Dal Massaia e dalla sua opera: I miei trentacinque anni di missione nell’Alta Etiopia, un vero best-seller del tempo, attinse l’idea di fondare un Istituto missionario per continuare la sua opera in Etiopia. E difatti i suoi missionari giunsero in Etiopia, dopo mille peripezie, nel 1916, dieci anni prima che l’Allamano si spegnesse al Santuario della Consolata.

Nel clima missionario del tempo, tra Otto e Novecento, va soprattutto inserito la missionarietà del nostro Fondatore. Buona parte del suo ardore missionario e della sua spiritualità era allora comune a molti Fondatori di Istituti missionari in Italia e in Europa. Lo ha dimostrato bene nel suo libro La spiritualità dei Fondatori (Emi, Bologna 2003) Juan Manuel Lozano, professore emerito di spiritualità a Roma e a Chicago. Considerando la vita e le aspirazioni di diciotto Fondatori, nati nel corso del secolo XIX e all’inizio del XX secolo, 11 uomini e 7 donne, Lozano ne ha studiato la spiritualità e le caratteristiche, inserendoli nello slancio missionario del tempo e l’influsso che ebbero su di loro le letture, l’incontro con dei missionari, l’amore appassionato di Dio, la carità come forza motrice, il bisogno di preghiera, i lunghi viaggi, la loro passione per la salvezza delle anime.

Chi non poté muoversi, perché rimase sempre in patria o, come il nostro Fondatore, rimase sempre incardinato nella sua diocesi, quella di Torino, come rettore del santuario della Consolata, visse la missione desiderandola intensamente, e considerando l’impegno della fondazione come una grave responsabilità, responsabilità che Dio stesso gli aveva affidato. L’Allamano in alcune relazioni a Roma sottolinea i dubbi che dovette vincere per dar vita all’Istituto, «parendo loro (a lui e al Camisassa) troppo ardua e audace cosa» (Relazione alla Congregazione dei Religiosi, 2-101909). A questo difficile compito l’Allamano si preparò a lungo. Elaborò diversi progetti e passò molto tempo a esaminare le carte geografiche dell’Africa, un’Africa in buona parte ancora inesplorata.

La carta geografica era per l’Allamano un simbolo, umano e terreno, di quella parte dell’umanità che non conosceva Cristo, che era ancora «soggiogata al maligno», come si diceva allora, e a ogni sorta di miserie. La schiavitù era per esempio un tema ricorrente, schiavitù fisica e spirituale. Ai primi missionari della Consolata, proprio all’inizio della loro attività, furono affidati tre bambini africani, che altrimenti sarebbero finiti sul mercato degli schiavi, ai quali fu posto il nome di Giuseppe dal nome dell’Allamano, Agostino dal nome del cardinale di Torino Richelmy e Giacomino dal nome del confondatore Giacomo Camisassa. Giacomino, come si ricorderà, divenne sacerdote e fu certo una bella figura di missionario della Consolata. L’Allamano studiò con assiduità le carte geografiche dell’Africa orientale e si informò bene su quelle regioni, fresche delle esplorazioni dei primi europei che avevano visto le nevi del Kilimanjaro e del monte Kenya. Leggendo le sue lettere inviate a Roma e ai vicari apostolici dell’Africa, si è pieni di ammirazione per la sua conoscenza approfondita e dettagliata delle regioni del Kenya e dell’Etiopia. Ai suoi missionari raccomandava «giunti in missione, baciate quella terra che dovrete bagnare co’ vostri sudori e santificare colle vostre virtù» (Conf. Spirit. I, 279).

Per conoscere meglio quella terra e assicurare continuità all’evangelizzazione, l’Allamano escogitò un singolare espediente, quello di chiedere ai suoi missionari, da poco giunti in Kenya, di tenere un diario, su cui scrivere giorno per giorno tutto quanto potesse accadere. Insieme alle lettere, usate dai missionari per comunicare con i loro superiori e i loro familiari, questi diari costituiscono una fonte preziosa, anche se disuguale e sconnessa, per conoscere usi, costumi, tradizioni, credenze religiose, forme linguistiche e culturali, estremamente importanti se si voleva evangelizzare in profondità e dare inizio a un’attività di «promozione umana».

Dovette costare non poco ai missionari la stesura di questi diari. Non era facile domandare, a uomini in difficili condizioni di vita e sovraccarichi di lavoro, di credere che scrivere due righe al giorno potesse fare la differenza. Oltretutto molti di loro non erano allenati o esperti nello scrivere. Ma senza questi diari e le narrazioni in essi contenute dei primi tentativi di evangelizzazione, che cosa oggi noi conosceremmo dell’attività missionaria tra i Kikuyu del Kenya, della loro vita, della loro cultura, della loro religione, della loro disponibilità ad accogliere il cristianesimo, delle fatiche e degli ostacoli incontrati dai missionari?

Questi diari furono e sono un vero tesoro, storico e spirituale, che prepararono le cosiddette Conferenze di Morang’a degli anni attorno al 1904, nelle quali i missionari della Consolata delinearono gli ambiti, i mezzi e i metodi di evangelizzazione, riassunti in alcuni punti: apprendimento della lingua, catechismo e formazione di catechisti africani, scuole e visite ai villaggi, fondazione di ambulatori per la cura dei malati, educazione pubblica. Era una metodologia di lavoro appena abbozzata, ma indispensabile per dei missionari abituati a lavorare in Europa.

Da Torino l’Allamano trovò queste indicazioni meritevoli della sua approvazione. Una sua lettera, inviata ai missionari del Kenya il 24 dicembre 1907, può a ragione considerarsi una pagina preziosa di pastorale missionaria e insieme di rispetto e di stima verso gli africani. Tra i mezzi più idonei per l’evangelizzazione egli riteneva necessario e importantissimo «l’opera dei catechisti» africani. A questo scopo si preoccupava della loro formazione e del loro impiego nell’attività pastorale, invitava i missionari ad avere una particolare cura di loro e delle loro famiglie e si dimostrava ammirato per quanto essi facevano. Le stazioni missionarie – scriveva – «vanno bene e producono dove i catechisti van bene e lavorano; coi medesimi restano come moltiplicati i missionari».

Incoraggiava infine i suoi missionari a non trascurare le visite ai villaggi e a coordinare bene le loro attività: «Così le visite non riusciranno semplici passeggiate, e non saranno dimenticati i malati ed i villaggi più bisognosi». L’Allamano era comunque anche consapevole che non si dovevano precipitare le cose, per non mettersi in contrasto con la cultura e la mentalità degli africani e causare un rigetto. Non sarebbe stato conveniente! Si doveva procedere a piccoli passi, partendo sempre dal rispetto per la persona e il suo ambiente. I missionari dovevano conoscere bene quelle popolazioni, capire a fondo la loro cultura e le loro tradizioni, studiare la loro lingua, comporre dizionari e grammatiche e fare della scuola il mezzo pedagogico più valido per la formazione della gente. 

5.  La salvezza dell’umanità

A questo punto del discorso possiamo domandarci quali furono i poli, il centro, il fuoco, l’anima di questa passione missionaria, di questo ardore. La risposta è per alcuni versi facile: la salvezza dell’umanità, salvezza soprannaturale, ben inteso! La missione consiste per il nostro Fondatore nell’annuncio di Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini. «Come il Padre ha mandato me così io mando voi: andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutte le genti». Di fronte a questo passo del Vangelo (Mt 24,14; Mc 16,15; Gv 20,21), l’Allamano commenta: «Questa non è una missione ordinaria, secondaria. L’Eterno Padre ha mandato il Figliolo, il Figliolo ha mandato la Chiesa, e la Chiesa per mezzo mio manda voi… E vi manda a far che cosa? A predicare il Vangelo a ogni creatura. Quindi il vostro zelo non deve avere limiti, vi manda per tutta la terra, in ogni luogo; dovete procurare la conversione di tutto il mondo» (Conf. Spirit. III, 469). La preoccupazione del missionario secondo l’Allamano doveva essere «la gloria di Dio e la salute delle anime» (Conf. Spirit. I, 30; III, 461). Gloria di Dio per l’Allamano è l’uomo salvato dalla grazia. L’attività missionaria non fa altro che prolungare la missione redentrice di Gesù, e il missionario ne continua l’opera, ne è un collaboratore. Dopo la santità personale dei suoi missionari, viene subito, come secondo fine dell’Istituto da lui fondato, la salvezza delle anime.

L’Allamano usa diversi modi per illustrare che cosa intendeva per salvezza. Innanzitutto «salvare le anime» dei pagani, degli infedeli, degli idolatri. Naturalmente allora non esisteva una teologia delle religioni non cristiane, che, come dice il Vaticano II, nella misura in cui esprimono storicamente qualcosa della luce del Verbo di Dio, possono ritenersi depositarie di una rivelazione divina e come tali guide a Dio e strumenti provvidenziali di salvezza. Le religioni contengono semi, elementi, raggi di verità e di grazia (NA2; AG9), sono la ricchezza dei popoli (AG11), possono offrire spunti concreti per la salvezza dei loro seguaci (AG3). Il Vangelo le purifica, le assume e le eleva (AG9). Secondo Paolo VI, dando vita a un segretariato per il dialogo con esse, le religioni non cristiane non devono più essere considerate come rivali o come ostacoli all’evangelizzazione, ma come luoghi di dialogo sincero e rispettoso.

Questa visione teologica, che tuttavia pone numerosi problemi ai teologi e ai missionari di oggi e di sempre, era sconosciuta all’Allamano. Qualche sfumatura in positivo si può cogliere in alcune sue espressioni: evangelizzare tutti i popoli, portare il Vangelo a tutti gli uomini, diffondere i tesori della grazia, portare e dilatare la fede, far conoscere Gesù Cristo, preparargli la strada, dilatare il Regno di Dio. Questo era il massimo della teologia del suo tempo e di quasi tutti i Fondatori di Istituti missionari di Otto e Novecento. Avevano la passione di Dio e delle anime. La carità ne era la forza motrice; carità ardente e appassionata, che trovava e aveva la sua sorgente in Dio e nell’amore di Cristo per tutti gli uomini, per l’umanità intera.

Collaborare alla salvezza soprannaturale dell’umanità era il centro focale della missionarietà dell’Allamano. Al di fuori della centralità di Cristo, salvatore dell’uomo, era prematuro parlare di promozione umana, liberazione, sviluppo, giustizia e pace, salvaguardia del creato, dialogo interreligioso, nel senso che l’intendiamo noi oggi, come cioè parte integrante dell’evangelizzazione. Certo, lo abbiamo visto, l’Allamano ebbe alcune intuizioni. Egli riteneva importante elevare il livello culturale, spirituale, economico, sanitario degli africani per mezzo della scuola, del lavoro, del catechismo, di ambulatori e di piantagioni per il loro sostentamento, ma erano per lo più ritenuti vie di evangelizzazione, strumenti per diffondere il Vangelo. Lo rivela bene il decreto della Santa Sede nell’approvare il nostro Istituto e il suo metodo di apostolato: «Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani; mostrare loro i benefici della civiltà per trarli all’amore della fede: ameranno una religione che oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra».

Non illudiamoci! Per capire l’ambiente storico del tempo del nostro Fondatore e il suo impegno per elevare gli africani, bisogna riferirsi alla conferenza di Berlino del 1885, che aveva spartito politicamente e geograficamente l’Africa. Questa conferenza era guidata dalla convinzione che tutte le nazioni presenti alla Conferenza condividessero il desiderio di partecipare alle popolazioni africane la grande civiltà europea, impegnandosi a «proteggere le popolazioni indigene, a migliorare le loro condizioni morali e materiali di vita, a partecipare alla soppressione della schiavitù e soprattutto della tratta dei neri». A tale scopo le potenze europee, tra le quali l’Italia e la Turchia musulmana, si obbligarono, nell’intento di proteggere i loro interessi, a favorire «senza distinzione di nazionalità e di culto, tutte le iniziative e le imprese religiose, scientifiche e caritative, create e organizzate a questi fini o miranti a istruire gli indigeni e a far loro comprendere e apprezzare i vantaggi della civiltà».

Un programma, quello della Conferenza di Berlino, sicuramente d’ispirazione laica, per non dire laicista, sicuro di sé e della sua missione civilizzatrice, ma certo differente nelle sue finalità da quello religioso dei missionari. Esso aveva di mira la colonizzazione e la spartizione geografica e politica dell’Africa in tanti territori da dominare e sfruttare. Volendo o non volendo, a questo programma diedero la loro adesione e contribuirono ad attuarlo anche i missionari e i loro fondatori, cercando soltanto di limitarne gli eccessi, le intemperanze, le palesi ingiustizie. Di questo fatto si lamentò papa Benedetto XV, «il papa delle missioni», nella lettera enciclica Maximum illud (30 novembre 1919), con la quale esortava i missionari a perseguire il benessere dei popoli fra i quali vivevano e non invece gli interessi imperialisti dei propri paesi di origine.

Era del resto difficile in quel contesto culturale e politico parlare di promozione umana, di liberazione e sviluppo, di giustizia e di pace, di dialogo e riconciliazione. Ed è, a mio parere, fuori luogo tirare per i capelli il nostro Fondatore per affermare che era un profeta in questo campo, che era un antesignano di determinate idee sullo sviluppo integrale dell’uomo, materiale e spirituale. Quanto fecero di bene i suoi missionari e ne fecero veramente molto, lo fecero animati dalla carità di Cristo, carità ardente, appassionata, generosa, fondata su Dio e sull’amore di Cristo per gli uomini, senza distinzioni di sorta. Rimane perciò sempre il rischio di anteporre la promozione umana, e tutte le altre belle cose che ne seguono, alla visione chiaramente cristocentrica della missione che i nostri Fondatori, e il nostro Fondatore in particolare, avevano.

Tanto meno, in questo contesto, si può parlare di inculturazione del Vangelo e di dialogo con le altre religioni non cristiane. In questo campo è difficile orientarsi. L’allora cardinale Ratzinger, nel suo dialogo con il filosofo J. Habermas del 19 gennaio 2004, al termine «inculturazione» preferì quello di «interculturalità» o di «incontro delle culture», per precisare i rapporti che intercorrono tra fede cristiana e le diverse culture del mondo. L’interculturalità – egli afferma – differisce sia dall’inculturazione, perché sembra presupporre l’equivoco di una fede, in origine culturalmente spoglia, che si traspone in diverse culture, religiosamente neutre, lasciandole inalterate in se stesse, sia dalla «interculturalità», come semplice coesistenza di culture fra loro diverse. L’interculturalità appartiene alla forma originaria del cristianesimo e implica sia un atteggiamento positivo verso le culture, e verso le religioni che ne costituiscono l’anima, sia quell’opera di purificazione indispensabile per ogni cultura, se vuole veramente incontrare Cristo.

È evidente, in queste parole di Ratzinger, come determinati modi di pensare e vivere la missione siano in continua evoluzione, e non potevano certo far parte del bagaglio intellettuale e spirituale dell’Allamano, così come di altri Fondatori di Istituti missionari tra Otto e Novecento. Tuttavia, la concretezza dell’Allamano arrivava a invitare i suoi missionari e le sue missionarie a inserirsi nell’ambiente circostante mediante il contatto diretto con le popolazioni locali, la visita periodica ai loro villaggi, la raccolta di usi e costumi, di miti e leggende, di parole e frasi di lingue allora sconosciute, fino a comporre dei piccoli vocabolari e impegnarsi a parlare correttamente le loro lingue. 

6.  La sua spiritualità

Per molti aspetti l’Allamano fu figlio del suo tempo, della mentalità e della teologia di fine Ottocento e di inizio Novecento. Non tutto in lui può certo dirsi «conciliare». Sarebbe un’operazione antistorica. Nemmeno, se confrontato con altri Fondatori di Istituti missionari, ebbe un pensiero spiccatamente originale e innovatore. Le sue conferenze settimanali ai missionari e alle missionarie erano per lo più ispirate ad autori e libri del suo tempo. Vi aggiungeva la sua paternità e bontà, le sue battute bonarie, che ne rivelavano l’animo sereno, fondamentalmente contadino, pratico, privo di retorica. Ma seppe anche elevarsi al di sopra della mediocrità. Fu padre e maestro impareggiabile di missionari e missionarie. Il Santuario della Consolata e le missioni furono la sua vita fino all’ultimo respiro.

Diceva ai suoi missionari – e mi pare uno stupendo messaggio anche per noi oggi – diceva:

  • Elevatevi sopra le idee ristrette che predominano nell’ambiente.
  • Puntate alla trasformazione dell’ambiente, non solo degli uomini.
  • Scegliete la mansuetudine come strada di trasformazione.
  • Siate forti, virili, energici nell’apostolato.
  • Diventate conche e non canali riguardo ai doni spirituali; canali e non conche riguardo ai doni materiali.
  • Cercate Dio solo.
  • Fate bene il bene e fatelo senza rumore.

Si parla sovente di santità: una parola astratta e generica, che tuttavia può essere riassunta e ispirata da questi inviti, da queste brevi frasi, semplici ma efficaci. Pieni di stupore, dicevano di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa» (Mc 7,37). Era lo stile con cui Gesù viveva la sua santità. Ai suoi missionari e alle sue missionarie l’Allamano diceva che la «santità che io vorrei da voi non è fare miracoli, ma fare tutto bene». «Bene omnia fecit» si diceva di Gesù e desiderava che queste parole fossero scritte sulla lapide della tomba dei suoi missionari.

L’Allamano aveva anche una profonda pietà eucaristica e mariana. Della Messa diceva che era un tesoro inestimabile della Chiesa. Celebrava la Messa «in compagnia con Maria, la madre di Gesù», sotto il titolo della Consolata, di cui era molto devoto. Una delle espressioni più usate dall’Allamano, specialmente nella corrispondenza personale, era «Coraggio nel Signore!». Parole che racchiudono la sua fede, la sua speranza e la sua forza d’animo. Coraggio, diceva, «non bisogna mai stare fermi, ma andare sempre avanti»; «essendo né caldi né freddi, cioè tiepidi, non si riuscirà mai a niente». È, questo, un affettuoso e paterno invito al coraggio, alla speranza, alla fiducia per noi qui presenti, per la nostra Chiesa torinese, ricca di santità, per tutta la Chiesa missionaria.