Ritiro spirituale per Laici Missionari
Introduzione:
UN TRINOMIO CHE FA PENSARE
Il principio base dell’Allamano sta in un trinomio, che riportiamo con le sue stesse parole, divenute classiche nell’Istituto: «Nelle opere di Dio bisogna procedere così: pregare, per conoscere la volontà di Dio, consultare, consigliarsi, e soprattutto (ben marcato) l’ubbidienza, la disposizione dei superiori».[1]
La trascrizione di P. Giovanni Chiomio di queste parole è analoga:
«Vedete, in qualunque opera perché riesca, bisogna:
a) Pregare molto per conoscere se sia la volontà di Dio che si faccia;
b) prender consiglio;
c) la parola del Superiore: Quest’ultima in modo speciale è necessaria per non sbagliare».[2]
Anche Sr. Emerenziana Tealdi depone: «Diceva sovente, che su tutti gli affari di certa importanza prima pensava, poi pregava, ed infine agiva».[3]
Che l’Allamano si sia spesso consigliato appare chiaro da un altro fattore che risulta molto evidente nella sua vita: la sua capacità di collaborare. Che sia stato legato alle decisioni del superiore appare dalla sua totale obbedienza in occasione della nomina a Direttore Spirituale del seminario, poi a Rettore del Santuario e del Convitto e, infine, per tutte le vicende riguardanti la fondazione dell’Istituto. Circa poi la sua totale e cordiale adesione alla volontà di Dio, diremo più diffusamente, perché questo è un punto forte della sua spiritualità.
Prima meditazione:
COLLABORARE E CONSIGLIARSI
Inizio dall’abilità del Fondatore a collaborare, perché da essa risulta anche come sapeva consigliarsi. In realtà, egli si confronta, si consiglia ed è aperto alla collaborazione. Chi non collabora non si avvicina ad altri per confrontarsi o chiedere luce. Nell’Allamano troviamo che la prima regola da lui suggerita agli altri: “consigliarsi”, non è una teoria, ma una sua pratica abituale, che diventa esperienza di vita.
1. L’Allamano e il Camisassa. L’Allamano faceva molto, ma sapeva anche farsi aiutare. Il suo dinamismo va condiviso con diverse persone, ma prima e soprattutto con il Camisassa. L’Allamano ha avuto l’abilità di scegliersi un collaboratore che lo completasse. Ne aveva potuto conoscere le qualità, durante il periodo del seminario, trovandolo adatto e affine. Sentiamo quanto gli ha scritto, probabilmente nel settembre del 1880, per invitarlo ad accettare la nomina a Economo del Convitto. Dopo avergli detto che l’Arcivescovo gli ha permesso di scegliersi un «Sacerdote che mi piacesse», lo prega di non fermarsi sul nome di economo, che dovrà essere nobilitato, né di addurre scuse di «personali incapacità», perché Dio supplirà, gli spiega così lo spirito della collaborazione: «Veda, mio caro, faremo d’accordo un po’ di bene, eserciteremo la carità coi vecchi Sacerdoti là ricoverati e procureremo di onorare col S. Culto la cara nostra madre Maria Consolatrice. […] Io sono certo che V.S. vorrà imitare il suo antico Direttore nella ubbidienza agli ordini del Superiore ed avrò la fortuna di dividere con una persona, che tanto amo e di cui ho sempre tanto ricevuto prove d’amore, i tanti nuovi travagli che mi aspettano».[4] Come si nota, ci sono ragioni umane e soprannaturali che l’Allamano adduce per convincere il Camisassa e l’obiettivo appare chiaro: lavorare («fare un po’ di bene») d’accordo, insieme.
Se esaminiamo quanto l’Allamano ha detto dopo la morte del Camisassa, si vede che queste previsioni si sono avverate. Per esempio: «Con la sua morte ho perso tutte due le braccia»; «Erano 42 anni che eravamo insieme, eravamo una cosa sola»; «Tutte le sere passavamo in questo mio studio lunghe ore…»; «Abbiamo promesso di dirci la verità e l’abbiamo sempre fatto».[5] Queste due ultime espressioni dicono bene l’atteggiamento dell’Allamano. Che cosa facevano in quelle lunghe ore e quali erano le verità che si dicevano? Certamente lo scambio di consigli tra questi due uomini di Dio era fitto.
2. L’Allamano e gli altri collaboratori. La cerchia dei collaboratori dell’Allamano, però, era molto vasta, sia alla Consolata che nell’Istituto. Nell’ambito del Santuario e del Convitto meritano di essere evidenziati due personaggi: il Can. G. Cappella e il Can. N. Baravalle. Più che portare avvenimenti, mi piace evidenziare lo spirito di intesa che si era creato tra l’Allamano e questi suoi due principali collaboratori. Questo spirito emerge bene dalle deposizioni che essi hanno fatto al processo canonico diocesano. Sono due deposizioni lunghe, dettagliate, magnifiche, direi entusiaste. Si vede che conoscono bene l’Allamano, lo apprezzano e gli vogliono bene.[6] Avevano lavorato bene con lui. Ci sono altri dettagli che indicano questo rapporto. Si legga il commovente indirizzo che il Cappella gli rivolge, al termine del pranzo, il 29 gennaio 1910, decimo anniversario della miracolosa guarigione. Ci sono parole quasi di venerazione, che dimostrano chi era l’Allamano per quel gruppo di collaboratori.[7]
Sul metodo della collaborazione, ecco una magnifica testimonianza: «Non era fossilizzato nelle sue idee, ma apriva il cuore ad ogni buona iniziativa; accettava, specialmente all’ora della mensa quando ci trovavamo tutti insieme, le nostre proposte, le esaminava benevolmente, e talvolta cambiava radicalmente o modificava le proprie deliberazioni, dimostrando il contatto diretto che teneva con i suoi collaboratori, e la stima che aveva di loro, e dei loro suggerimenti».[8] Si tenga presente che questi collaboratori erano ragazzi rispetto a lui.
Per quanto riguarda la collaborazione con i membri dei suoi due Istituti, si deve riconoscere che è stata piena e abbondante. Non riporto nessun esempio, ma rimando agli articoli che sono apparsi sulla rivista “Giuseppe Allamano, dalla Consolata al mondo”, che aveva una rubrica intitolata appunto “Collaboratori”. Oltre che del rapporto con il Camisassa, finora si è parlato della collaborazione con P. G. Barlassina, con Sr. Margherita Demaria, con il Fr. Benedetto Falda, con
M. Maria degli Angeli, p. Lorenzo Sales, sr. Chiara Strapazzon, p. Giuseppe Gallea.[9] Questa rubrica ha inteso appunto far notare come i principali collaboratori dell’Allamano nei due Istituti fossero legati a lui da un vincolo di amore filiale, di fedeltà e, nello stesso tempo, come fossero altamente responsabili e sapessero offrire il loro apporto a livello di proposte, consigli e attività.
3. L’Allamano prima di fondare gli Istituti missionari. Come è noto, nella fondazione dell’Istituto, l’Allamano si è consigliato con persone prudenti e mature, a cominciare dal suo Arcivescovo. È lo stesso Allamano, scrivendo al Card. A. Richelmy, il 6 aprile 1900, ad assicurare che le vocazioni missionarie ci sono, ma vuole sentire il suo parere: «Eppure coll’esperienza acquistata in tanti anni nell’educazione del Clero, debbo confessare che molte volte mi occorse di trovare vere vocazioni alle Missioni».[10]
Conosciamo il seguito, nel quale spiega perché molti preferirono desistere, piuttosto che entrare in Istituti poco conosciuti nel Piemonte. Scrivendo al Prefetto di Propaganda Fide, Card. N. H. Ledóchoski, il 23 giugno dello stesso anno, dopo avergli narrato dell’accantonamento del progetto per dieci anni, a causa delle difficoltà incontrate al tempo del Card. Alimonda, continua: «[…] per il che parve prudente differire la cosa, pur continuando a coltivare nello spirito della loro vocazione quei sacerdoti che volevano dedicarsi a quest’opera».[11] Tutti gli interventi con Propaganda Fide, prima e dopo di questo, avevano lo scopo di chiedere consigli per essere illuminato. L’Allamano non ha voluto agire di testa propria nella fondazione.
4. Un aspetto particolare. Riporto un fatto dal quale emerge quanto importanza l’Allamano dava al consiglio del suo confessore. È risaputa l’epurazione che, dopo la morte di Mons. Gastaldi, avvenne di tutte le sue “creature”. Si sa anche che l’unico rimasto “in piedi” è stato l’Allamano. Ma a qualcuno questo fatto non piaceva, ed ecco l’insorgere di insinuazioni presso il nuovo Arcivescovo, il Card. Gaetano Alimonda, contro l’Allamano. In questo clima, qualcuno insinuò che i conti delle opere dell’Allamano non erano in regola ed allora il Cardinale richiese improvvisamente i registri all’Allamano. Una specie di controllo fiscale. L’Allamano glieli mando subito con una lettera rispettosa, nella quale, come depone il Can. Cappella, si dichiarava «disposto a lasciare il Santuario».[12] Il Cardinale, trovato in ordine i registri, anzi, constatato che l’Allamano aveva messo del suo, glieli rimandò indietro, senza nessun commento.
E qui insorge una reazione nell’Allamano che non è semplice comprendere. P. Gallea così depone: «Allora il Servo di Dio, vedendo che nessun appunto era stato rilevato, e riscontrando una mancanza di fiducia, si decise di presentare le dimissioni da Rettore del Santuario. Mentre, era avviato per entrare in Arcivescovado, incontrò il suo confessore, Padre Carpignano, dell’Oratorio, il quale si informò del motivo per cui lo vide insolitamente sopra pensiero. E conosciutolo, lo rimandò indietro con un “no” ben preciso. Il Can. Allamano, obbedì, e non si parlò più di nulla».[13]
Lo stesso Allamano fece più volte parola di questo fatto con gli allievi o con le suore. E proprio in queste sue comunicazioni possiamo leggere meglio lo spirito con cui ha superato quel momento di sconforto. Sr. Francesca Giuseppina Tempo, nella sua testimonianza del 13 febbraio 1931, dopo aver parlato di questo incontro con il P. Carpignano, dice: «Il Can. Allamano molti anni dopo soggiungeva: “Il P. Carpignano era proprio ispirato dal Signore, perché se io allora andavo dall’Arcivescovo a dare le mie dimissioni, egli le avrebbe accettate, e forse non si sarebbe potuto fare quel che si fece con la grazia di Dio».[14] Nella conferenza dell’8 marzo 1914, facendo una specie di commemorazione di P. Carpignano, l’Allamano disse agli allievi: «Era un uomo di poche parole, ma…Una volta avevo preso una decisione senza parlarne con lui, mi pareva cosa chiara. Esco di casa, ed ecco, m’incontro con lui, e quasi mi rincresceva, e poi gli raccontai tutto, e lui mi ha lasciato dire poche parole e poi: “No!” e fu deciso. E mi fa tanto piacere di ricordarlo, siccome ha fatto tanto bene a me, così lo farà anche a voi».[15]
Il compilatore del terzo Voto per il Congresso sulle virtù eroiche dell’Allamano, riferendo il suo incontro con il P. Carpignano, fa questo commento: «Il Gesto dell’Allamano era precipitoso, perciò non fu approvato dal confessore, che riuscì a fermarlo in tempo».[16] Questo commento, che è fatto in senso negativo, dimostra invece come l’Allamano sia un vero uomo sensibile e reattivo, ma anche un uomo di fede, capace di scorgere subito la volontà di Dio nel consiglio del suo confessore.
5. L’Allamano uomo del Consiglio. Vorrei approfondire un aspetto che mi pare collegato, sia pure in modo indiretto, con la capacità dell’Allamano a chiedere consiglio, e cioè: la sua disposizione a consigliare. Ci sono tanti esempi al riguardo, tanto che è stato definito l’uomo del consiglio. Anche i santi andavano da lui. Ecco quanto scrive S. Luigi Orione al suo collaboratore don Carlo Sterpi, il 28 settembre 1901: «Ieri fui alla Consolata dove ho pregato per voi, e dove ho potuto parlare fino verso le 9 con il can. Allamano, nipote di don Cafasso, e dove ebbi tanti lumi e buoni consigli».[17].
L’Allamano era idoneo a dare consigli perché sapeva confrontarsi; non era una persona chiusa in sé. Certo viveva la sua dimensione di speciale comunione con Dio, dal quale soprattutto prendeva luce, ma era anche comunicativo, si confidava e, di conseguenza, era aperto ad accogliere il pensiero e l’esperienza altrui.
Porto come esempio di questa comunicazione un suo incontro con S. Luigi Orione, come viene presentato dal can. Cappella in una lettera al Superiore Generale degli Orionini: «Nei primordi del diffondersi del nome di don Orione negli ambienti della carità e delle moderne istituzioni religiose, un mattino si presenta nella sacrestia del nostro santuario della Consolata un sacerdote che, al primo aspetto, dà l’impressione di persona modesta e veneranda, non tanto per l’età ma pel portamento. Sentito il desiderio suo di parlare col rettore del santuario, il canonico Allamano, mi faccio premura di accompagnarvelo. Appena il rettore intese il nome del visitatore, ne fu come sorpreso, come di chi si trova improvvisamente avanti a persona di riguardo e di cui forse da tempo desiderava l’incontro. Il colloquio tra i due fondatori fu assai lungo.
E, siccome di don Orione già se ne era parlato tra noi sacerdoti del santuario, appena ci trovammo insieme raccolti nell’ora della refezione, mi presi la libertà di interrogare il nostro rettore quale impressione avesse riportata dalla visita di don Orione. Ed egli, quasi premuroso di farci conoscere un santo sacerdote, già tanto benemerito della Chiesa, subito rispose: “Don Orione mi ha fatto subito l’impressione di un uomo di Dio, investito del dono, della prerogativa di un vero ed autentico fondatore di un ordine religioso, che farà del gran bene nella Chiesa. Avendomi poi accennato don Orione a difficoltà, insorte già fin dai primordi della fondazione dell’opera sua, cercai di incoraggiarlo a continuare... ché, le difficoltà, le contraddizioni ed anche qualche incomprensione dei buoni, erano e saranno sempre il marchio delle opere di Dio..., che la corona, che circonda il capo dei santi fondatori di congregazioni religiose, mentre profuma di balsamo prezioso la Chiesa di Dio, non è mai senza spine, e che queste appunto saranno poi quelle che li faranno rifulgere in cielo quasi stellae in perpetuas aeternitates...[quasi stelle nell’eternità]. Tiriamo avanti, caro don Orione - gli dissi - nell’opera intrapresa, sicuri che il Signore, che ce l’ha affidata, non mancherà del suo aiuto, e avanti con la vicendevole promessa di preghiere per noi e per i nostri congregati, fidenti nella Divina Provvidenza e nell’aiuto della santissima Vergine, di poter fare un po’ di bene...».[18]
Parola più o parola meno, questo fu il senso di quanto riferito dal can. Allamano. Meraviglia la immediata comprensione da parte di questo uomo di Dio, grande maestro di spirito, nei confronti di un altro uomo di Dio. Riconobbe l’azione dello Spirito in un fondatore di 30 anni che altri giudicavano presuntuoso, avventato, e forse un po’ pazzo.
Conclusione. Possiamo riflettere su questo aspetto di cui l’Allamano è modello: se vogliamo seguirlo sulla via del “discernimento spirituale”, per prima cosa dobbiamo abituarci a saperci confrontare, chiedere consigli, ma scegliendo le persone giuste. Chi pretende di risolvere tutto per conto proprio, sbaglia. Dio ci parla anche attraverso i “saggi” che sanno attingere da lui la luce.
Seconda meditazione:
«QUESTA FU ED È LA MIA CONSOLAZIONE»
Svolgerò questa meditazione in due tempi: 1° - come l’Allamano vive la volontà di Dio attraverso le sue confidenze; 2° - come i figli e le figlie lo hanno visto in questa dimensione.
1. Le confidenze dell’Allamano. L’Allamano ha parlato tante volte di sé, soprattutto ai suoi figli e figlie, al punto che dalle conferenze e dalle lettere si potrebbe quasi costruire una specie di auto-biografia[19]. In realtà, si tratta di confidenze, fatte in momenti particolarmente significativi, come per esempio, in occasione degli anniversari suoi o dell’Istituto, ma non solo. Dal numero delle volte in cui parla di sé, si desume come per l’Allamano fosse spontaneo confidarsi nel suo ambiente, con quelli con cui era in sintonia spirituale. Questo è uno dei modi in cui egli ha espresso la propria paternità spirituale.
Sentiamo qualcuna di queste sue confidenze. Riporto con abbondanza le parole dell’Allamano, per inquadrare il suo discorso nel clima in cui è stato pronunciato. Così che lo possiamo conoscere meglio, apprezzarlo sempre più e seguirlo come modello.
Rispondendo agli auguri anticipati per il compleanno, il 19 gennaio 1913, dice: «Domani compirò 62 anni; ed in questi giorni il mio pensiero è rivolto a considerare tutta la catena di grazie di cui il Signore mi fu generoso donatore, sia nell’ordine naturale come nel soprannaturale. – Una cosa mi consola quando penso alla mia poca corrispondenza a tante grazie; e si è di avere sempre coll’aiuto di Dio seguito la via che Dio mi aveva fissata da tutta l’eternità». Dopo aver ricordato i momenti salienti della sua vita, prosegue: «Vedete quindi com’io ora dando uno sguardo al passato possa con santa compiacenza rallegrarmi di avere ubbidito alla volontà di Dio manifestatami dai Superiori; ed ora godo della certezza di aver sempre camminato per la via da Dio assegnatami. Perciò usai delle grazie sparse nel cammino a mio ed altrui bene. – Mi consola pure che avendo così fatta la volontà di Dio, Egli avrà anche aggiustato le mie deficienze e perdonato alle mie mancanze per me e per gli altri».[20]
Una seconda confidenza interessante riguarda ancora un compleanno. Siamo il 21 gennaio 1917, quattro anni dopo la confidenza precedente. La conferenza volge sul tema “Gesù modello di povertà”. Prima di affrontare il tema, l’Allamano divaga: «So che quest’oggi avete pregato per me, ve ne ringrazio. Quest’oggi è il mio anniversario di nascita, proprio adesso, alle sei di sera di quest’oggi. Quando ero ancora piccolino avrei mai creduto che il Signore volesse conservarmi fino a quest’età, per tanti anni; sono 66 anni sapete […]. Quest’oggi ho fatto il ritiro mensile, naturalmente e ho ringraziato il Signore, ed ho supplicato il Signore a perdonarmi quando dovrò rendere conto di tutte le grazie che ho ricevuto. Ne avrò tanti rendiconti da rendere io sapete! Tuttavia non mi affliggo per questi rendiconti. Ho sempre fatto la volontà di Dio, di questo non ne dubito; dunque Signore, supplite voi! Questo sono certo che ho sempre cercato di fare la volontà di Dio in tutto, senza guardare in faccia a nessuno…Ma ad ogni modo non tocca a me fare il mio elogio; non c’è che da ringraziare il Signore».[21]
Raccontando alle suore le vicende dei primi anni di sacerdozio, così conclude: «Io vi dico che la mia più bella consolazione è d’aver sempre fatto la volontà di Dio»[22]. Spiegando agli allievi perché aveva dimesso un coadiutore che aveva disobbedito, dice: «Ma non cade foglia senza che Dio lo voglia o lo permetta…perciò ho pregato in questi Esercizi che il Signore mi desse non solo conformità alla sua volontà, ma uniformità, e ho detto: qui dentro non voglio che si faccia la mia volontà, ma la sola volontà di Dio».[23]
Un altro incontro confidenziale è quello del 20 settembre 1918. Ecco le sue parole: «Sapete cosa voglio dirvi stasera? Voglio farvi il mio panegirico. Sapete che cosa vuol dire lodarsi, ma a gloria del Signore si può far anche questo. Cosa è per me quest’oggi? Sono 45 anni che sono ordinato Sacerdote! Voi allora non c’eravate […]. Nessuno allora pensava a voi, neppure vostro padre e vostra madre, uno solo pensava a voi, Dio». Dopo avere narrato alcuni momenti significativi della sua vita sacerdotale, dice: «Credetemi, c’è niente di più consolante e tranquillo che aver fatta la volontà di Dio, manifestata dai Superiori. Sono così persuaso di aver sempre fatta la volontà di Dio, perché nei miei Superiori ho sempre avuto confidenza, e fatto quello che mi dicevano, cominciando dai nostri Arcivescovi». E conclude serenamente così: « Dunque il mio panegirico è finito: pregate il Signore per me, e preparatevi quando toccherà a voi».[24]
Alle suore, nella conferenza del 18 marzo 1923, dopo una breve festicciola di auguri per S. Giuseppe, confida: «Vedete, il Signore ha creduto di provarmi un po' ma la mia malattia era una malattia comoda. Sono vecchio ed ho bisogno, secondo il medico, di riposo e di dormire. Se andiamo ai particolari, diceva, il cuore è buono, i polmoni sono sani, ma deboli. Eh!…che cosa facciamo allora?…cercherò di darle un po’ di vita… Che cosa volete, quello che si deve fare si fa: è un obbligo anche quello. Il cattivo tempo esigeva delle cure ed ho dovuto farle, ma con tutto questo sempre soggetto alla volontà di Dio. Si faccia sempre la sua santa volontà!».[25]
Enumerando le molteplici responsabilità che gravarono sulle sue spalle, nella lettera ai missionari e missionarie del 1 ottobre 1923, commenta con semplicità: «Se al mio posto fosse stato un santo quanto maggior bene avrebbe operato, ed acquistatisi più meriti! Mi consola però che cercai sempre di fare la volontà di Dio riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il secreto mio fu di cercare Dio solo e la Sua Santa Volontà, manifestatami dai miei Superiori. Questa fu ed è la mia consolazione in vita e la mia confidenza al tribunale di Dio». E dopo avere ringraziato tutti per le preghiere, le felicitazioni e le feste fattegli in occasione del 50° di sacerdozio, conclude: «Attribuisco a voi se non sono deceduto nel passato inverno; ma con sufficiente salute giunsi al bel giorno […]. Continuate a pregare perché in me ed in voi si compia sempre la S. Volontà di Dio».[26]
2. Così lo hanno visto i missionari e le missionarie. Credo che sia utile vedere anche come la fedeltà alla volontà di Dio nella vita dell’Allamano sia stata recepita dai suoi figli e figlie. Lo sottolineo, perché sono convinto che il nostro Fondatore ha educato più con la vita che con le parole. C’è un periodo, nella vita dell’Allamano molto significativo al riguardo, quello cioè dei suoi ultimi anni di vita. Essendo spesso indisposto, doveva accettare speciali attenzioni e cure. In più, la sua fragilità fisica lo rendeva più vulnerabile. Diventa interessante ascoltare le testimonianze delle suore infermiere e di quanti lo hanno avvicinato in quel periodo. Da quanto essi riferiscono, risulta chiara la straordinaria maturazione spirituale del Fondatore, per il semplice fatto che ha continuato, fino all’ultimo giorno di vita, a preferire la Volontà di Dio prima e sopra di ogni altra cosa. Ecco qualcuna di queste testimonianze.
Secondo il diario di sr. Paola Rossi, alla suora che si congratulava per la ripresa nella salute, ha ripetuto ben tre volte: «Non questo dovete chiedere, non questo voglio, ma solo il compimento della volontà di Dio»[27]. E alla Superiora, sr. Agnese Gallo, mentre gli ricordava che stava per iniziare il mese di S. Giuseppe, rassicurandolo che le suore avrebbero messo l’intenzione per la sua guarigione, il Fondatore «alzando gli occhi al cielo, ed allargando un poco le braccia: “La volontà di Dio, la volontà di Dio”». Ecco il commento di sr. Agnese: «sembra che non abbia altro da dire».[28]
La scelta integrale della volontà di Dio ha avuto, come effetto, di renderlo sempre più indifferente per qualsiasi cosa. Sr. Emerenziana Tealdi offre questa testimonianza: «Non potei mai sapere se quello che gli porgevo era di suo gradimento o gusto; ringraziava sempre per ogni servizio; era quasi sempre in preghiera e raccolto».[29]
Sr. Emerenziana, che lo trovò peggiorato, dopo essersi brevemente assentata per il pranzo, attesta: «Nella mia semplicità, col cuore angosciato, capii che si avviava al termine, e gli dissi: “Oh, Padre. Ci siamo. Lei mi muore”, ed egli mi rispose con un fil di voce: “E tu prega perché si compia la volontà di Dio”».[30]
Anche al di fuori dell’ultimo periodo, l’Allamano è stato compreso bene. Una curiosa annotazione la troviamo nelle conferenza alle suore del 21 settembre 1921, che tratta della “Conformità alla S. Volontà di Dio”. Il Fondatore spiega: «Certamente per avere questa conformità bisogna fare dei sacrifici. Uno aveva la gazzetta da leggere, ma è stata da leggere fino al giorno dopo questa gazzetta, perché era volontà di Dio che si facesse prima il resto». E sr. Carmela Forneris, che redige queste parole, annota tra parentesi: «(Questo “uno” era il nostro Ven.mo Padre)»[31].
Riporto un’ultima testimonianza molto significativa, perché riguarda un momento forte della vita dell’Allamano e dell’Istituto. In occasione del primo Capitolo Generale, durante il mese di novembre 1922, il Fondatore intendeva ritirarsi e lo aveva detto espressamente sia a Propaganda Fide che ai missionari. La decisione di ritirarsi, assistendo dal di fuori l’Istituto, era stata programmata, assieme al suo collaboratore il Can. G. Camisassa, quando era ancora in vita. Ovviamente i missionari non avrebbero mai accettato di perdere il loro Padre.
Ecco come il verbale, inviato a Propaganda Fide, descrive la seduta per l’elezione del Superiore Generale: «Prima di passare all’elezione del Superiore Generale e suoi Consiglieri, il Rev.mo Canonico G. Allamano fa alcune dichiarazioni. Espone il desiderio che, per il maggior bene della comunità, si facciano le cose stabili, eleggendo a Superiore Generale un altro che non sia lui. Egli non può più reggere. L’età avanzata, le forze che gli vengono meno, lo rendono fisicamente e moralmente incapace a sostenere un tanto peso. E’ questione di responsabilità. Egli non si sente più di assumerla. Già col defunto Confondatore aveva deciso che si sarebbero dimessi ambedue definitivamente, al primo Capitolo. Continuerà a volerci bene, a proteggerci, ad aiutarci, ma non può più essere Superiore. Supplica quindi, con le lacrime agli occhi, di aver pietà di lui e di non eleggerlo». Sappiamo come sono andate le cose. Dopo una prima elezione plebiscitaria in suo favore, l’Allamano , «pur ringraziando i Padri Capitolari della dimostrazione di affetto datagli, li scongiura a rifare la votazione, dando questa volta il voto ad un altro». Allora il P. T. Gays, a nome di tutti, interviene con decisione: «Inutile sarebbe ripetere l’elezione, perché se cento volte la si ripetesse per cento volte sulle schede non si leggerebbe che questo nome: Allamano Can. Giuseppe». Il verbale conclude: «Allora l’eletto, pur facendo qualche riserva ancora, piega il suo capo e pronunzia il “fiat” alla volontà santa di Dio»[32]
In seguito, finito il Capitolo, l’Allamano si è trovato in Casa Madre per gli auguri natalizi. Tra l’altro disse: «Sono venti e più anni che mi chiamo Rettore e non ho voluto assumere il nome di “superiore”. Questo nome voleva lasciarlo ai miei eredi. Non credete che facessi questo perché non vi volessi bene. No, no. Vi voglio bene… Ma i Padri Capitolari sono stati proprio un po’ crudeli, ed hanno avuto il coraggio di dirmi che se vi fosse stata la elezione cento volte, per cento volte essi mi avrebbero eletto… Non vi pare che siano stati un po’ crudeli?
Eravamo intesi, il Vice Rettore ed io, di dimetterci…; non per disgusti o per altro; ma perché credevamo che fosse meglio per noi, per voi, per tutti; ma la cosa è finita diversamente, pazienza!
Io avrei voluto ritirarmi per assistervi e vedere come fate, prima di morire; ma Dio non volle e… (a questo punto il pianto gli tronca la parola; poi dopo un minuto di silenzio e di commozione generale, conclude). Faremo la volontà di Dio tutti assieme… Io non dubito del vostro buon cuore… Sarete buoni d’ora in avanti anche per consolarmi».[33]
Conclusione. È bene per noi “confrontarci con l’Allamano. Ormai lo conosciamo. Quando abbiamo degli interrogativi, non abbiamo paura di domandagli: come avresti fatto tu? Come devo fare per vivere il tuo spirito? Non c’è dubbio che il Fondatore qualcosa ci suggerisce, come ha sempre fatto.
Terza Meditazione:
«FACCIO LA MIA O LA VOLONTÀ DI DIO?»
Inizio questa meditazione con le parole del Fondatore alle suore, nella conferenza del 20 gennaio 1911, come le ha riprese sr. Margherita de Maria: «(Le sante esortazioni che il Rev.mo nostro Padre Rettore, nella sua grande bontà volle farci oggi). L'umiltà, la semplicità e la piena conformità ai voleri di Dio. Necessità e bellezza di fare in tutto la volontà di Dio la quale si può fare in tre modi o gradi:
1° - La conformità alla volontà di Dio; e questo è già bene, perché si piega la nostra volontà a quella di Dio.
2° - L'uniformità alla volontà di Dio; e questo è meglio, perché consiste nel fare una sola volontà, della nostra con quella del Signore; ma la
3°-, cioè la Deiformità alla volontà di Dio, è la migliore, perché consiste nel distruggere la nostra volontà per non vedere, amare e fare che quella di Dio».[34]
In queste parole c’è la sintesi dell’insegnamento dell’Allamano, come possiamo vedere in questa meditazione.
L’Allamano educa a compiere la volontà di Dio
a. I modelli. Per educare i figli e le figlie a vivere conforme alla volontà di Dio, il Fondatore ha usato bene la “pedagogia dei modelli”. Il modello per eccellenza è stato Gesù, ad iniziare dal testo di Eb 10,7: «Allora ho detto: Ecco io vengo – poiché di me sta scritto sul rotolo del libro – per fare , o Dio, la tua volontà»[35]. L’Allamano così commenta: «Queste parole sono il compendio di tutta la vita di N. Signore Gesù Cristo su questa terra»[36]. E poi spiega: «N. Signore Gesù Cristo sia cogli esempi che coi detti ci dichiara che non c’è altra strada per salvarsi che quella di fare la volontà di Dio, dell’eterno Padre. Su questa terra Egli ha sempre fatto la volontà di Dio, mai la propria […]. In tutta la sua vita ha sempre avuto davanti questa volontà. “Non veni ut faciam volontatem meam sed voluntatem eius qui misit me [non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato]”. Diceva che questo era il suo cibo: “Cibus meus est ut faciam voluntatem Patris”: mangiava di questa volontà. Quae placita sunt ei facio sempre [faccio sempre ciò che gli è gradito] E poi tutta la vita di N. signore è così: basta leggere il S. Vangelo per vederlo: a tutte le pagine si trova che faceva la volontà del suo eterno Padre»[37].
Un secondo modello è la Madonna, soprattutto nel mistero dell’Annunciazione. Ai candidati al Suddiaconato, il 15 dicembre 1907, l’Allamano suggeriva: «Quando sarete là prostrati confessate convinti il vostro nulla […], però conosciuta la volontà del Signore dite colla Madonna: Ecce Ancilla Domini, fiat mihi secondum verbum tuum [ecco la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola]»[38].
Tutti i santi, per l’Allamano, sono modelli della piena adesione alla volontà di Dio[39]. Alcuni, in particolare, sono stati da lui proposti come, per esempio, S. Paolo: «Facciamo come S. Paolo che appena convertito dice subito: Quid me vis facere [che cosa vuoi che faccia]?»[40]; S. Vincenzo de Paoli, che «tutti i giorni faceva quel che Dio voleva»[41] e «vedeva la volontà di Dio in tutte le cose»[42]; S. G. Cafasso, il quale spiegava che aderire alla volontà di Dio «è volere ciò che Dio vuole, in quel modo, luogo e tempo e circostanza che Egli vuole, e tutto ciò volerlo non per altro se non perché così vuole Dio»[43]; e tanti altri[44].
b. Ubbidire. Aderire alla volontà di Dio, per l’Allamano, è staccarsi dalla propria e ubbidire alle disposizioni dei superiori. Questa è stata la sua personale esperienza che ha voluto trasmettere come via sicura di crescita spirituale[45]. «Vedete: facciamo presto a dire che operiamo per amor di Dio, ma esaminiamo un po’ se in questa o in quella occasione adempiamo proprio la volontà di Dio ed ubbidiamo colla testa e col cuore»[46]. È pure interessante una specie di “test” per conoscere se compiamo la volontà di Dio o la nostra. Sulla base di suoi appunti fatti da giovane sacerdote, durante gli esercizi spirituali predicati dal P. G. Bruno, Filippino, il Fondatore propone sei “segni” o “mezzi” «per conoscere se nelle nostre azioni, parole e pensieri cerchiamo la sola volontà di Dio o la nostra»: 1) Santa indifferenza agli impegni ed opere; 2) Tranquillità nell’esercitarli; 3) Operare le cose piccole come le grandi; 4) Non badare all’esito delle opere; 5) Non badare al giudizio degli uomini; 6) Godere del bene, che sia fatto per mezzo di noi o di altri[47].
c. All’inizio dell’anno. L’inizio di un nuovo anno era per l’Allamano un’occasione propizia per invitare ad uniformarsi alla volontà di Dio. Agli allievi il 1 gennaio 1914: «Che cosa mi accadrà quest’anno? Morirò? So solo che non mi accadrà nulla che non sia stato preveduto, regolato, ed ordinato da tutta l’Eternità. Facciamo un atto di uniformità alla volontà di Dio. Accetto tutto, voglio tutto, ecc. senza restrizione»[48]. Alle suore, il 1 gennaio 1918: «Bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio in qualunque cosa»[49].
d. “Deiformità”. Punto forte dell’insegnamento dell’Allamano è la “Deformità alla volontà di Dio”, «che vuol dire che la nostra volontà scompare ed esiste solo più quella di Dio»[50], oppure: «che sia Dio che comanda in noi»[51]. Parlando della virtù della pazienza, il 24 aprile 1921, propone cinque mezzi. Il quinto è appunto: «Fare frequenti atti di conformità, di uniformità e di deformità alla S. Volontà di Dio»[52]. E spiega: «Poi c’è la deiformità, che è una maggiore unione con Dio, colla sua volontà, non solo si vuole quello che egli comanda, ma non si ha neppure più la propria volontà, come diceva S. Paolo: “Vivo ego jam non ego, vivit vero in me Christus” [vivo io, ma non io, in me vive Cristo]»[53].
e. Slogans. Per ultimo, faccio notare che la pedagogia dell’Allamano, in questo campo, consisteva anche in brevi sentenze, o slogans, che esprimeva secondo necessità. Sentiamone qualcuna desunta dalle conferenze alle suore, per ordine cronologico: «Costi quel che vuole, anche sangue, quando si è pensato, esaminato, provato, bisogna fare la volontà di Dio»[54]; «Che sia disposta a lasciar la vita, ma non la volontà di Dio»[55]; «Tutte le volte che ci rifiutiamo alla volontà di Dio, siamo peggiori dei burattini»[56]; «Ogni tanto dire a se stessi: Faccio la mia o la volontà di Dio?»[57]; «La santità consiste nel far la volontà di Dio; sta tutta qui la perfezione e la felicità nostra»[58]; «Fare le opere buone e non volute da Dio è anche perdere tempo. Se il Signore [l’obbedienza] non vuole quest’opera è perdere tempo»[59]; «Mai fare la mia volontà, ma sempre quella del Signore»[60]; «Tutto va bene se si fa la volontà di Dio»[61]; «Se noi vogliamo quello che vuole il Signore, dobbiamo volere la nostra santificazione»[62]; «Essere indifferenti […], purché si faccia la volontà di Dio»[63]; «Guardate di conoscere pienamente la volontà di Dio»[64]; «Bisogna fare ogni cosa quando e come si deve fare […], purché sia volontà di Dio»[65]; «Fa quel che vuole il Signore da te»[66]; «Volontà di Dio è quando il Signore permette le cose»[67]; «Se facciamo la volontà dei Superiori, che è quella di Dio, avremo il merito»[68]; «Qualunque cosa vogliate, o Signore, la farò, con la vostra grazia»[69]; «Quelli che sono risoluti di farsi santi, di fare la volontà di Dio, Egli li benedirà»[70]; «Dobbiamo cercare la volontà di Dio»[71]; «In tutto dovete riconoscere la volontà di Dio»[72]; «Faccio la volontà di Dio, e avanti…Non c’è nessuna qui per dormire, ma per fare la volontà di Dio»[73]; «[…] non bisogna cercare il perché; il perché è la volontà di Dio»[74]; «Aver di mira lo scopo per cui siamo in questo mondo e siamo venuti qui, che è: fare la volontà di Dio, e farla bene e sempre»[75]; «Ma pregate che il Signore faccia la sua santa volontà: è poi tutto lì, vedete!»[76]; «Non siamo mai sicuri come quando facciamo la volontà di Dio»[77]; «Che il Signore ci benedica e ci aiuti affinché possiamo corrispondere alla sua santa volontà, perché è poi tutto lì, sapete. Egli benedice chi sa fare la sua volontà»[78]; «Continuate a pregare che si faccia la volontà di Dio: ciò che è meglio per tutti»[79]; «Bisogna essere generose, proprio fare quello che vuole il Signore»[80]; «La vostra non è una vita di estasi, ma di lavoro; ma di lavoro secondo la volontà di Dio, per amor di Dio»[81].
Come conclusione, ecco il consiglio dell’Allamano: «Prendiamo come nostra giaculatoria: Fiat voluntas [tua]»[82].
Quarta meditazione:
LA LUCE DELLE ISPIRAZIONI
Dio si comunica anche in modo “misterioso”, nel segreto del proprio spirito. Si tratta di saperlo sentire e comprendere. Il discernimento spirituale e la ricerca della volontà di Dio si operano anche attraverso le “ispirazioni”.
Inizio questa ultima meditazione con un esempio curioso dell’Allamano. Nella conferenza del 30 aprile 1920 parla alle suore della loro fondazione: «Prima d’incominciare l’Istituto io sono andato a pregare sulla sua tomba (del Cottolengo). Naturalmente ho dovuto pregare e poi consigliarmi e ciò ho fatto non solo coi galantuomini di questo mondo, ma anche coi Santi. Gli ho detto: “Ho da fare questo Istituto o no? Veramente avrei più caro non farlo; la mia pigrizia vorrebbe quello. Anche voi avreste fatto volentieri il Canonico, eppure avete fatto questo. Dunque, devo farlo o non farlo?”. Quel che mi abbia detto non lo dico a voi».[83]
1. Precisazioni. Premetto tre precisazioni. La prima è questa: l’Allamano dà grande importanza alle ispirazioni in quanto sono voce del Signore. Spesso, quando parla delle ispirazioni le unisce anche ad altre manifestazioni della voce di Dio, quali soprattutto l’obbedienza, le regole, la voce dei superiori.
La seconda è questa: le ispirazioni provengono da molte fonti. Certamente dalla Trinità, in particolare dallo Spirito; dalla Madonna; dall’Angelo Custode, ecc. ».[84] Nella conferenza dell’11 giugno 1916, spiega: «Quando diciamo una buona ispirazione intendiamo quelle che ci possono venire dal Padre eterno, o dal Figliuolo, o dallo Spirito Santo o dall'Angelo Custode, ma ci possono venire anche direttamente dallo Spirito Santo» (IMC, II, 600) . Così, nella conferenza del 2 giugno 1922: «Siete soddisfatte dei Santi Esercizi, ed io pure son contento. Quante ispirazioni per mezzo delle prediche! Quante ispirazioni nelle visite al Santissimo, nelle vostre preghiere. Enumerare le grazie che avete ricevuto in questi giorni non è possibile».[85]
Infine, la terza precisazione è che l’Allamano spesso unisce due termini: ispirazioni e grazie, per cui nella sua mente ogni ispirazione è una grazia, cioè un dono speciale. Ne consegue che abbiamo responsabilità nel farne tesoro.
2. Le ispirazioni sono incalcolabili come le stelle. Parlando dell’Epifania: «Stelle sono le ispirazioni che il Signore vi manda tutto il giorno».[86] Nella stessa conferenza del 6 gennaio 1916, racconta: «Vedete quante ce ne sono: Enumera stellas, si potes!... Un giorno mi è venuto in mente di contare tutte le buone ispirazioni che il Signore mi mandava durante quella giornata. Mi sono messo al mattino, e contavo, contavo, guardando anche di trarne profitto e metterle in pratica, ma sì... arrivato a mezzogiorno ne avevo già un buon numero, potevo mica più andare avanti. Tutte le grazie che riceviamo dalla mattina alla sera!».[87]
Nella conferenza di Pentecoste, 4 giugno 1911: I doveri verso lo spirito Santo sono tre: conoscerlo, amarlo, seguirlo. Parlando del terzo dovere, prende l’occasione per spiegare le ispirazioni. Ecco il suo manoscritto (la conferenza non è stata ripresa): «3. Seguirlo, nelle Sue ispirazioni con generosità e costanza. Quante anime in certi momenti di fervore ascoltano i suoi inviti, ma presto si stancano e lasciano il bene e la propria santificazione a metà; quindi in loro lo Spirito Santo non può operare le Sue meraviglie».[88]
Nella conferenza dell’11 giugno 1916, festa delle Pentecoste, parla dello Spirito Santo. Tra l’altro ritorna sul concetto di ascoltarlo: «Poi ascoltarlo. Questo è il terzo dovere che abbiamo verso lo Spirito Santo. Bisogna che ascoltiamo le ispirazioni dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo ci manda delle ispirazioni, ma noi non le ascoltiamo, bisogna che lo ascoltiamo. […]. Perciò allora bisogna scuoterci, ascoltare, perché questo peccato appartiene al peccato dell'impenitenza finale, della disperazione della salute, e perciò non ascoltarlo fa parte di quel gran peccato contro lo Spirito Santo, che ci ispira direttamente ed indirettamente. Non bisogna che lasciamo passare questa settimana senza che siamo pieni dello Spirito Santo».[89]
Nella conferenza dell’Epifania del 1916, alle suore, paragonando le ispirazioni alle stelle, insiste sul dovere di seguirle: «Sono stelle tutte le buone ispirazioni... Conta le stelle se puoi! Contale in una bella notte d'estate! Ebbene, le stelle che compaiono nella nostra testa sono molte di più».[90]
2. Atteggiamenti necessari per seguire le ispirazioni. L’Allamano insegna in tanti modi come accogliere e mettere in pratica le ispirazioni. Se no, come dice nella conferenza del 12 agosto 1917, siamo da paragonare ai sordo-muti.[91] Infatti, tra le cause della rilassatezza: «Lasciar passare tante ispirazioni e grazie di Dio inutilmente».[92]
a. In spirito di obbedienza al Signore. Commentando la pesca miracolosa (cf. Lc 5,4-11), il Fondatore insiste sul fatto che da soli gli apostoli non aveva preso nulla. Obbedendo alla parola del Signore, invece, hanno riempito le barche di pesci. Così, obbedire alle ispirazioni è un atto di obbedienza direttamente al Signore che sicuramente è efficace.[93]
b. Senza limiti. «Chi mette limiti alle ispirazioni del Signore, non farà gran che».[94] «Le ispirazioni, purché ci facciano del bene, le seguiamo».[95] Portando l’esempio delle donne che andarono di buon mattino al sepolcro, commenta: «Bisogna essere pronti e solleciti nell’eseguire le buone ispirazioni, non aspettare».[96]
c. Con costanza. Parlando ancora dei Magi nella conferenza del 13 gennaio 1918 (il tema era “Laudate Dominum”), ritorna sul dovere di corrispondere alle ispirazioni, che sono le nostre stelle: «Fedeltà a corrispondere. I Magi han tenuto fermo. Quando in Gerusalemme scomparve la stella, la loro fede dev'essere stata messa ben alla prova... E la vostra stella quante volte scompare!... e ben, aspettatela. Certo è che il Signore ha aiutato i Magi per aver avuto costanza».[97]
d. Valorizzare le letture spirituali. Il Fondatore insisteva sull’importanza della lettura spirituale. Lui intendeva non quella che le comunità religiose fanno di regola ad un’ora fissa, ma ogni lettura, intesa come fonte di ispirazione, perché in essa è Dio che ci parla. Sentiamo uno dei tanti suoi interventi: «Nella meditazione siamo noi che parliamo al Signore; nella lettura spirituale è il Signore che parla a noi. […]. Lettura spirituale non è solo quella che si fa ad un’ora determinata, ma sono tutte le letture: […] le vita dei Santi, l’Imitazione, la S. Scrittura».[98]
e. Rimuovere gli ostacoli. A Pentecoste del 1911: «Anzitutto bisogna rimuovere gli ostacoli che si oppongono alle sue [dello Spirito Santo] operazioni in noi, che sono i peccati ed i difetti. Specialmente ostacola in noi l'opera dello Spirito Santo l'attacco a certi nostri difetti abituali; ciò che fa parte di quel peccato che si chiama impenitenza finale. Bisogna essere generosi nei tagli dei nostri difetti, e cosi cooperare alla nuova creazione che lo Spirito Santo vuol fare di noi: emitte ... et creabuntur... [manda il tuo Spirito e tutte le cose saranno create]. Felici coloro che si danno tutti a discrezione degli impulsi dello Spirito Santo e gli vanno dietro con coraggio. Egli ne farà degli eroi e dei Santi, come gli Apostoli e S. Fr. Zaverio. In costoro e per essi Egli rinnoverà la faccia della terra».[99]
f. Temere il Signore che passa. Un pensiero frequente del Fondatore, comune all’ascetica del suo tempo, è di non trascurare le ispirazioni e le grazie, perché c’è il pericolo che il Signore non ce le dia più. È l’applicazione del famoso: «Timeo Dominun transeuntem [temo il Signore che passa]» di agostiniana memoria. In questi pensieri si riscontra un po’ di severità, ma c’è anche tanta comprensione.
Tra i tanti riporto due testi: Il primo risale all’Epifania del 1916. Paragonando le ispirazioni alle stelle, insiste sulla necessità di non trascurarle: «Bisogna essere pronti, costanti a seguire questa stella. Temo Gesù che passa. Gesù è come una stella che comparisce e passa... Gesù ha una voce fina, non grida mica forte... suona, passa e va avanti. Se io son dissipato, distratto, Gesù va avanti e quella stella non verrà mai più. Avete visto come il gatto sta attento a prendere il topo? Bisogna stare colle orecchie aperte, essere pronte alle stelle, alle luci di Dio, e temere che il Signore dia quella grazia e se ne vada. Essere costanti; conosciuta una stella, fare ciò che la stella ci indica. Se i Magi avessero detto: Andare dietro ad una stella così lontano! ma... È vero che c'è una profezia, ma dove?... ma come?... Quando non abbiamo voglia di fare una cosa troviamo sempre dei pretesti. No; essi dissero: Signum Magni Regis est; eamus [è il segno del Gran Re; andiamo].
Questa decisione di partire alcuni la disapprovarono, altri fecero il muso, altri li stimarono stupidi... Ed essi? andarono avanti».[100]
Il secondo testo, pur nella sua brevità, è addirittura più comprensivo del vero pensiero del Fondatore: «Se il Signore mi manda una grazia, una buona ispirazione di fare quel sacrificio, di tirar dritto, di far quel lavoro con voglia e non così così… bisogna assecondarla perché può darsi che il Signore me ne dia delle altre domani, ma queste non me le dà più».[101]
Conclusione. Ecco quanto il Fondatore ci consiglia: alla Madonna domandiamo «che ci dia tanta grazia…soprattutto attenzione alle […] ispirazioni».[102]
Note:
[1] Conf. IMC, I, 333-334.
[2] CHIOMIO G., Insegnamenti del Padre, pp. 58-59: Arch. IMC.
[3] Processus Informativus, II, 566-567.
[4] Lett., I, 124.
[5] Per le reazioni dell’Allamano cf. Lett:, IX/1, 448-449: Il rapporto tra l’Allamano e il Camisassa è stato studiato molto bene da: TUBALDO I., L’Allamano visto da vicino, Vite parallele, promanoscritto, Torino 1998.
[6] Per la deposizione del Cappella cf. Processus Informativus, I, 160-307; per quella del Baravalle, cf. IV, 28-119.
[7] Cf. Lett., V, 334-339. Ecco l’augurio che il Cappella fa all’Allamano: «Vivete, sì vivete lungamente ancora al nostro affetto, al nostro esempio, a nostra guida…vivete al decoro, al compimento di questo percelebre Sanctuarium che voi avete preso a reggere quando era quasi deserto e vetustate fatiscentem e colla ferma vostra direzione, colla costanza del vostro zelo illuminato, ingenti molitione, opere cultuque magnifico, avete portato all’odierno splendore» (p. 337).
[8] Processus Informativus, IV, 97.
[9] Cf. “Giuseppe Allamano, dalla Consolata al mondo”, n. 1, gennaio 2003, 14-18; n. 2, maggio 2003, 16-19; n. 1, gennaio 2004, 16-19; n. 2, maggio 2004, 16-19; n. 3, settembre 2004, 20-22; n. 1, gennaio 2005, 16-19; n. 2, maggio 200516-19; n.3, settembre 2005, 18-21.
[10] Lett., II, 459. Questa è la memorabile lettera che l’Allamano scrive da Rivoli al Card. A. Richelmy e che dà il via alla fondazione.
[11] Lett., II, 471.
[12] Processus Informativus, I, 177.
[13] Processus Informativus, III, 12.
[14] Arch. IMC; TUBALDO I., o.c., I, 525.
[15] Conf. IMC, II, 42.
[16] CONGREGATIO PRO CAUSIS SANCTORUM, Relatio et Vota Congressus peculiaris super virtutibus, die 18 octobris an. 1988 habiti, 31.
[17] Scritti, 52, 192, in arch. Orionini.
[18] Relazione del 10.8.1945; ADO, C, 4-III, in arch. Orionini.
[19] Cf. Sr. DREONI Rachelia mc, a cura, Il Fondatore narra la sua vita, Istituto Suore Missionarie della Consolata, Nepi (Viterbo) 1997, pp. 300. In questo volume, l’A. raccoglie tutti i brani, presi dalle conferenze alle missionarie e ai missionari, nei quali il Fondatore parla di se stesso. Questi brani sono riportati per ordine cronologico e anche per temi. Ne risulta un’opera di lettura veramente interessante.
[20] Conf. IMC, I, 459 – 460. Si noti che queste parole sono desunte dal suo autografo, per cui fanno veramente parte della sua riflessione, come la voleva comunicare. Nella realtà non ha poi detto tutto ciò, limitandosi a raccontare alcuni momenti della sua vita, dicendo di aver ubbidito al Vescovo e facendo questo commento: «Bisogna sapere di essere dove il Signore chiama».
[21] Conf. IMC, III, 33 – 34.
[22] Conf. MC, II, 78. Un altro esempio di confidenza alle suore lo troviamo nella conferenza del 20 ottobre 1918: «(Poiché domenica scorsa il nostro Ven.mo Padre non venne, causa il cattivo tempo, noi quest’oggi gli dimostriamo il nostro rincrescimento ed egli, dopo averci detto qualche cosa al riguardo, esclama:) Piaccia o non piaccia, fa lo stesso (cioè che egli non sia venuto), non dipende dal piacere del mio operare, dipende dalla Volontà di Dio a mio riguardo. Bisogna fare così…(allude a non tener conto del piacere), altrimenti in punto di morte ci troveremo con le mani vuote»: Conf. MC, II, 364 – 365; cf. anche 372.
[23] Conf. IMC, III, 128; cf. anche III, 133.
[24] Conf. IMC, III, 232 – 234.
[25] Conf. MC, III, 499.
[26] Lett., IX/2, 653 – 654.
[27] I. TUBALDO, Giuseppe Allamano…., IV, 672.
[28] ID., o.c., 673.
[29] ID., o.c., 680.
[30] ID., o.c., 676.
[31] Conf. MC, III, 286.
[32] Lett., IX/1, 526 – 527.
[33] Da Casa Madre, n. 7, 1923, p. 50.
[34] Conf. MC, I, 11.
[35] Cf. Conf. IMC, II, 804,
[36] Conf. IMC, II, 810.
[37] Conf. IMC, II, 810; cf. anche III, 254 – 255; Conf. MC, I, 448; II, 390, 407; III, 114.
[38] Conf. IMC, I, 238.
[39] Cf. Conf. IMC, II, 811; III, 254.
[40] Conf. IMC, III, 255; cf. anche Conf. MC, I, 60, 389, 487; II, 210; III, 208.
[41] Conf. IMC, I, 199.
[42] Conf. IMC, II, 378.
[43] Conf. MC, III, 286.
[44] S. Francesco di Sales: Conf. IMC, II, 25; MC, III, 286; S. Francesco Zaverio: Conf. IMC, II, 818 – 819; S. Alfonso: Conf. IMC, III, 254, 256; il B. Avila: Conf. IMC, III, 256; Conf. MC, II, 269; S. Gertrude, la quale: «recitava ogni giorno 365 volte la giaculatoria: O amabilissimo Gesù, sia fatta non la mia, ma la vostra volontà»: III, 255.
[45] Cf. Conf. IMC, II, 805 – 808; III, 98; Conf. MC, III, 121.
[46] Conf. MC, I, 486; cf. II, 79.
[47] Cf. Conf. IMC, III, 250 – 253; cf. anche Conf. MC, II, 39395 – 404.
[48] Conf. IMC, II, 9 – 10.
[49] Conf. MC, II, 209, 211.
[50] Conf. MC, III, 286. Ci sono tante altre citazioni che si possono fare, come: «La deformità alla volontà di Dio è la migliore, perché consiste nel distruggere la nostra volontà per non volere, amare e fare quella di Dio»: Conf. MC, I, 11; «fare tutto per il Signore, avere la deformità alla volontà di Dio»: Conf. MC, I, 134; «Vi sono tre gradi di sottomissione alla volontà di Dio: la conformità, l’uniformità, la deformità. Meglio è la terza e con Gesù nell’orto dire: Non la mia, ma la tua volontà sia fatta»: Conf. MC, II, 114; «Ricordatelo: conformarci alla volontà di Dio è già bella cosa. Uniformarci vuol dire: di due volontà farne una sola, ma deificarci vuol dire che togliamo completamente la nostra volontà…la mandiamo in un angolo…e prendiamo quella di Lui»: Conf. MC, II, 304; cf. anche II, 408 - 410.
[51] Conf. IMC, III, 255.
[52] Conf. IMC, III, 567; cf. Conf. MC, III, 241, 246, 248.
[53] Conf. IMC, III, 571.
[54] Conf. MC, I, 350.
[55] Conf. MC, I, 391.
[56] Conf. MC, I, 414.
[57] Conf. MC, II, 177, 179.
[58] Conf. MC, II, 284; cf. II, 365.
[59] Conf. MC, II, 314.
[60] Conf. MC, II, 387.
[61] Conf. MC, II, 391.
[62] Conf. MC, II, 418, 423 cf. anche II, 519, 523, 679, 684; III, 89, 91, 93, 468, 473.
[63] Conf. MC, II, 501; III, 442.
[64] Conf. MC, II, 555, 559.
[65] Conf. MC, II, 558.
[66] Conf. MC, II, 574.
[67] Conf. MC, II, 626.
[68] Conf. MC, II, 631, 633.
[69] Conf. MC, III, 205.
[70] Conf. MC, III, 211.
[71] Conf. MC, III, 296.
[72] Conf. MC, III, 318.
[73] Conf. MC, III, 319.
[74] Conf. MC, III, 322, 324.
[75] Conf. MC, III, 364.
[76] Conf. MC, III, 436, 437.
[77] Conf. MC, III, 491.
[78] Conf. MC, III, 495.
[79] Conf. MC, III, 499.
[80] Conf. MC, III, 515.
[81] Conf. MC, III, 523.
[82] Conf. IMC, III, 255.
[83] Conf. MC, III, 67-68. Questo racconto è riportato anche nella deposizione di Sr. Francesca G. Tempo: Processus Informativus, I, 451; come pure in quella di Sr. Chiara Strapazzon: Processus Informativus, II, 805.
[84] Conf. MC, III, 429.
[85] Conf. MC, III, 429; cf. anche 433.
[86] Conf. IMC, II, 474.
[87] Conf. IMC, II, 475. Per l’Allamano, anche l’Angelo custode manda molte buone ispirazioni: cf. Conf. MC, I, 444; Conf. MC, II, 518.
[88] Conf. IMC, I, 400.
[89] Conf. IMC, II, 600 – 601; nello stesso giorno, alle suore: «Ascoltarlo. Ascoltare le sue ispirazioni. Egli ci ispira l’emendazione dei nostri difetti. L’impenitenza finale è un peccato contro lo Spirito Santo; ora, l’impenitenza continua di quella che ritarda a farsi santa è anche contro lo Spirito Santo. Ci fa sentire di essere un po’ più generose, di vincere quelle miseriucce; ascoltarlo»: Conf. MC, I, 379.
[90] Conf. MC, I, 272 – 273.; cf. anche: II, 9, 211, 217, 461, 573; III, 179, 181.
[91] Cf. Conf. IMC, III, 137; Conf. MC, II, 118.
[92] Conf. IMC, II, 94.
[93] Cf. Conf. MC, III, 273.
[94] Conf. IMC, I, 227.
[95] Conf. IMC, I, 167.
[96] Conf. IMC, I, 255. Così. Fedeltà alle ispirazioni per prepararsi bene al Natale: cf. Conf. IMC, I, 474.
[97] Conf. MC, II, 218.
[98] Conf. MC, I, 336; cf anche I, 57.
[99] Conf. IMC, I, 401.
[100] Conf. MC, I, 273.
[101] Conf. MC, III, 469; cf. anche III, 146.
[102] Conf. MC, III, 172.