Ritiro Spirituale per Laici Missionari

 

INTRODUZIONE

Partiamo dalle parole con le quali Benedetto XVI ha iniziato il ciclo di catechesi su S. Paolo, mercoledì 2 luglio 2008: «L’apostolo Paolo, figura eccelsa e pressoché inimitabile, ma comunque stimolante, sta davanti a noi come esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa, oltre che di grande apertura all’umanità e alle sue culture. […]. È questo lo scopo dell’Anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo».[1] Il Papa sottolinea il ruolo di Paolo come “modello”. È un ruolo importante che ha poi sviluppato in tutte le catechesi del mercoledì.

Faremo questo percorso non da soli, ma in compagnia dell'Allamano. Sarà lui la nostra guida in questo ritiro. Dico subito che, proprio perché Paolo è presentato come “modello”, l’approccio del l'Allamano con lui è di carattere ascetico-morale più che dottrinale-teologico. Quindi, non ci dobbiamo attendere dall'Allamano, per esempio, delle elucubrazioni sulla Cristologia paolina, ma piuttosto delle riflessioni su come Paolo insegni ad amare Cristo e diffonderne la conoscenza fra le genti.

Non c'è dubbio che l'Allamano era entusiasta di S. Paolo: «E sì! S. Paolo è sempre S. Paolo e dà una vita la parola di S. Paolo».[2] Raccomandò insistentemente lo studio e la meditazione delle lettere, come mezzo di formazione spirituale e apostolica, rammaricandosi di non avere studiato, in seminario, che la lettera agli Ebrei (che non è neppure di S. Paolo): «S. Paolo bisogna leggerlo sovente: digerirlo, studiarlo bene. Io non avevo la fortuna che avete voi che lo studiate quasi tutto: io ho studiato l’Epistola Heb. come chierico; le altre ho dovuto studiare da me. Vi raccomando di meditare bene tutta la S. Scrittura; le Scritture sono quelle che formano lo spirito missionario e sacerdotale; ma soprattutto vi raccomando le lettere di S. Paolo e le altre apostoliche. Lì sopra si forma il vero carattere del missionario, esso dà uno spirito forte e robusto. Fate questa cura. Ascoltate il consiglio di S. Giovanni Crisostomo che dice che si è forato su S. Paolo, e di fatto lo aveva digerito bene, e le sue opere ne sono piene».[3] «Voi avete bisogno di imitare S. Paolo; leggetele volentieri le sue lettere; sono una miniera».[4]

In questo ritiro, dunque, ci accosteremo a S. Paolo come “modello”, aiutati in questo dall'Allamano. Ecco le sue parole che prendo dalla conferenza per la festa dei Santi Pietro e Paolo del 29 giugno 1917: «Se consideriamo bene la vita di S. Paolo, troviamo tutte le virtù esercitate in grado eroico. Quasi ogni virtù ci pare la principale e caratteristica. Esaminiamo: nel Santo risplende la povertà..., la castità..., la mortificazione..., l'umiltà..., la pazienza..., lo spirito d'orazione. Ma le principali e caratteristiche devono essere l'amore sviscerato di N.S. Gesù Cristo e lo zelo delle anime».[5]

Noi ci dobbiamo limitare. Prenderemo in esame tre virtù:

1. L'amore per il signore.

2. La preghiera, secondo l'insegnamento di Paolo.

3. La forza nelle prove e la gioia caratteristica del cristiano.

 

L’AMORE TRA GESÙ E PAOLO

Volutamente ho messo come titolo “amore tra…”, non “amore di… per…”. È un amore vicendevole quello che si è instaurato tra Gesù e Paolo. Gesù è stato il punto di partenza, perché è lui che è intervenuto per primo; ma Paolo ha saputo rispondere adeguatamente.

Iniziamo questa riflessione ascoltando come Benedetto XVI ha introdotto la sua catechesi del 22 ottobre 2008 sulla “cristologia”, cioè sull’insegnamento di Paolo circa la “centralità del Cristo risorto nel mistero della salvezza”: «In verità, Gesù Cristo risorto, “esaltato sopra ogni nome”, sta al centro di ogni sua riflessione. Cristo è per l’Apostolo il criterio di valutazione degli eventi e delle cose, il fine di ogni sforzo che egli compie per annunciare il Vangelo, la grande passione che sostiene i suoi passi sulle strade del mondo. E si tratta di un Cristo vivo, concreto: il Cristo - dice Paolo - “che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Questa persona che mi ama, con la quale posso parlare, che mi ascolta e mi risponde, questo è realmente il principio per capire il mondo e per trovare la strada nella storia».[6] Come si vede, l’approccio del Papa a questo tema è di carattere apostolico più che intimistico. L’amore tra Cristo e Paolo è in vista della “salvezza” e quindi della “missione”.

La cristologia di Paolo è essenziale: egli si preoccupa di annunciare un Cristo “vivo”, presente oggi, sottolineando l’elemento centrale che è la sua “morte-risurrezione”. Il Risorto porta ancora le piaghe del Crocifisso! Contemplando il segreto nascosto del Crocifisso-Risorto, Paolo risale a quell’esistenza eterna in cui Egli è tutt’uno con il Padre: «Quando venne la pienezza del tempo - scrive - Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Questa doppia dimensione, eterna e terrena, Paolo la canta nell’inno cristologico di Fil 2, che è uno dei testi più alti di tutto il Nuovo Testamento. Tutti gli esegesi sono d’accordo nel ritenerlo antecedente alla stessa lettera che lo riporta. Paolo lo ha desunto dalla tradizione della Chiesa. Esso si articola in tre strofe: 1. la preesistenza di Gesù Cristo («Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio»: v. 6); 2. segue l’abbassamento volontario del Figlio («Svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce»: v. 8); 3. infine, la risposta del Padre («Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome»: v. 9)».[7]

Da una tale cristologia emerge chiaro l’entusiasmo di Paolo per il Signore. Lo si vede davvero afferrato da lui, coinvolto totalmente nel suo progetto di redenzione. Non è esagerato affermare che Paolo è un “innamorato” del Signore, perché si sente totalmente preso e amato da lui. Diciamo: Paolo “stravede” per Gesù Cristo!

All'Allamano, ovviamente, non è sfuggita questa dimensione di Paolo. Possiamo dire che ne è stato colpito. Ai ragazzi del seminario, affidando Paolo come protettore, disse: «Carattere di questo Apostolo fu l’amore sviscerato a N.S.G.C».[8] Notiamo questo “sviscerato”!

Mi piace riportare una simpatica riflessione del Fondatore al riguardo. Oltre alla prontezza e totalità nel rispondere alla vocazione, c’è un secondo aspetto che lo impressionò nel rapporto di Paolo con Gesù. Lo dico con le sue stesse parole pronunciate nella conferenza del 29 giugno 1913:

«L'amore ardente che aveva al Signore! Nelle sue lettere nomina Gesù almeno 300 volte!».[9] Probabilmente il Fondatore, senza mai averlo detto, riprese questa riflessione da Santa Teresa d’Avila, la quale affermò: «Guardiamo il glorioso apostolo Paolo che non poteva fare a meno di avere sempre sulla bocca il nome di Gesù, perché lo aveva ben fisso nel cuore».[10] «S. Paolo [diceva] che l’Eterno Padre ha dato un nome al suo Divin Figlio al quale terra, cielo, abisso s’inchinano e che ogni lingua deve proclamare il bel nome di Gesù».[11]

Ciò che è curioso notare è che il Fondatore è ritornato altre volte sull’abitudine di Paolo di nominare Gesù nelle sue lettere; solo che il numero riportato non era sempre lo stesso. In qualche caso si accontentava di dire: «Ad ogni momento [S. Paolo] nominava Gesù nelle sue lettere».[12] Oppure: «Tutti i momenti nelle epistole nominava N. Signore. Lo nominava con gusto, si vedeva che per lui era tutto… Diceva: Non sono mica io che vivo, io sono un fantasma, è Gesù che vive in me…»;[13]

In certi casi indicava numeri differenti, forse inventati nell’entusiasmo del discorso. Per esempio: «Vi è noto l’affetto di S. Paolo per Gesù: nelle sue lettere lo nomina più di 500 volte, tanto ne gode…».[14] Oppure: «E S. Paolo? […]. Egli, come vi ho detto già altre volte, solo nelle sue lettere nomina N. Signore espressamente 243 volte. […]. Perciò anche qui S. Paolo è un grande amante di N. Signore e diceva: Charitas Christi urget nos [la carità di Cristo ci spinge]; per nessun altro motivo egli lavorava tanto, e omnibus omnia factus sum [mi sono fatto tutto a tutti]».[15]

“Tutti i momenti”, “Almeno 300 volte”, oppure “più di 500”, o ancora “esattamente 243”! Al Fondatore, più che l’esattezza delle volte in cui Paolo nomina Gesù nelle lettere, interessava sottolineare questo semplice dato di carattere piuttosto psicologico: se lo nominava così spesso, era perché gli era spontaneo pensare a lui; soprattutto perché gli doveva volere davvero molto bene!

Il Fondatore ha compreso lo stato d’animo di S. Paolo che si è sentito come “afferrato” da Gesù: Lo dice bene la sua frase citata sopra: «Lo nominava con gusto!». Come pure queste parole dette alle missionarie parlando della necessità di vivere di fede: «S. Paolo era tutto di Gesù; viveva di Gesù. Vivo ego jam non ego, vivit vero in me Christus [vivo, ma non sono io che vivo, è Cristo che vive in me]. Questo arnese, diceva [riferendosi a sé], non c’è più, vive il Signore in me; io vivo solo nel Signore. Questa è fede!».[16]

La totale comunione di amore tra Gesù e Paolo si vede anche nel fatto che il criterio di giudizio di Paolo, dopo l’Evento, fu capovolto al punto che solo Gesù era importante, tutto il resto era considerato “spazzatura”. Al Fondatore piaceva questo sentimento che Paolo esprime in Fil 3,8: «Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo». Dopo avere detto ai ragazzi del seminario che il «carattere di questo Apostolo fu l’amore sviscerato per N.S.G.Cristo», continuò: «per cui ogni cosa teneva come fango pur di essere di G.C. e di salvargli delle anime».[17]

Alle suore: «S. Paolo si gloriava di non sapere altro che Gesù, e per Lui soffrì molto; aveva gusto di nostro Signore, era sviscerato d’amore per Gesù»;[18] «[…] e lo nominava con gusto e lo metteva per intero: Nostro Signore Gesù Cristo. Aveva un amore tutto speciale per questo nome».[19] Qui il Fondatore pensa sicuramente a tutte le volte che Paolo si riferisce al nome di Gesù ed a certi passi particolari come 1Cor 2,2: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso»;[20] come pure a Gal 6,14: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo».

L'Allamano, con queste particolari espressioni, dimostra come apprezzi quello che possiamo chiamare l’“entusiasmo affettivo” di Paolo per Gesù. L'Allamano lo fa notare con una certa abilità. Non si limita a dire che Paolo amava Gesù, ma fa notare un “di più”: «sviscerato amore», «con gusto», «amore tutto speciale»! È quel “di più” che vuole per i suoi missionari e missionarie. Lo disse alle suore: «S. Paolo dice che l’Eterno Padre ha dato un Nome al suo Divin Figlio al quale terra, cielo, abisso s’inchinano e che ogni lingua deve proclamare il bel nome di Gesù [cfr. Fil 2,10]».[21]

Non vorrei lasciar cadere un dettaglio collegato con l’osservazione fatta dal Fondatore sull’abitudine di S. Paolo di dire per intero il nome di Gesù. Anche lui aveva preso la stessa abitudine e, quasi sempre, usava la dizione “Nostro Signore Gesù Cristo”, che spesso siglava in “N.S.G.C.”, oppure accorciava in “Nostro Signore”. Fa piacere notare che qualcuno dei suoi contemporanei se ne era accorto. Durante il processo diocesano di beatificazione, il can. L. Coccolo fece la seguente deposizione: «Ricordo che, fin dal principio della conoscenza del Servo di Dio, mi fece ottima impressione il modo particolarmente devoto e rispettoso con cui pronunciava anche a tavola il nome del Signore».[22] E rispondendo poi alla domanda dei giudici sullo spirito di fede dell’Allamano: «Come ho già detto, mi fece sempre molta impressione il modo devoto con cui pronunciava la frase: “Nostro Signore”».[23]

In conclusione, l'Allamano porta S. Paolo come modello di totale comunione di amore con Gesù in vista della missione. La comunione di amore si vede nella vita ordinaria: se uno si interessa e parla di Gesù con spontaneità significa che lo ha nel cuore. La comunione non si ferma nei sentimenti o nelle parole, ma porta necessariamente all’imitazione e alla vita coerente.

 

S. PAOLO MODELLO DI PREGHIERA

La preghiera è uno dei temi che sono stati più a cuore al Fondatore. Si può riassumere il suo pensiero nelle parole pronunciate moltissime volte, che risuonano quasi come uno motto “Pregare molto e bene”. Lui stesso si accorse di questo suo modo di proporre la preghiera. Il 6 novembre 1921 fece questa ammissione: «Parlerò ancora altre volte della preghiera perché bisogna che diventiamo proprio persone di preghiera. Aver lo spirito di preghiera, pregare molto e bene. L’altro giorno leggevo su antichi foglietti che ho conservato, foglietti di un predichino che ho fatto in seminario (era giovane allora!) e incominciavo proprio così: Pregar molto e pregar bene. Vedete, quello che penso adesso lo pensavo già allora!».[24] Il Fondatore ammette di essere sempre stato convinto che bisogna pregare “molto”, ma anche “bene”: due avverbi da non separare.

I modelli di preghiera che il Fondatore proponeva sono diversi, incominciando da Gesù. Fa piacere notare che anche S. Paolo occupa un posto di rilievo nell’elenco dei modelli. Vediamo come.

a. S. Paolo uomo di preghiera. S. Paolo può essere proposto come modello di preghiera perché lui stesso pregava. L'Allamano, illustrando le virtù che aveva, si domandò: «Lo spirito di orazione e di contemplazione [S. Paolo] l’aveva?».[25] La risposta fu breve e precisa: «La sua conversazione era sempre in cielo. Faceva sempre meditazione: orabo spiritu, orabo et mente [pregherò nello spirito, pregherò con la mente]».[26] Forte della propria conoscenza, l'Allamano era sicuro che Paolo era uomo di orazione, cioè un “uomo interiore”. Solo così riusciva a darsi una ragione della profondità della sua dottrina e della mole del suo apostolato.

In un’occasione precedente, invece, parlando de “L’orazione vocale”, l'Allamano spiegò più dettagliatamente il pensiero di Paolo: «S. Paolo diceva: Tutto ciò che fate colla parola e coll’opera, rendete grazie a Dio [cfr. Col 3,17]».[27] Poi continuò: «Due cose bisogna fare: 1°. riferire ogni cosa al Signore; 2°. Ringraziarlo del beneficio». È interessante questa idea del “riferire” a Dio la propria vita e attività. Ritornerò su questa idea più sotto.

Non c’è dubbio che l’Allamano immaginava i suoi missionari e missionarie “uomini e donne di preghiera”, non “trafficoni”, proprio perché missionari. Ciò vale per ogni cristiano che intende vivere con speciale intensità la propria fede, seguendo l'insegnamento dell'Allamano. Diceva: «Un sacerdote se non fa molta orazione, non è vero Sacerdote. E un missionario? Che volete che possa fare uno che non conosca nemmeno il mezzo che l’aiuti a tenersi unito a Dio?»[28] Il primo ricordo che lasciava ai partenti era proprio questo: «Siate uomini di orazione […]. Altrimenti, se non sarete uomini di orazione, sarete strumenti inetti della grazia di Dio…Intanto faremo del bene in quanto saremo uniti con N.S.»[29]. Ecco la conclusione: «Abbiamo bisogno di pregare molto, anche ed appunto perché siamo missionari»[30].

Ancora: ecco come presentava ai missionari il problema della proporzione tra preghiera e azione, nella conferenza del 6 settembre 1908: «Che pensare, che dire di quei missionari che credono di adempiere all’offizio di apostolo con girare, lavorare e fare molte cose e molto rumore, lasciando perciò o diminuendo gli esercizi di pietà colla scusa del molto lavoro? Gesù aveva più a fare che noi…[…], eppure si ritira e prega, e con ciò non teme di perdere tempo o sottrarlo al maggior bene delle anime».[31] E alle suore, nella conferenza del 22 giugno 1922, con un tono un po’ polemico nei riguardi di quanti affermavano che, a quei tempi, c’era bisogno di azione, controbatteva: «Lavorare, lavorare; no, c’è più bisogno di pregare che le altre volte. Abbiamo bisogno dello spirito di Dio e i missionari che hanno molto da lavorare, bisogna che preghino di più».[32] Tali parole possono avere un significato per tutti, specialmente per coloro che intendono seguire lo spirito dell'Allamano. È importante vivere i nostri impegni con in clima spirituale, elevando il nostro pensiero a dio.

b. Pregare sempre e in ogni luogo. L'Allamano si riferì alla S. Scrittura per assicurare che la preghiera deve essere continua. Riportò l’insegnamento e l’esempio di Gesù, degli Apostoli, che si sono riservata la preghiera, e il pensiero di S. Paolo: «L’orazione è necessaria […]. Dalla Scrittura Gesù ce l’ha comandato e ce ne ha dato l’esempio: “Oportet sempre orare e non deficere [cfr. Ef 6,18; 1Ts 5,17]; vigilate et orate; - sine intermissione orate [cfr. Rm 12,12; Col 4,2] [Bisogna pregare sempre e non cessare; Vigilate e pregate; pregate senza interruzione] (S. Paolo) -Gesù erat pernoctans in oratione Dei. -In agonia prolixus orabat [Gesù passava le notti in preghiera. -Nell’agonia pregava a lungo]. Così dissero e fecero gli Apostoli: nos autem orazioni instantes erimus [noi saremo intenti nella preghiera]».[33]

Nella conferenza alle suore per la festa dell’Immacolata, l'Allamano parlò anche dello “Spirito di preghiera” e prese lo spunto da S. Paolo: «S. Paolo dice che bisogna pregare in tutti i posti, non solo in chiesa, dappertutto; e poi dice che bisogna pregare sempre: Oportet semper orare...[cfr. 1Ts 5,17]. Oh! anche mentre dormiamo? Sì, e lo dice anche la Sacra Scrittura che si può dormire e vigilare. Si fa così: ci si addormenta pregando».[34] Il consiglio di addormentarsi pregando non è teoria, ma è sicuramente collegato con la sua esperienza personale.

Notiamo che l'Allamano ha insistito sulla necessità di “pregare sempre”, citando sia il testo di 1Ts 5,17 e Col 4,2, come pure quello di Lc 18,1. Che cosa significa per lui “pregare sempre”? È a questo punto che bisogna inserire l’idea che la preghiera continua consiste nel “riferire tutto a Dio”.

Si tratta di formarsi uno “spirito”, un “abito”. Il 23 ottobre 1921 disse: «L’abito della preghiera non consiste nel pregare sempre vocalmente dal mattino alla sera, ma nel riferire tutto al Signore quando non si può pregare; così il nostro lavoro sarà una preghiera».[35]

Questo “riferire”, a volte, viene espresso con “indirizzare”, che è un atteggiamento analogo. Parlando delle vacanze, l'Allamano invitò a non perdere tempo e disse: «Il tempo si perde […] facendo le azioni indifferenti non indirizzandole a Dio come dice S. Paolo: “Omnia in gloriam Dei facite” [fate tutto per la gloria di Dio] [cfr. 1Cor 10,31]».[36]

E per togliere ogni equivoco, chiarì la natura delle pratiche di preghiera: «[…]; ma questi sono atti di preghiera, non abiti che formano lo spirito di preghiera. Eppure Gesù ha detto: “oportet semper orare, et non deficere”: bisogna pregare sempre giorno e notte e senza interruzione; che vuol dire essere come investiti dello spirito, come l’abito riveste tutto il corpo. Come ciò ottenere? [….] Si pone la vera intenzione di pregare non solo in Chiesa, ma dovunque: in omni loco; di pregare vocalmente e mentalmente, con giaculatorie e aspirazioni. Il tutto più frequentemente possibile, usando pure industrie per scuoterci e ricordarcene. Allora nel tempo che ci sfugge o che non possiamo tenere la mente a Dio basta il riferire tali azioni a Dio, e tutto resta preghiera secondo il detto ben interpretato: chi lavora prega».[37]

Facciamo attenzione a questo suggerimento: «Non bisogna fare, tanto per sbrigarsi della meditazione, della lettura spirituale, ecc. [cioè: della preghiera]. E poi c’è la dissipazione che porta via ogni cosa, porta via tutta la giornata. E perciò bisogna essere raccolti se si vuole fare frutto. Certo che ci vuole del tempo per acquistare l’abito del raccoglimento. Ma in Missione è ancora più difficile…si ha poi da fare, da girare…Il raccoglimento è assolutamente necessario per poter trarre frutto da ciò che si fa, altrimenti restano quelle specie di oasi che sono le pratiche spirituali, ma fuori di quello resta tutto arido»[38].

Qui mi piace riferire un episodio che ci dice come il nostro Fondatore fosse uomo di preghiera. «[Una postulante ed io] - raccontò sr. Zaveria Pasqualini - avevamo avuto il permesso di andare a trovare il Padre nel suo ufficio, ma quando arrivammo non c’era. Sapevamo che, se non era lì, doveva essere nel santuario, e allora salimmo quiete quiete le scale che portano ai coretti dove era solito pregare, perché da lì si può vedere l’immagine della Consolata quasi alla stessa altezza.

E infatti era proprio lì. Immobile, con gli occhi fissi all’immagine della Vergine. Lo potevamo vedere molto bene. Aspettammo in silenzio circa mezz’ora. Quale amore era scolpito sul suo volto! Nessuno avrebbe potuto dubitare che egli era in profondo intimo colloquio con lei. Appena il Padre ci dette l’impressione di essere sul punto di alzarsi, scivolammo via silenziosamente come eravamo arrivate, e ci facemmo trovare da lui ad aspettarlo davanti alla porta del suo ufficio. Nonostante la nostra emozione, riuscimmo a non dirgli che lo avevamo osservato così a lungo.

Per strada mentre tornavamo a casa, parlammo dell’amore del nostro Fondatore per la Consolata: un amore tenero, fiducioso, profondo, che doveva avere le sue primi radici nell’amore che aveva avuto per la sua mamma».[39]

In conclusione, appare chiaro che l'Allamano puntava non tanto sul recitare molte formule di preghiera, quanto sull’avere lo “spirito di preghiera”, il che significa, oltre alla fedeltà a tutte le pratiche stabilite, per usare le sue parole: “portare il cuore sovente a Dio”, “tenere una via aperta”, “mantenere viva la relazione con Dio”, “ pensare a Dio”, “slanciarsi verso Dio”, “indirizzare tutto a Dio”, “sollevare il cuore a Dio”, “riferire le azioni a Dio”.

 

PAOLO MODELLO DI FORTEZZA NELLE PROVE E DI GIOIA CRISTIANA

 

A. FORTEZZA NELLE PROVE

a. La Croce nell’identità dell’apostolo. C’è un aspetto in S. Paolo che Benedetto XVI ha evidenziato nella catechesi del 10 settembre 2008, cioè il rapporto tra evangelizzazione e annuncio della croce. Dice: «Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l'annuncio della croce di Cristo appaia "scandalo e stoltezza" (1 Cor 1,23), a cui molti reagiscono con l'incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di apparire

"scandalo e stoltezza", partecipa quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non senza una venatura di ironia: "Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi" (1 Cor 4,9-13). E’ un autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo».[40]

La riflessione del Papa è molto interessante. Essendo il Cristo crocifisso e risorto il nucleo centrale dell’annuncio e della nostra fede, il cristiano vive in sé la dimensione sia della croce che della risurrezione. La sofferenza gli è connaturale, ma vissuta con la speranza della risurrezione, cioè con fortezza, coraggio, senza piegarsi. Si può dire che la “follia della croce” fa parte dell’identità del cristiano.

Il Papa così conclude la riflessione: «Paolo, peraltro, condivide con la filosofia stoica del suo tempo l'idea di una tenace costanza in tutte le difficoltà che gli si presentano; ma egli supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell'amore di Dio e di Cristo: "Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: “Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore" (Rm 8,35-39). Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana».[41]

b. Cristiani forti nelle prove. Mi pare di potere leggere meglio il pensiero dell'Allamano sulla fortezza che si deve avere nelle prove di ogni genere partendo proprio dalle riflessioni del Papa. Anche l’Allamano era convinto che i suoi figli e figlie dovessero, in forza della loro missione, partecipare necessariamente al mistero della croce. Siccome, però, questo mistero non si limita alla croce, ma si completa con la risurrezione, l'Allamano voleva missionari e missionarie forti e sereni nella sofferenza, capaci di superare le difficoltà, senza lasciarsi piegare. Qui si spiegano tutte le insistenze  sulla fortezza di carattere. Ovviamente lui parlava ai suoi, ma il suo pensiero è applicabile totalmente a quanti intendono ispirarsi a lui per vivere la propria vocazione cristiana con coerenza ed energia.

L'Allamano fa una efficace carrellata sulle difficoltà incontrate da Paolo, anche se con qualche libertà di dizione: «Quando penso a S. Paolo, alla sua fermezza!... era un uomo energico, ne pensavano tutti male e quasi persin S. Pietro, venne in contraddizione con Barnaba e guardate come il Signore l'ha trattato. Non si legge mai che sia disceso a consolarlo, se non quella volta che egli salì al cielo, e lo faceva passare per tribolazioni d'ogni genere. E fu due anni a Roma prigioniero, legato con un altro prigioniero. E non era perder tempo? con tanto lavoro che aveva da fare? Il Signore non aveva bisogno che corresse tanto, gli bastava che facesse la sua volontà»[42]

Ancora. Facendo gli auguri per il Natale del 1915, l'Alamano distribuì delle immagini alle suore e disse: «Per spirito di povertà non volevo comperarle, ma poi ho cercato quelle che costavano meno ed ho pensato che quelle due lire le farete uscire diversamente. Dunque, santo gaudio. La mestizia sta anche col gaudio [si era durante la guerra]. Quando si patisce per amor di Dio si gode di patire. […]. Patire è la più belle dimostrazione dell’amore a nostro Signore. S. Paolo era inebriato di poter patire».[43] Si noti il verbo “era inebriato”. «[S. Paolo] Diceva: io sono crocifisso con N. Signore [cfr. Gal 2,20]».[44] «Ed ogni sacrificio sopportò con coraggio e costanza non aspettandosi la riconoscenza degli uomini. […]. Gli esempi di S. Paolo sono un rimprovero alla nostra troppa sensibilità, al poco nostro amore di patire, alla nostra facilità di disanimarci nello zelo, specialmente quando non ci vediamo corrisposti nelle nostre fatiche. Non così fecero sull'esempio del Santo i Missionari di ogni tempo».[45] Ancora: «S. Paolo diceva: la passione bisogna stamparla nel cuore. Lì sta il vero amor di Dio».[46]

Durante la Settimana Santa del 1919: «S. Paolo diceva: Io faccio quel che manca alla Passione [cfr. Col 1,24]. Il Signore ha fato tutto e noi usufruiamo dei suoi meriti, ma vuole che facciamo anche noi la nostra parte. […] Il Signore non ha detto a S. Paolo quanto amore doveva avere per Lui, ma quanto doveva patire».[47]

Ed ecco la conclusione dell'Allamano. È la conferenza del 25 marzo 1923 su “La Passione del Signore”: «S. Paolo diceva: Io supplisco a ciò che manca alla Passione del Signore [cfr. Col 1,24]. Non già che manchi qualcosa; la Passione è compiuta, finita, ma manca che l’applichiamo a noi, che la facciamo nostra. […]. Oh!... è importante meditare la Passione, ma più particolarmente per i missionari, per le missionarie, perché portiamo sul cuore il crocifisso e lo portiamo tutto il giorno. S. Paolo ha fatto tanto perché era devotissimo della Passione. Diceva: Porto le stimmate della Passione del Signore nel mio corpo [cfr. Gal 6,17]; e voleva dire che soffriva molto. Era tutto quello che lo attirava ai sacrifici: il pensare che il Signore aveva sofferto tanto per lui. Si è dato alla Passione, alla Morte per me, diceva S. Paolo, e poi soggiungeva: E questo l’ha fatto anche per tutti gli altri uomini. […]. S. Paolo narra tutto quello che ha sofferto, ma ha tenuto sempre fermo. Se non c’era proprio il pensiero, l’unione col Signore, come avrebbe potuto fare tutto quello che ha fatto? Aveva dispiaceri persino dai falsi fratelli, ma ha sempre tenuto fermo, ed è divenuto quel santo che è S. Paolo».[48]

 

B. GIOIA NEL SIGNORE

Una riflessione come premessa. Non c’è dubbio che l’Allamano era una persona serena e gioiosa. Il suo abituale “sorriso” testimoniava il suo interiore, che è stato riconosciuto come sua caratteristica da quanti lo hanno avvicinato.[49]

a. Una fotografia sorridente. Abbiamo solo tre o quattro fotografie dell’Allamano sorridente. La più evidente è quella del 50° di ordinazione. Nell’Istituto è tra le più gradite, proprio perché sembra rispecchiare bene lo spirito del Fondatore, abitualmente sereno e sorridente, proprio come era dentro.

Riguardo a questa fotografia, possediamo una testimonianza: il 29 gennaio 1944, il P. Ferdinando Viglino, accompagnato dal P. Gallo e P. Fissore, fece visita al Can. Cappella, allora Rettore del santuario della Consolata. Furono da lui affabilmente accolti nello studio che fu dell’Allamano. Ecco le parole di P. Viglino: «Io riferii una frase, sentita dal Can. Cappella quando fu pubblicato il Bollettino in occasione dei 50 anni di Messa del Fondatore. Allora ad un gruppo di noi Chierici, mostrando la fotografia del Sig. Rettore che ornava quel numero del Periodico, il Can. Cappella aveva detto: “Vedete come lo abbiamo fatto stare contento noi, il Sig. Rettore. […]”. “Vero, vero, soggiunse a questo punto il Can. Cappella, e ricordo molto bene che fu il Can. Baravalle a far prendere l’aria sorridente che il Sig. Rettore ha in quella fotografia. E al riguardo è pur da rilevare che quando gli si parlò di lasciarsi fotografare, appunto per le feste Giubilari, non fece nessuna difficoltà e vi acconsentì senz’altro, dicendo semplicemente: opertet”».[50]

b. I santi sono felici. Il Fondatore era interiormente felice perché era in pace con Dio e con se stesso. Lo diceva: «[Dopo avere portato Gesù e la Madonna come modelli di felicità] I Santi sono sempre contenti, e più si è perfetti, maggiormente si sente e si prova gioia a gaudio».[51] «S. Teresa aveva poca salute eppure era sempre contenta. I santi lasciavano tutti i fastidi nel Cuore di Gesù».[52] «I santi, così D. Cafasso, Don Bosco, anche in mezzo alle più dure mortificazioni, avevano sempre un aspetto allegro. Perché erano in pace con Dio: l’amore rende dolce tutte le pene».[53] «Vedete: se si vuol fare del bene bisogna essere allegri. Ecco, perché S. Francesco di Sales faceva tanto del bene? Perché era sempre dolce, affabile, allegro».[54] Un altro modello interessante, soprattutto per come si comportava, è S. Filippo Neri, del quale riportava tanti aneddoti originali e allegri e citava la celebra frase: «peccato e malinconia non in casa mia».[55]

c. L’Allamano santo felice. Il fascino dei suoi occhi sorridenti fu colto da molti. Il coad. B. Falda, dopo avere descritto la prima conversazione con l’Allamano, quella che decise la sua vocazione missionaria, così concluse: «Il canonico mi fissò col suo sguardo buono, poi mi posò una mano sulla spalla e mi disse: “Bravo! Mi pare che ci intenderemo”. […]. Allora mi avvolse in uno dei suoi celestiali sorrisi».[56] Il vescovo di Mondovì mons. G.B. Ressia, suo condiscepolo, così lo implorò dando l’annuncio della sua morte alla diocesi: «Regala ancora a me uno di quei sorrisi dolci che mi consolavano e spronavano ad essere più buono».[57]

Altre testimonianze: «Io non l’ha mai visto ridere, sorridere sempre: aveva per abitudine il dono del sorriso». «I suoi occhi sorridevano più della sua bocca». «Il suo sorriso era bello ed aveva del celestiale». «Aveva sempre un sorriso costante che gli veniva dal cuore».[58]

Ecco un ricordo dell’Allamano alle missionarie: «Anch’io vi dico sempre: nessun broncio; sempre gioia voglio, sempre facce allegre. L’allegria è una bella virtù. […]. E perché è tanto necessaria questa allegria? Perché il Signore lo vuole. Il Signore ama quelli che fanno le cose proprio con piacere, con gusto, e vuole che stiamo allegri tutti i giorni dell’anno, anche dormendo, come i bambini che quando dormono hanno un’espressione così bella e sorridente. Non abbiamo paura di essere allegri».[59]

d. S. Paolo maestro e modello di felicità. In questo elenco di santi felici e modelli di gioia, il Fondatore porta anche S. Paolo, ricorrendo diverse volte al testo di Fil 4,4: «Il Signore vuole che siamo allegri. […]. E S. Paolo diceva: “Gaudete in Domino sempre” [Rallegratevi nel Signore sempre] e come se non bastasse dirlo una volta sola lo ripete: “iterum dico: gaudente [di nuovo dico: rallegratevi”] però soggiunse: “modestia vestra nota sit omnibus hominibus”: sì, godete, ma con la dovuta moderazione». [60] E alle missionarie: «S. Paolo dopo aver detto ai suoi fedeli: Godete, aggiungeva ancora: Vi ripeto, godete, godete. Non state melanconici».[61] Ancora: «Il Signore vuole che siamo allegri: “servite Domino in laetitia” e non in “moestitia” [servite il signore nella gioia e non nella tristezza] […]. Il Signore predilige gli allegri. Egli non vuole essere servito da tanti “martuf”».[62]

S. Paolo per il Fondatore è modello di letizia anche tra le difficoltà. Parlando della pace che porta la vita di fede: «S. Paolo diceva: “Superabundo gaudio in omni tribulatione nostra [sovrabbondo di gioia in ogni mio affanno]. Era contento in mezzo ad ogni tribolazione; per lui dal male veniva il bene».[63]

La conclusione è ovvia: se prendiamo la forza dove c'è, cioè nella nostra comunione con il Signore, allora è possibile sostenere tutte le prove con dignità, mantenendo la pace interiore.

 

Note:

[1] Osservatore Romano, 3 luglio 2008, p. 1.

[2] Conf. IMC, I, 617.

[3]  Conf. IMC, III, 383.

[4] Conf. SMC, III, 440.

[5] Conf. IMC, III, 115; cfr. Conf. SMC, III, 73.

[6] BENEDETTO XVI, Catechesi, 22 ottobre 2008, ‘Osservatore Romano’, 23 ottobre 2008, p. 1.

[7] BENEDETTO XVI, Catechesi, 05 novembre 2008: OR, 06.novembre 2008, p.8.

[8] Conf. IMC, II, 403.

[9] Conf. IMC, I, 575.

[10] Da: Il libro della vita, cap. 22, 6-7, 14: Breviario, vol. IV, pp. 1377-1378.

[11] Conf. SMC, I, 254.

[12] Conf. SMC, II, 294.

[13] Conf. SMC, II, 104.

[14] Conf. IMC, I, 434; cfr. anche Conf. SMC, I, 143.

[15] Conf. IMC, II, 330; cfr. anche Conf. IMC, I, 244; Conf. SMC, I, 58.

[16] Conf. SMC, II, 432.

[17] Conf. IMC, II, 403.

[18] Conf. SMC, I, 390.

[19] Conf. SMC, I, 143.

[20] Cfr. Conf. SMC, III, 400.

[21] Conf. SMC, I, 254.

[22] Processus Informativus, I, 93.

[23] Processus Informativus, I, 98.

[24] Conf. SMC, III, 311.

[25] Conf. SMC, II, 104.

[26] Conf. SMC, II, 104.

[27] Conf. SMC, I, 308; cfr. anche 341,

[28] Conf. IMC, II, 417 – 418.

[29] Conf. IMC, III, 497: fervorino del 12 dic. 1920 per la partenza dei missionari P.C. Re e P. G:Borello.

[30] Conf. IMC, III, 722: 19 aprile 1925.

[31] Conf. IMC, I, 265.

[32] Conf. SMC, I, 383.

[33] Conf. IMC, II, 414; Conf. SMC, I, 228.

[34] Conf. SMC, III, 170; cfr, anche III, 297.

[35] Conf. SMC, III, 297.

[36] Conf. IMC, III, 223; Conf. SMC, II, 312.

[37] Conf. IMC, III, 96.; cf. anche: Conf. MC, III, 297, dove il Fondatore usa quasi le stesse parole. Conf. IMC, III, 493 – 494.

[38] Conf. IMC, II, 541.

[39] Sr. Zaveria Pasqualini, Commemorazione tenuta a Nairobi  negli anni ’80, Archivio SMC.

[40] BENEDETTO XVI, Catechesi, 10 settembre 2008: OR, 11.09.2008, p.1.

[41] BENEDETTO XVI, o.c., ibidem.

[42] Conf. IMC, III, 696.

[43] Conf. IMC, III, 696.

[44] Conf. SMC, II, 653.

[45] Conf. IMC, III, 636-637; cfr. anche Conf. SMC, II, 377-378.

[46] Conf. SMC, I, 66; II, 256, 543; III, 225; Conf. IMC, III, 209, 401, 502 – 506.

[47] Conf. SMC, II, 547, 548; 551; cfr. anche: Conf. SMC, III, 225.

[48] Conf. SMC, III, 502,505; cfr. anche Conf. SMC, II, 381.

[49] Su questo aspetto abbiamo uno studio interessante, intitolato “L’incanto di un sorriso. Istantanee”, che il P. C. Bona ha proposto in alcune comunità, come commemorazione per il 16 febbraio, negli anni ottanta, e poi pubblicato. Cf. BONA C., La fede e le opere, Ed. Missioni Consolata, Roma 1989, pp. 353 – 368.

[50] Arch. Postulazione, Testimonianze, 3, C.

[51] Conf. SMC, I, 17; cf. anche 192; 197.

[52] Conf. MC, I, 197.

[53] Conf. IMC, I, 450.

[54] Conf. IMC, III, 557.

[55] Conf. IMC, II, 188; cf. III, 556.

[56] Coad. B. FALDA, Testimonianza, Arch. IMC.

[57] Mons. G:B: RESSIA, Necrologio, Comunicazioni della Curia di Mondovì, 9 (1926) 24 febbraio.

[58] Testimonianze riportate da C. BONA, La fede e le opere, cit. 354 – 359.

[59] Conf. SMC, III, 231 – 232.

[60] Conf. IMC, III, 557; cfr. II, 188; III, 555; cfr. Conf. SMC, III, 107, 229, 231, 238.

[61] Conf. SMC, III, 231.

[62] Conf. IMC, III, 557.

[63] Conf. SMC, II, 434.