Ritiro Spirituale per Laici Missionari

 

 

LA S. SCRITTURA NOSTRA CONSOLAZIONE

 

La scelta del tema per questo ritiro è quanto mai felice e attuale. Non è molto che la Chiesa ha celebrato una Sessione speciale del Sinodo dei Vescovi proprio su questo tema. Il volerlo poi meditare alla luce dello spirito dell'Allamano, per noi, è motivo di speciale soddisfazione, in quanto sappiamo che la S. Scrittura era al vertice della sua attenzione.

Sono lieto, quindi, di proporre il pensiero del Fondatore sull’importanza di conoscere, amare, valorizzare e vivere la S. Scrittura. Durante il ritiro, tutti insieme facciamo volentieri questo cammino attraverso la S. Scrittura anche in omaggio al Fondatore, il quale, il giorno in cui compiva 66 anni, si confidò così con le missionarie: «Avrei avuto tanto desiderio di occuparmi della S. Scrittura, ma ora non ho più tempo».[1]

Il Fondatore parla moltissime volte della S. Scrittura. Diverse sue conferenze trattano esclusivamente o abbondantemente di questo tema.[2] Altre volte il discorso sulla S. Scrittura gli viene spontaneo in connessione con lo studio della teologia, con la meditazione, la lettura spirituale, ecc. Non c’è dubbio che il Fondatore sia un innamorato della Parola di Dio. Tutte le occasioni sono buone per raccomandarne lo studio.

Incomincio da una delle sue convinzioni basilari: la S. Scrittura è “consolazione” prima di tutto per noi missionari e per quanti vivono il nostro spirito, e poi anche per quanti avviciniamo nella missione. Tratto questo aspetto per primo, perché mi pare strettamente collegato al nucleo centrale del nostro carisma. Lo vogliamo vivere anzitutto noi e, poi, intendiamo portarlo a quanti avviciniamo, come ha raccomandato Giovanni Paolo II nel “Messaggio” per il centenario di fondazione dell'Istituto dei missionari: «Con l’aiuto della Consolata, carissimi Fratelli, diffondete la vera “consolazione”, la salvezza cioè che è Cristo Gesù, Salvatore dell’uomo»[3].

 

1. «E dove trovarla questa consolazione?».

Nella conferenza del 17 dicembre 1916, intitolata “Consolazione nella lettura della S. Scrittura”, il Fondatore presenta il tema sotto diversi aspetti.[4] Credo che lo tratti così ampiamente anche a motivo del momento storico che l’Italia e l’Europa stavano vivendo. Si era nel pieno della prima guerra mondiale e anche nell’Istituto si dovevano necessariamente accettare tante privazioni, senza abbattersi. Il Fondatore indica a tutti un modo molto efficace per riuscirvi.

Indubbiamente la parola “consolazione” è intesa dal Fondatore in senso ampio, come appare dall’insieme dei suoi interventi. Consolazione, cioè, come “forza” di carattere, “gioia” di vivere il presente, “speranza” per il futuro, “coraggio” nell’affrontare i sacrifici, “tenacia” nel resistere, ecc. In altre parole, il Fondatore insegna a ricorrere alla Sacra Scrittura per essere gente di “prima qualità” e non “gente insignificante”, “gente fiacca”.

I pensieri che riporto li attingo sia dal suo manoscritto, molto accurato, e sia dalla esposizione orale, come è stata ripresa dal ch. V. Merlo Pich, integrandoli però con altri interventi precedenti e successivi. Inizia così: «È certo che i tempi son dolorosi, finché non abbiamo la pace, ed abbiamo bisogno di consolazione. E dove trovarla questa consolazione? Certamente [ci rivolgeremo] a Gesù, che vive con noi. […]. Abbiamo Maria SS. Consolata, che nostra Patrona e Madre speciale ci consolata… Ma poi alla lettura delle S. Scritture». Dunque, dopo che a Gesù ed a Maria, bisogna ricorrere alla S. Scrittura.

Il Fondatore, per prima cosa, fa notare che la stessa S. Scrittura si presenta come fonte di consolazione e di speranza. Per l’Antico Testamento porta l’esempio dei fratelli Maccabei e quello di Giobbe, e per il Nuovo si rifà alle parole di Paolo scritte ai Romani. Citando liberamente 1Mac 12,9, dice: «Ebbene vedete, Gionata, che era allora sommo Sacerdote e il principe della milizia, ed i suoi fratelli rispondendo al re Areo degli Spartani, dicevano così: “Noi non abbiamo bisogno della vostra alleanza e del vostro aiuto; a noi basta la consolazione dei santi libri che sono nelle nostre mani”. Che bella cosa è mai questa! […]. Così dev’essere anche per noi: la S. Scrittura dev’essere la nostra consolazione».[5] «Infatti, se uno si nutre proprio della Parola di Dio e sa trarne profitto, non ha bisogno di altre cose».[6]

Per il Nuovo Testamento, il Fondatore cita S. Paolo: «Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza» (Rm 15,4). Ed ecco la riflessione: «[…]. La S. Scrittura ci consola. Ci fortifica e ci sostiene nelle tribolazioni, affinché siamo fermi nella speranza. Tutta la Scrittura, sia l’Antico Testamento come il Nuovo dobbiamo leggerla per essere consolati».[7]

Non c'è da aggiungere nulla a quanto dice l'Allamano, se non questa semplice riflessione: se vogliamo trovare “consolazione” (forza, fiducia, speranza, ecc.) nella S. Scrittura, dobbiamo avere tanta fede. In seguito vedremo anche quali sono le disposizioni che il Fondatore suggerisce per accostare come si deve la Parola di Dio.

 

2. «Tutti i Santi trovavano nella S. Scrittura una fonte di consolazione».

Per convincere che bisogna ricorrere alla S. Scrittura per ricevere consolazione, il Fondatore, oltre che sulla Parola di Dio, si appoggia anche su diverse espressioni dei santi, soprattutto dei Padri della Chiesa. Eccone alcune tra le principali.

«S. Agostino dice che queste tre beatitudini: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, Beati coloro che piangono, Beati coloro che sono perseguitati… perché saranno consolati” appartengono alla conoscenza della S. Scrittura. Vedete, S. Agostino mette la consolazione, la beatitudine promessa da N. Signore nella S. Scrittura; ed infatti dice che non vi è male dell’anima che non trovi rimedio nella S. Scrittura. […]. E perciò dice: “le tue Scritture sono le mie caste delizie”».

«S. Gregorio Magno dice: “Impara a conoscere nelle parole di Dio, nella S. Scrittura, il cuore così buono di Dio»; E S. Girolamo: “Che cosa giova la nostra vita senza la scienza delle Scritture?”. […]. Resta una vita piena di miserie, non è più una vita, ma una morte». «E alla giovane Eustochio: “Tieni sempre il codice della S. Scrittura nelle mani e fa che il sonno ti sorprenda colla testa sul libro santo”. Con ciò non vuol dire leggere da addormentati, ma leggere tanto, fin che la testa stanca cada sul libro».[8]

«E poi tutti i santi dicono che la S. Scrittura è un magazzino di ogni sorta di rimedi; è un arsenale pieno di armi offensive e difensive per combattere contro i nemici dell’anima nostra. […]. Vedete quale importanza davano i Santi a leggere la S. Scrittura. Tutti trovavano nella S. Scrittura una fonte di consolazione e di vita. La Parola di Dio penetra come una spada nell’anima e provvede a tutti i nostri bisogni».

Bella conclusione a questo punto potrebbero essere le parole già riferite di S. Gregorio Magno che l'Allamano riporta: «In essa [S. Scrittura] dobbiamo riconoscere il cuore di Dio».[9]

 

3. «Le tue Parole sono fuoco».

Il Fondatore non si limita ad indicare la S. Scrittura come fonte di consolazione, nel senso detto sopra, ma fa un passo in avanti, affermando che essa infonde “ardore”. In altre parole, suggerisce di trovare nella Scrittura l’entusiasmo di essere cristiani. Ecco il suo pensiero: «La S. Scrittura ci scalda di amor di Dio: la tua parola, Signore, è infuocata: Nella mia meditazione divampa il fuoco».[10]

«Leggere la S. Scrittura eccita nel nostro cuore l’amore di Dio. Signore, le tue parole sono di fuoco e, se sono di fuoco, riscaldano. Guardate ai discepoli di Emmaus: hanno accompagnato il Signore senza riconoscerlo. Quando poi lo hanno riconosciuto, hanno esclamato: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). La parole di nostro Signore sono fuoco!».[11]

 

Conclusione.

Leggiamo ancora queste tre espressioni del Fondatore che si riferiscono alla vita di missione, ma che ci possono aiutare anche nella nostra vita di ogni giorno: «La S. Scrittura sarà in missione la vostra consolazione; chi saprà meditarla bene, vi troverà il suo conforto. […]. È per questo che in questa casa la S. Scrittura ha sempre avuto il primo posto; e sarà sempre così»[12] «La S. Scrittura serve anche di conforto: in missione avrete almeno il Nuovo Testamento e, se possibile, anche tutta la Bibbia; nei momenti di sconforto studiate la S. Scrittura».[13] «Vi raccomando di meditare bene la S. Scrittura; le S. Scritture sono quelle che formano lo spirito missionario e sacerdotale [e noi diciamo: il vero spirito cristiano]».[14]

Esame: ovviamente ci sentiamo interpellati da quanto l'Allamano ci ha suggerito in questa meditazione. Non possiamo non domandarci quale incidenza ha in noi la Parola di Dio. Tutti possediamo l'Antico e il Nuovo Testamento. Tutti ne conosciamo i contenuti, almeno per sommi capi. Ma la loro incidenza non è identica in tutti. Perché? In me: che cosa produce la Parola di Dio?

 

 

LA S. SCRITTURA BISOGNA “RUMINARLA”

 

L’Allamano non si limita a suggerire di “leggere” la S. Scrittura,  ma chiede che si vada più in profondità. Per spiegarsi usa una serie di altri verbi che gli sono familiari, quali: meditarla, ruminarla,[15] prenderne diletto, gustarla, scrutarla, maneggiarla, tirarla, torcerla. Quando parla così non fa altro che trasmettere la propria esperienza di “uomo interiore”, che sa porsi di fronte alla Parola di Dio e interiorizzarla con interesse, amore e semplicità.

 

1. «Non basta leggerla la S. Scrittura».

Ecco alcuni suggerimenti dati dal Fondatore in tempi diversi. Essi esprimono bene una sua convinzione che non solo non cambia, ma addirittura si perfeziona. La convinzione è questa: la S. Scrittura va non solo letta costantemente, ma meditata, penetrata, approfondita il più possibile, in clima di preghiera e con la luce dello Spirito.

Ascoltiamo lui quando parla su “Le virtù del missionario” al piccolo gruppo di allievi il 5 aprile 1907: «Bisogna che prendiamo diletto alla S. Scrittura, non solo sapere che quel libro è divino, integro, ecc., ma gustarlo, leggerne un poco ogni giorno, farne un nutrimento vitale. Non abbiamo paura, come dice S. Agostino, a torcere le S. Scritture per nostra utilità spirituale. Avviene di essa come delle ispirazioni che ci vengono durante la meditazione; non si guarda se vengono logicamente dalle premesse, da quanto si è letto; purché ci facciano del bene le seguiamo».[16]

In altra occasione, una decina di anni dopo, ripete le stesse idee, facendo chiaramente capire che ne è profondamente convinto e che quella è l’esperienza che lui stesso vive: «Non basta leggerla la S. Scrittura, ma bisogna scrutarla, andare a fondo. N. Signore non ha detto solo di leggerla, ma di scrutarla: “Scrutate le Scritture […], sono proprio esse che mi rendono testimonianza” (Gv 5,39), andate fino al fondo, maneggiatela, massime se si tratta di pietà; ed allora S. Agostino dice che possiamo tirarla a nostro modo, allora non c'è bisogno di tanta ermeneutica: per me fa bene quello, e va ben quello. Ma anche”scrutare”: non leggerla solo di passaggio, ma fermarsi sopra; prendere per esempio tre versetti e fermarsi lì».[17]

Ci domandiamo: perché il Fondatore insiste così tanto sul dovere di scrutare, approfondire la Parola di Dio? Ovviamente per la sua sacralità, ma anche perché il suo contenuto è inesauribile. È questa una caratteristica della Parola di Dio: lo Spirito accende sempre luci nuove e ci fa scoprire aspetti nuovi. Più si approfondisce e più si scoprono aspetti non notati in precedenza. Questa è sicuramente la sua esperienza personale che vuole trasmettere ai suoi.

 

2. «La S. Scrittura è una miniera».

Il Fondatore, dunque, è convinto che la Parola di Dio ha un contenuto inesauribile. Per esprimere questa sua convinzione usa espressioni e figure molto efficaci. Sappiamo che è piuttosto severo riguardo la scelta dei libri da leggere. Confessa addirittura di non avere «mai trovato tempo a leggere romanzi, perché pensavo: se posso leggere romanzi, posso anche studiare».[18] Tuttavia ai suoi giovani offre un criterio molto sano e valido anche attualmente: «Sempre preferire prima la S. Scrittura, è una miniera…e poi i SS. Padri».[19] E anni dopo: «La S. Scrittura è una miniera su cui formarvi voi e gli altri: abbiamo bisogno della studio della S. Scrittura».[20] Notiamo la parola “miniera”, perché lascia comprendere che cosa lui è capace di scoprire nella Parola di Dio. Notiamo una cosa: l'Allamano suggeriva ciò mentre parlava delle letture spirituali in una lunga conferenza del 26 marzo 1916. Da qui si comprende perché le sue conferenze sono zeppe di citazioni della S. Scrittura e dei Padri della Chiesa, pochissimo di altri autori, se si eccettuano i santi. Era una scelta consapevole che ha formato la sua personalità di educatore di coscienze.

Con S. Agostino, anche il Fondatore ricorre alla figura del pozzo: «I Santi dicevano che la S. Scrittura è un pozzo profondo: “Puteus altus [pozzo alto]”. Se misuriamo da sotto invece di profondo, resta alto. E S. Agostino diceva: “Mira profunditas eloquium Domini [Ammirabile profondità delle Parole del Signore]”; e quindi esige un po' di fatica lo scrutarla come se avessimo da tirare su acqua da un pozzo profondo, ma poi è consolante e dolce».[21]

Come si vede, il Fondatore ci incoraggia a trovare nella Parola di Dio tutte le risposte ai nostri interrogativi. Ma per riuscirvi bisogna accostare questa Parola con le disposizioni giuste, quelle che lui stesso ci suggerisce.

 

3. «Quali sono le disposizioni per leggere “bene” la S. Scrittura?».

Il Fondatore suggerisce diverse disposizioni necessarie per “leggere bene”, come dice lui, cioè per penetrare e scrutare la Parola di Dio. C’è una disposizione preliminare, che consiste nel accostarla convinti della sua origine soprannaturale: «Ricordiamoci che tutta la S. Scrittura è “Verbum Dei”, e quindi come tale studiarla ed apprezzarla. […]. Noi dobbiamo professare una particolare stima della S. Scrittura».[22] «Il Verbum Dei ci fortifica, ci anima alla perfezione. Perciò bisogna avere affezione, amare e studiare la S. Scrittura».[23]

Prendendo lo spunto dell’Enciclica “Spiritus Paraclitus” che Benedetto XV ha scritto in occasione del quindicesimo centenario dalla morte di S. Girolamo, il Fondatore spiega con parole semplici il concetto di ispirazione della Bibbia: «[Il Papa] dice che dobbiamo, prima di tutto, ritenere che la S. Scrittura è tutta, fino all’ultima parola, parola di Dio ispirata. Ci sono dei cattolici che sofisticano lì sopra e dicono che pare che sia roba di Dio e che non lo sia. S. Gerolamo, dice il S. Padre, prova che non c'è una parola che non sia stata scritta sotto l'impulso dello Spirito Santo. Quindi non ci sono degli errori. Per farsi capire, gli scrittori divinamente ispirati dicevano le cose volgarmente, come noi diciamo che il sole va sotto, mentre siamo noi che andiamo sotto. S. Gerolamo venerava, riteneva tutto come parola di Dio».[24]

Premesso questo, il Fondatore, a più riprese, indica le singole disposizioni. Alcune si limita ad enunciarle, tanto sono evidenti. È il caso della prima che «è la purità della vita».[25] La S. Scrittura, dunque, si deve accostare con una vita coerente alla fede cristiana, altrimenti diventa una lettura qualsiasi. Se si tiene conto che il Fondatore è convinto che tra S. Scrittura e peccato c’è totale opposizione, si comprende perché questa disposizione venga elencata come prima: «La S. Scrittura serve contro il peccato; e con questo si intende che la S. Scrittura è un mezzo per vincere le tentazioni […]. Tenete bene a mente queste parole di S. Girolamo: “Ama la scienza delle Scritture e non amerai i vizi della carne”».[26]

Una seconda disposizione per penetrare a fondo la S. Scrittura è la preghiera. Il Fondatore lo afferma convinto: «[…]. E poi orazione: pregare mentre si legge la S. Scrittura che il Signore ci illumini; mettere in mezzo tante giaculatorie; e poi la stessa S. Scrittura è già preghiera in sé».[27] La S. Scrittura è non un libro qualsiasi. Per comprendere la Parola di Dio, il “Verbum Dei”, occorre una luce speciale che solo lo Spirito infonde.

Ed ecco una terza disposizione: «Bisogna leggerla con purità d'intenzione». Per purità d’intenzione il Fondatore intende molte cose, ma soprattutto la semplicità e il rispetto per la Parola di Dio, come pure fedeltà «all’insegnamento della Chiesa»,[28] che ha il compito di custodirla e proporla. Su questo particolare punto, qualche volta il Fondatore, come si usava al suo tempo, scivola nella polemica teologica, e suggerisce di leggere «non come certi dottoroni […] che scrutano la S. Scrittura ma per trovare la prova dei loro errori».[29]

Ovviamente il Fondatore, avendo i piedi per terra, si rende conto che la S. Scrittura è stata redatta da uomini, con la loro cultura, il loro carattere, situati in un contesto storico, ecc. Per cui prosegue: «Tuttavia bisogna usare certi criteri d'ermeneutica, naturale e soprannaturale». La conclusione, che segue è la stessa: «Ma soprattutto bisogna leggerla con quello spirito con cui fu scritta, leggerla con riverenza, non voler penetrare più di quello che si può». .[30]

 

Conclusione

Credo di poter inserire in questo contesto, senza alterare lo spirito del Fondatore, quanto egli osserva parlando della fede: «Quando si tratta di S. Scrittura credete alla buona, non andate a cercare tante cose; è il diavolo che fa quello. […]. L’Imitazione dice: “Che ti giova disputare profondamente della Trinità, se ti manca l’umiltà in modo che tu non piaccia alla Trinità?[31][…] Ci vuole semplicità. S. Agostino dice: “Sorgono i non dotti e rapiscono il regno dei cieli, ed a noi, con tutta la nostra dottrina, lasciano la terra».[32]

Specificando nel concreto la”purità d’intenzione”, il Fondatore porta come modello S. Carlo Borromeo: «S. Carlo la leggeva sempre a capo scoperto ed in ginocchio e la leggeva sovente quantunque avesse molto da fare. […] Diceva che la S. Scrittura era il suo giardino onde prendere svago; e quando qualcuno lo invitava ad andare un po' a passeggio, ad andare un po' nel giardino, diceva che il giardino di un ecclesiastico è la S. Scrittura».[33]

Esame: questa è l'esortazione conclusiva che possiamo leggere come un invito ad esaminarci: «Se la leggiamo con queste disposizioni la S. Scrittura ci farà del bene: ecciterà in noi l'amor di Dio, il desiderio della perfezione. […]. Facciamo in questo modo ed il Signore ci consolerà noi ed i nostri cari».[34] «Amiamola molto [la S. Scrittura]. E specialmente il S. Vangelo e le lettere di S. Paolo; bisogna prendervi affezione».[35]

 

 

LA S. SCRITTURA NOSTRO LIBRO

 

Ad un gruppo di missionari andati a trovarlo alla Consolata il 9 dicembre 1923, il Fondatore afferma con convinzione: «Importa che prendiate affetto alla Scrittura: è il nostro libro».[36] E alle missionarie, tre anni prima, aveva detto: «Dovrebbe essere il nostro libro quotidiano. A forza di leggerle si capiscono le cose».[37] Questa convinzione affiora in più occasioni. È interessante notare che le espressioni più significative circa questo aspetto, cioè di ritenere la Scrittura come il “nostro libro” si trovano nelle conferenze degli ultimi anni di vita del Fondatore. Sembra quasi che voglia lasciare come testamento l’impegno per lo studio della S. Scrittura.

 

1. «Che cosa studiare?».

Siamo all’inizio dell’anno scolastico del 1920. Il Fondatore è ancora in piena attività su tutti i fronti e gode di una grande maturità umana e spirituale. Forte della sua esperienza, sa perfettamente quali sono le qualità indispensabili ad un missionario, quelle che privilegia come educatore. Tra di esse la preparazione intellettuale gode di un posto eminente. Agli allievi dice: «Avete cominciato gli studi, ed in principio dell’anno son sempre solito dire qualcosa sullo studio».[38] La conferenza che tiene in questa occasione è molto lunga. Nonostante che il suo manoscritto sia di sole 6 righe, lo sviluppo orale è di quasi 6 pagine. Una conferenza tra le più lunghe. Anche questo dettaglio sembra suggerire che si tratta di una materia familiare al Fondatore, sulla quale è molto preparato, e che sicuramente gli sta a cuore. Prima parla della necessità dello studio in generale, perché «senza studio non si può avere scienza, e la scienza è necessaria».[39] Aveva già affermato altrove che il sacerdote missionario «ignorante si può paragonare ad un idolo di tristezza e di amarezza».[40]

Poi affronta il tema dello studio della teologia. Qui conviene sentire di seguito tutto il suo discorso, che è di una sorprendente attualità: «Ed ora vediamo un po' che cosa bisogna studiare? Prima di tutto c'è la Scienza Sacra. Perciò il primo studio per importanza è la S. Scrittura. Gli antichi Padri si son formati tutti sulla S. Scrittura: non avevano mica ancora la Filosofia e la Teologia come noi, e si son formati tutti lì sopra. […]. Ecco perché si dà tanta importanza nell'Istituto allo studio della S. Scrittura, in modo che si comincia dal primo giorno e si studia fino alla fine: questa è una scuola che non cessa mai... […]. Perciò la S. Scrittura è il primo studio senz'altro per i chierici e pei coadiutori».[41] Quest’ultima espressione esprime bene il suo pensiero, e anche il programma formativo dell’Istituto, tanto che la ripete in modo perentorio poco dopo: «Quindi per noi la S. Scrittura è il primo studio, il sommo, e non c'è scusa».[42]

Il Fondatore parlava a dei giovani che si preparavano alla missione, molti dei quali erano anche sacerdoti. Tuttavia, non era solo l'ordine sacerdotale che esigeva la conoscenza della Scrittura, ma il fatto di essere cristiani e apostoli. Anche con le missionarie l'insistenza era identica. Quanto il Fondatore diceva ai suoi, oggi la Chiesa lo dice a tutti i battezzati con altrettanta convinzione.

 

2. «Averla, saperla, studiarla più di loro».

C’è un dettaglio nell’insegnamento del Fondatore sul quale oggi si sorvolerebbe volentieri, ma che non credo sia bene omettere. È il seguente: in più di una conferenza, quando tratta del questo tema dello studio, il Fondatore si confronta con i protestanti i quali, almeno secondo quanto si riteneva allora, conoscono la S. Scrittura più dei cattolici. Porta come modello l’esploratore Henry M. Stanley. Sembra quasi che voglia proporre ai suoi giovani una competizione.

In realtà il suo è più che altro uno stratagemma pedagogico per impressionare e porre lo studio della S. Scrittura tra i primi impegni. Ovviamente bisogna riportarsi a quel tempo e tenere conto di quella mentalità piuttosto polemica, per capire con quale spirito sono pronunciate simili parole. Sentiamole: «Mi ha fatto tanta impressione il fatto di quell'esploratore inglese, Stanley, che di tanto in tanto si ritirava sotto la tenda per leggere la S. Scrittura. Questo dobbiamo fare noi missionari e non lasciarci vincere dai protestanti. […]. Ma la S. Scrittura noi dobbiamo averla, saperla, studiarla più di loro, o per lo meno come loro; dobbiamo aver l'affezione che han loro e più che loro».[43] Non è da trascurare quell’avverbio “più”. Indica il grado di coinvolgimento. Una volta, ricordando l’esempio di Stanley, al Fondatore è sfuggito questo commento in latino: «Utinam talis vir esset noster! [Fosse dei nostri un uomo del genere!]».[44]

 

3. «Guardate anche qualche commento».

C’è un altro aspetto, che ho già accennato prima, ma che qui vorrei sottolineare: sappiamo che il Fondatore, parlando delle disposizioni per conoscere bene la S. Scrittura, insiste molto sullo spirito di fede, sulla preghiera, sull’adesione all’insegnamento della Chiesa, sull'umiltà e sulla semplicità. Tuttavia non dimentica mai di sottolineare anche l’importanza di una adeguata esegesi. I termini che usa sono quelli che la scienza biblica conosceva al suo tempo: «Non basta studiare l’autenticità, l’integrità… bisogna studiare il senso letterale e mistico»;[45] «Tuttavia bisogna usare certi criteri d’ermeneutica, naturale e soprannaturale: naturale come studiate anche in altri libri, e soprannaturale specialmente per la Teologia». [46] Nel suo manoscritto si nota una certa cautela, che poi non ha manifestato, perché invita ad usare i criteri dell’ermeneutica «ma con moderazione e presi da sane fonti».[47]

Siamo alla fine del 1923. Il Fondatore è anziano, fragile di salute e, per ordine dei medici, deve riguardarsi. Ai neo-professi che vanno a trovarlo alla Consolata, la domenica 9 dicembre, dice: «Venite a trovare me; io non posso più andare da voi: quando farà bello guarderò di andarci. […]. Ma voi avete le gambe buone e venite a trovarmi qui».[48] Prendendo lo spunto dalla meditazione che ha fatto quella mattina, parla a lungo della S. Scrittura. Si vede chiaramente che è un argomento che, con il passare degli anni, gli sta sempre più a cuore. Con quei giovani improvvisa un bel discorso su diversi aspetti, che ritengo tra i più interessanti. Incomincia col ribadire l’importanza che la S. Scrittura ha per il ministero sacerdotale e missionario. Poi insiste sulla necessità di valorizzare i testi moderni, di cui l’Istituto è ben fornito, anche se, in passato, non ne esistevano e i primi Padri della Chiesa si sono formati direttamente sulla Parola di Dio. Con un certo orgoglio ricorda che l’Istituto ha una biblioteca biblica tra le più fornite. Infine, suggerisce di leggere ogni giorno qualche brano della S. Scrittura. Ha un’importanza speciale questo discorso, perché così lo conclude: «Quindi tenete questo come mio ricordo».[49]

Anche se ci sono ripetizioni rispetto a quanto ho già detto, credo che faccia piacere ascoltare le parole dirette del Fondatore su ognuno di questi aspetti, perché sono molto vivaci.

Ecco l’importanza di conoscere bene la S. Scrittura in vista del ministero: «Oggi ho fatto meditazione su di un bel libro e parlava della Sacra Scrittura. E dice a riguardo dell'Epistola di oggi (II Dom. di Avvento) di S. Paolo, su quelle parole: “Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per la nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza” (Rom 15,4), che quando S. Agostino fu ordinato sacerdote, ebbe dal suo vescovo l'incarico di predicare, e che egli non potendosi schermire, gli domandò almeno un mese di tempo per prepararsi sulla S. Scrittura. Cultura profana ne aveva molta, ma non aveva quella sacra, e perciò domandò un mese per prepararsi, ed è giusto! S. Girolamo dice: “Il discorso del presbitero sia condito dall’insegnamento delle Scritture”. Là c'è di tutto: bisogna aver affezione».[50]

Ed ecco un rammarico e una confessione: «È una vergogna che molti preti, ed anche tanti di voi, non l'abbiano ancora letta tutta. Neppur io non posso affermare di averla letta tutta di seguito; ma leggevo là dove mi capitava, onde molti tratti li so anche a mente. Bisogna che la leggiamo per il nostro bene e quello degli altri: per predicare e convertire la S. Scrittura è un sacramentale. Essa penetra e va al cuore: è parola di Dio. Citare Sacra Scrittura vale molto di più che citare poeti... […]. Scrittura ci vuole. È parola calda, e come dice S. Paolo: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Tim 3,16-17)».[51]

Infine un insegnamento pratico: «Questo ve lo dico perché continuate a leggerla; un po' di tempo si trova: guardate anche qualche commento: Cornelio a Lapide. Confrontate qualche testo. La nostra biblioteca è una delle più perfette in fatto di S. Scrittura. Avete più copie del Martini: è molto bello ed anche classico come lingua. Importa che prendiate affetto alla Scrittura: è il nostro libro».[52]

 

Conclusione.

Concludiamo riascoltando il suo ideale: «La S. Scrittura sarà in missione la vostra consolazione; chi saprà meditarla bene, vi troverà il suo conforto… […]. È per questo che in questa casa la S. Scrittura ha sempre avuto il primo posto; e sarà sempre così».[53] «Questa è una scuola che non cessa mai».[54]

Esame: è molto importante che da questo ritiro esca rendendomi esattamente conto quanto la S. Scrittura incida nella mia vita: se la conosco, se la leggo, se la medito, se è un parametro per confrontarmi. Perché la Parola di Dio abbia il significato che l'Allamano spiega non è sufficiente che mi impegni. È indispensabile che premetta la preghiera: chiedere allo Spirito luce e amore per la S. Scrittura!

 

Note:

[1] Conf. SMC, II, 11.

[2] Conferenza del 17 dicembre 1916: IMC, II, 821ss. - Conferenza del 17 dicembre 1916; SMC, I, 492ss. - Conferenza del 10 ottobre 1920: IMC, III, 473ss. - Conferenza del 17 ottobre 1820: SMC, III, 140ss. - Conferenza del 9 dicembre 1923: IMC, III, 701ss.

[3] “Messaggio” per il centenario, n. 5.

[4] Cf. Conf. IMC, II, 821-829.

[5] Conf. IMC, II, 823.

[6] Conf. SMC, I, 494.

[7] Conf. IMC, II, 823.

[8] Conf. SMC, I, 336.

[9] Conf. SMC, I, 494.

[10] Conf. MC, I, 493.

[11] Conf. IMC, II, 825.

[12] Conf. IMC, III, 411.

[13] Conf. IMC, III, 465.

[14] Conf. IMC, III, 383.

[15] Conf. SMC, I, 298.

[16] Conf. IMC, I, 167.

[17] Conf. IMC, II,  825-826.

[18] Conf. IMC, II, 534.

[19] Conf. IMC, II, 534.

[20] Conf. IMC, III, 464-465.

[21] Conf. IMC, II, 826.

[22] Conf. IMC, III, 474.

[23] Conf. IMC, II, 477.

[24] Conf. SMC, III, 142.

[25] Conf. IMC, II, 826.

[26] Conf. IMC, II, 824

[27] Conf. IMC, II, 826.

[28] Conf. SMC, II, 425.

[29] Conf. IMC, II, 826.

[30] Conf. IMC, II, 826.

[31] Conf. MC, III, 73.

[32] Conf. MC, II, 421. 425.

[33] Conf. IMC, II, 826-827; Conf. MC, I, 57.

[34] Conf. IMC, II, 827.

[35] Conf. MC, III, 142.

[36] Conf. IMC, III, 702.

[37] Conf. MC, III, 142.

[38] Conf. IMC, III, 465.

[39] Conf. IMC, III, 464.

[40] Conf. IMC, I, 165.

[41] Conf. IMC, III, 464.

[42] Conf. IMC, III, 465.

[43] Conf. IMC, III, 465.

[44] Conf. IMC, III, 411.

[45] Conf. IMC, III, 477.

[46] Conf. IMC, II, 826.

[47] Conf. IMC, II, 822.

[48] Conf. IMC, III, 701.

[49] Conf. IMC, III, 702.

[50] Conf. IMC, III, 701.

[51] Conf. IMC, III, 701-702.

[52] Conf. IMC, III, 702.

[53] Conf. IMC, III, 411.

[54] Conf. MC, III, 142.