Ritiro Spirituale Laici Missionari della Consolata

 

Introduzione

Per i Missionari e le Missionarie della Consolata il Beato Allamano è sicuramente ispirazione e modello di vita, perché è Fondatore e Padre dei loro Istituti. Tra di essi c’è una comunione “esistenziale” a motivo dello stesso carisma missionario di origine, che si trasmette dall’Allamano ai figli e alle figlie.

Possiamo immaginare una comunione analoga tra l’Allamano e un gruppo di laici? A dire il vero, l’Allamano ha strutturato la “sua” opera missionaria sulla partecipazione congiunta di sacerdoti e laici, di uomini e donne, tutti però “consacrati”. Ha pure valorizzato l’apporto di qualche laico in terra di missione, ma è stata una iniziativa temporanea.

Tuttavia, dobbiamo riconoscere che una partecipazione al carisma missionario della Consolata, come intendete realizzare voi, al tempo dell’Allamano non era immaginata in un’istituzione come la nostra e, di certo, lui non l’ha prevista[1].

Perché, allora, noi parliamo di partecipazione di laici al carisma dei nostri Istituti? Perché voi vi riferite all’Allamano, ritenendolo anche vostro padre e maestro, sia pure in modo particolare? La legittimità di questo atteggiamento, nostro e vostro, sta nel fatto che l’ispirazione originaria ricevuta dall’Allamano non è una realtà chiusa e riservata, stabilizzata per sempre, ma viene offerta per il bene della Chiesa e nessuno può essere escluso dal parteciparvi, anche in forma nuova. Il carisma, secondo il pensiero della Chiesa, è affidato agli Istituti perché lo vivano, lo custodiscano, lo mettano al servizio della Chiesa e lo sviluppino nella fedeltà.

A questo punto conviene precisare alcuni concetti: il desiderio dei missionari e delle missionarie di associare a sé, in forma più stretta, un gruppo di laici è la conseguenza di una comprensione più ampia del dono che essi hanno ricevuto. Essi si rivolgono ai laici soprattutto perché percepiscono che la loro vocazione può essere condivisa, non solo sotto forma di collaborazione materiale, ma soprattutto di partecipazione al carisma.

C’è un’altra ragione, addirittura più profonda, che ci interpella. L’aver constatato che in alcuni laici, per motivazioni diverse, è sorto un sincero desiderio di vivere la nostra vocazione missionaria, per noi è stata un’interpellanza fortissima, quasi una sfida. Se lo Spirito suggerisce a nostri fratelli e sorelle di inserirsi nell’alveo della nostra spiritualità, e per questo motivo si riferiscono all’Allamano con particolare attrazione, chi siamo noi per impedire questo cammino della grazia? Guai se noi sotterriamo il meraviglioso talento che il Padre celeste ha affidato, all’Allamano e, attraverso lui, a noi ed ora anche ad altri, che vivono lo stato laicale!

Per dei laici, come voi, che si sentono chiamati interiormente a vivere il carisma missionario della Consolata, si può e deve parlare di vera “vocazione”. La vocazione è un dono soprannaturale che possiamo accettare o rifiutare, ma che comporta una responsabilità. Il Signore ha un progetto su ognuno e chiede di realizzarlo.

Pensando a voi, in concreto, si può ritenere che il Signore invita ognuno a realizzare la propria vita cristiana seguendo la particolare spiritualità dell’Allamano, accanto alle Missionarie della Consolata. L’obiettivo non è tanto di “fare delle cose” in aiuto alle Suore, ma di “vivere la loro spiritualità”, però come laici, nella vostra situazione concreta. Ovviamente una vera spiritualità missionaria, non si limita alla vita interiore, ma si concretizza anche in opere di collaborazione, in vari modi.

Queste riflessioni che vi ho sinteticamente esposto sono di ordine teologico e richiedono di essere interiorizzate e personalizzate nella fede. Sono una premessa ad altre riflessioni che dirò in questi due giorni e costituiscono la base dottrinale della vostra identità di “Missionari Laici della Consolata”. Partendo da tale base, incentriamo il nostro ritiro spirituale sulla persona dell’Allamano, che noi tutti sentiamo nostro e consideriamo modello di vita. Ascoltiamo dalla sua bocca e dal suo cuore come voi, “suoi speciali figli laici”, potete vivere, oggi, i valori fondamentali del suo carisma.

Vi invito, perciò, a ripensare alla proposta di fondo che l’Allamano ha fatto fin dall’inizio sia ai missionari che alle missionarie e che ora fa anche a voi, cioè di “vivere” e “operare” come Missionari della Consolata, nella santità di vita, secondo lo stile che lui ha maturato e trasmesso, però nella vostra condizione concreta. Per meditare su questo tema userò le parole che l’Allamano ha detto ai Missionari e alle Missionarie, ritenendole dette a voi in questa occasione.

 

1. LAICI “MISSIONARI” MC (prima meditazione)

L’identità missionaria non è riservata né ai sacerdoti e né ai religiosi, ma appartiene a tutti i battezzati. Per questo credo utile applicare a voi la dottrina dell’Allamano sulla missione “ad gentes”, che esprimo con alcune affermazioni di principio

a. Configurati a Cristo Missionario del Padre. La missione, secondo l’Allamano, prima che un’opera da compiere, va vista come una comunione di vita con il missionario per eccellenza, che è Gesù. Per capire in che cosa consiste la vocazione missionaria, si tratta, quindi, di partire dalla persona di Gesù, nel suo mistero specifico di “missionario del Padre”.

L’Allamano ha vissuto personalmente ed ha trasmesso una spiritualità “cristologica”, sia in generale, che nella specifica connotazione della missionarietà. Siamo da lui coinvolti in questa avventura: vivere di Cristo e collaborare con lui, perché sia conosciuto e seguito come unico e universale Salvatore.

La spiritualità cristologia dell’Allamano parte dall’esemplarità di Cristo. Chi potrebbe contare quante volte il Fondatore ha pronunciato il nome di Gesù nelle sue conferenze, ricorrendo alla sua esemplarità? La persona di Gesù, nella totalità dei suoi misteri, occupa il posto centrale: è l’ideale della vita, l’ispirazione di ogni proposta e l’esempio più elevato cui riferirsi. Quando l’Allamano spiegava le virtù cristiane sempre iniziava riferendosi all’esempio di Gesù. Questo perché, come afferma l’evangelista Marco, riportando il pensiero della gente, Gesù «ha fatto bene ogni cosa» (7,37). L’Allamano aveva  una simpatia speciale per l’apostolo Paolo, proprio perché ha costruito tutte le sue lettere sulla persona di Gesù. Gli piaceva sottolineare il particolare amore di Paolo per Gesù, deducendolo dal fatto che lo nominava così spesso nelle sue lettere. Diceva, per esempio il 29 giugno 1912: «Vi è noto l’affetto di S. Paolo per Gesù: Nelle sue epistole lo nomina più di 500 volte, tanto ne gode…».[2]

L’Allamano, però, pur senza giungere ad una vera razionalizzazione dottrinale esplicita, ha saputo cogliere, come dato eminente, in Gesù, il suo “essere mandato dal Padre”. Che sia la comprensione di questo particolare mistero di Cristo all’origine e come anima della missionarietà dell’Allamano, lo dimostra la sua stima indiscussa per questa identità missionaria di Gesù. Diceva alle suore: «non si dice per superbia, ma voi sapete che lo stato di missionaria è lo stato più perfetto che ci sia. Tant’è che N. Signore se avesse sulla terra trovato uno stato più perfetto l’avrebbe abbracciato […]. Ora lo stato che è più imitazione di Nostro Signore, che si avvicina di più a Lui, è il più perfetto»[3].

La prospettiva che indicava a noi era precisamente questa: «Così pure voi, non solo dovete avere lo spirito di N. Signore; ma dovete avere i pensieri, le parole, le azione di N. Signore. Voi dovete essere missionari nella testa, nella bocca e nel cuore. Pensateci» [4].

Ecco, dunque, una prima conclusione, che suscita un interrogativo: per vivere la nostra vocazione missionaria il primo passo da compiere non è cercare delle cose da fare in favore delle missioni, ma di approfondire la nostra comunione con Cristo e ravvivare il desiderio di farlo conoscere da tutti. La missione è essenzialmente un fatto soprannaturale!

b. Collaborazione con Gesù Redentore. Essere missionari vuol dire anche essere dei “collaboratori” della Redenzione che Gesù continua ad operare. Notiamo: “collaboratori”, non operatori in prima persona, e “collaboratori di Gesù” coinvolti in un’opera che si svolge attualmente.

Parlando della “vocazione apostolica” del missionario, l’Allamano si esprimeva così: «Il missionario è chiamato a cooperare con Dio alla salvezza di quelle anime, che ancora non lo conoscono: a prendere parte attiva a consacrare la sua persona alla grand’opera della conversione del mondo. E’ questa quindi un’opera essenzialmente divina. Dei adiutores sumus [siamo aiutanti di Dio] ( S.P. a Tim.)»5

Oggi, è importante che mettiamo in evidenza la figura di “Gesù unico Salvatore del mondo”. La Chiesa è attenta a questo riguardo e proclama senza esitazione la “verità” su Cristo Salvatore, difendendo i cristiani dal pericolo del relativismo religioso. Per esempio, a questo riguardo è brillante la Lettera Apostolica “Novo Millennio Ineunte” (06.01.2001), con la quale Giovanni Paolo II presenta il programma della Chiesa per l’inizio del terzo millennio. Cito due numeri: n. 29, dove il titolo “ripartire da Cristo” esprime bene la convinzione attuale sul piano di fede e di apostolato; e dove si legge l’espressione sintetica molto significativa: «No, non una formula ci salverà, ma una Persona e la certezza che essa infonde: Io sono con voi»; n. 56, dove, nel contesto del rapporto tra dialogo e missione, si legge la convinzione che «è nel Cristo “via, verità e vita” (Gv 14,6) che gli uomini trovano la salvezza».

c. Il comando di Cristo è attuale e vincolante. L’affermazione convinta che “Cristo è l’unico e universale Salvatore” non è arroganza o auto-celebrazione, ma coraggio e obbedienza al comando di Cristo, che rimane vincolante e attuale.

Prima di salire al cielo Gesù ha conferito una missione non generica, ma specifica “ad gentes” in: Mt 28,19-20; Mc 16,15-16; Lc 24,47-49 con At 1,8; Gv 17,18 e 20,21. E’ interessante confrontare questi testi, per vedere le diverse esperienze delle comunità primitive sul piano dell’apostolato. Addirittura si può anche scorgere un certo “pluralismo” nel senso che si notano accentuazioni diverse. Per esempio: in tutti è sottolineata l’”universalità”; in Matteo, oltre all’esplicito collegamento con la SS. Trinità, viene accentuata la perennità: “fino alla fine del mondo”, che lascia capire come i primi cristiani immaginavano una missione senza termini di tempo. In Marco, c’è la promessa della partecipazione di Gesù all’opera. Luca, invece, sottolinea la “presenza perenne dello Spirito”, che bisogna attendere. Infine, Giovanni fa notare il rapporto tra la missione di Gesù che riceve dal Padre e quella che viene trasmessa agli apostoli. Ciò che conta per noi è saper leggere in parallelo questi testi ed avere una convinzione globale sulla missione, che non escluda nessun elemento neo-testamentario.

Con soddisfazione vediamo che Pietro esprime la fede della comunità su Gesù Cristo di fronte al Sinedrio con parole inequivocabili: «In nessun altro, infatti, c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). Non vogliamo che si affievolisca la convinzione di Paolo che ha sempre sostenuto i missionari: «Guai a me se non evangelizzassi» (1Cor 9,16).

d. La missione è solo agli inizi. Se guardiamo le statistiche religiose dell’umanità e le confrontiamo con quelle del passato (anche con il passato da noi conosciuto), constatiamo che il divario tra cristiani e non cristiani diventa sempre più ampio. Continuando così, senza un intervento divino speciale, il cristianesimo è destinato ad essere una  significativa minoranza in un tempo relativamente breve.

Ne deriva che la missione è, oggi, ancora necessaria, anzi, se mai “più necessaria”. Essa è, come osserva il Papa, “solo agli inizi”. Si legga il n. 1 della RMi, dove si afferma: «La missione di Cristo Redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento»; specialmente il n. 30, intitolato appunto: “L’attività missionaria è solo agli inizi”, che così conclude: «Oggi a tutti i cristiani, alle Chiese particolari ed alla Chiesa universale sono richiesti lo stesso coraggio che mosse i missionari del passato e la stessa disponibilità ad ascoltare la voce dello Spirito»[5].

Conclusione. In questo atteggiamento noi ci sentiamo a nostro agio, perché ricopia la “forma mentis” dell’Allamano. Egli ha sempre collegato la nostra vocazione alla responsabilità missionaria della Chiesa “depositaria della missione”, che la deriva dagli Apostoli, i quali l’hanno ricevuta da Gesù, il quale l’ha accolta direttamente dal Padre. Parlando de “La vocazione apostolica”, il 21 dicembre 1919, così sintetizzava alle prime sorelle: «L’Eterno Padre ha stabilito da tutta l’eternità se uno è chiamato o no ad essere missionario. Chi la applica, chi la concede in particolare è N.S. Gesù Cristo, “Predicate il Vangelo a tutte le creature, in tutto l’universo…”. Voi siete successori degli Apostoli. La Chiesa ratifica queste vocazioni. Dunque: il Padre Eterno, N.S. Gesù Cristo e la Chiesa»[6].

 

2. LAICI MISSIONARI MC “DI QUALITÀ” (seconda meditazione)

L’Allamano non si è accontentato di proporre l’impegno missionario, ma l’ha proposto nella “santità della vita”, chiedendo ai suoi figli e figlie di essere tutti di “prima qualità” o, come usava anche dire, della “terza classe”. Sentiamo, come introduzione, queste parole pronunciate il 25 febbraio 1915: «Bisogna che procuriate di essere tutti della terza classe di quelli che ho detto domenica, poiché quello che ho detto domenica scorsa, mi veniva proprio dal cuore, l’avevo meditato prima, ed ho creduto di dire il vero, ed è vero»[7].

 In questo particolare momento storico, è interessante constatare il coraggio con cui la Chiesa addita ai cristiani l’ideale di santità, nonostante l’esperienza di un mondo sempre più secolarizzato. Nella Lettera Apostolica “Novo Millennio Ineunte”, la prospettiva della “santità” è presentata come essenziale per la Chiesa: «E in primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il camino pastorale è quella della santità. […] Finito il Giubileo, ricomincia il cammino ordinario, ma additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale»[8]. Più avanti, la lettera sottolinea che si tratta di una santità non di specialisti, ma di “livello cristiano”, raggiungibile da tutti: «Come il Concilio stesso ha spiegato, questo ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria praticabile solo da alcuni “geni” della santità. Le vie della santità sono molteplici e adatte alla vocazione di ciascuno. […] E’ ora di proporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria»[9].

L’Allamano ho proposto questa “misura alta” dall’inizio alla fine della sua opera educativa. La ragione che l’ha convinto, oltre alla sua esperienza personale, è stata sicuramente di carattere apostolico. Ciò appare evidente nel suo insegnamento: «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre, battezzare, salvare anime; no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà»[10]; «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»12

a. Come esprimeva il suo insegnamento. Le espressioni con le quali l’Allamano esprimeva questo indirizzo pedagogico erano molte. La più celebre: «Prima santi, poi missionari» è detta in tanti modi[11]. Alle suore del 16.10.1921: «Siete qui per farvi sante. Non dire: “Io sono qui per farmi missionaria”, no, prima santa e poi missionaria»[12].

Altri modi di esprimersi sono: «Tutti i santi hanno voluto essere missionari»[13]. «Santi qui, come Missionari della Consolata, secondo lo spirito, le vedute, le regole dell’Istituto»16. «Santi adesso o mai più»[14]. Queste sono le espressioni più conosciute, ma ce ne sono molte altre, o variazioni di queste. Tutte indicano una profonda intensità spirituale, che l’Allamano è riuscito a trasmettere ai primi missionari e missionarie. Perché non dovrebbe trasmetterla anche a noi, oggi?

b. Una santità semplice e concreta. L’Allamano non ha proposto l’ideale di santità in modo astratto o generico. La sua è stata una pedagogia “concreta” e “mirata”. Cioè ha insegnato come essere “santi missionari della Consolata”. Era convinto di avere uno spirito e un metodo e cercava di comunicarli. Il criterio generale lo aveva ereditato dal modello per eccellenza che è Gesù, valorizzando il testo di Marco 7,37: «Ha fatto bene ogni cosa». Ascoltiamo le sue parole: «Il Vangelo di quest’oggi ricorda l’elogio fatto a Gesù: “Bene omia fecit”[ha fatto bene tutte le cose].

Perché dopo che Gesù aveva fatto tanti miracoli non dissero: Miracula Fecit [Ha fatto miracoli], ma: Ha fatto bene tutte le cose? Perché il Signore non solo i miracoli, ma tutto faceva bene. Ah, se si potesse scrivere sulla nostra tomba: Bene omnia fecit! Noi dobbiamo fare tutto bene, sia le cose ordinarie che straordinarie. La nostra santità consiste nel fare tutte le cose bene dal mattino alla sera. Il Venerabile [S. G. Cafasso] diceva che il bene bisogna farlo bene. Così dovete fare voi: fare le cose solo per amore di Dio, intieramente, in tutte le circostanze; allora sì che le farete bene»[15].

Dopo Gesù, il modello preferito era Maria, specialmente nel mistero della Visitazione. I modelli umani erano specialmente S. Francesco di Sales e il Cafasso. L’indirizzo pedagogico era sostanzialmente questo: «Il bene fatto bene, nelle piccole cose, con costanza». Sentiamo l’Allamano stesso in due testi, che ritengo tra i più illuminanti.

«Lo scopo di S. Francesco di Sales era che [le suore] conducessero una vita ordinaria, non aspre penitenze, non digiuni…[…]. Voi dovete condurre una vita ordinaria come la Madonna; sarà stato quello di assistere S. Elisabetta, […], accompagnare S. Giuseppe, quando tornava guardare il bambino, quelle cose lì…in quei tre mesi, la Madonna ha fatto la vita ordinaria. Ha fatto tutto lo straordinario nell’ordinario. Come il nostro Venerabile si diceva che vivendo ordinariamente faceva le cose in modo straordinario. Così la Madonna, faceva come le nostre buone donne, che vanno ad aiutare le vicine, comperare, faceva quello che deve fare una buona donna in casa, come una buona serva. Perciò non faceva cose straordinarie, e S. Francesco non voleva che le sue suore facessero miracoli, ma solo bene le cose ordinarie»19.

«Il Card. Bisleti era entusiasta del nostro Venerabile [S. Giuseppe Cafasso] e diceva: “Io non ho mai visto un santo così”. Da ragazzo il Venerabile diceva: “Io non voglio farmi un santo da Messa, un santo da Breviario, ma un gran santo”. Ed infatti è stato costante in questo volere per tutta la vita. L’eroismo della sua virtù consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nel farsi violenza, nello star sempre lì fermo nel buon volere, nel non perder tempo: questo è roba nostra. Io ammiro ogni giorno più la vita di quest’uomo, perché non è andato a salti, no, è sempre andato diritto; la sua strada era quella e…avanti; e questo l’ha fatto per tutta la vita. Sempre la stessa fede, lo stesso amor di Dio e del prossimo; sempre prudente, sempre giusto, sempre temperante…non gli manca niente […], lui andava sempre avanti; faceva sempre tutto bene»[16].

c. Una bella “illusione” da incoraggiare. Volutamente ho intitolato “una bella illusione da incoraggiare”: illusione non nel senso di cosa non fattibile, ma di realtà elevata, da sogno, possibile, desiderabile.

L’Allamano, su questo punto, ci insegna a rimanere giovani ed a conservare l’entusiasmo spirituale. Lui, nonostante conoscesse bene i suoi e non si illudesse circa la loro perfezione, non ha mai cessato di proporrea tutti la santità missionaria, nel senso più elevato, “di prima qualità”! Voleva che fossero convinti che la santità, in definitiva, non è altro che “amore” a Dio e al prossimo, senza affettazione: «Lo [Pietro] interrogò tre volte perché amare e farsi santi è la stessa cosa»[17]

Conclusione: al termine di queste riflessioni, faccio notare che l’Allamano era una persona molto realistica, anche sul punto della santità. Intanto non si illudeva che tutti i suoi fossero davvero santi. E lo diceva espressamente, sia pure in forma faceta. Per esempio, alle suore: «Non voglio mica dire che i nostri siano così [che si attacchino alle piccole comodità], ma può capitare…ed io non vi credo tutte sante (detto con convinzione)[18]:; «Domani incominceremo gli Esercizi; e poiché credo che nessuna di voi è santa, così ne avrete tutte bisogno»23.

Però, ciò che è più significativo è che l’Allamano proponeva un cammino di santità a portata umana e soprattutto insegnava a riprendersi sempre, senza scoraggiarsi mai: dopo ogni sbaglio, iniziare da principio con immutato entusiasmo. Ecco le sue parole alle suore: «Mai scoraggiarvi, nunc coepi [“ora incomincio”: Salmo 76,11]; direi che è lo stemma del nostro Istituto: sempre incominciare»[19]. E in altra occasione: «Sei caduta? Rimettiti a posto; S. Teresa diceva il Nunc coepi [adesso incomincio] quaranta o cinquanta volte al giorno; domandava perdono al signore, diceva: Roba del mio giardino, del mio orto; Signore un po’ di pioggia perché venga su roba buona»[20].

 

3. LAICI MISSIONARI “DELLA CONSOLATA” (terza meditazione)

Per partecipare allo spirito delle “Missionarie della Consolata”, occorre avere una profonda integrazione con il loro Istituto: con la sua storia, con la sua realtà attuale, con le persone, le attività, i problemi, con il suo modo di essere, cioè con quelle “caratteristiche specifiche”, che ha impresso l’Allamano stesso.

Quando parliamo di “caratteristiche specifiche” che cosa intendiamo? Nell’Allamano, come in ogni fondatore, occorre saper cogliere non solo il nucleo centrale dell’ispirazione originaria (che è il Cristo mandato dal Padre, che manda gli apostoli), ma anche i vari elementi che lo specificano ed arricchiscono. Questi elementi emergono dalle cose che gli sono state molto a cuore e sulle quali egli ha insistito in modo particolare. Sono cose che possono riguardare sia le persone (stile di vita, certe devozioni, preghiera, impegni particolari, forma di consacrazione, ecc.), sia il metodo apostolico della comunità, e sia anche l’aspetto organizzativo e strutturale.

L’Allamano era cosciente di avere delle “sue” caratteristiche da comunicare ai suoi missionari e missionarie e lo ha rivendicato più volte. Sentiamo alcune sue parole: «Per non aver nulla di diverso dalle altre [congregazioni di suore] potevate andar tutte in altre case religiose e non fabbricarne una nuova. Bisogna che si distingua questa dalle altre Comunità»[21];«[…] ognuno deve farsi santo secondo le regole che sono in questo istituto. Comunemente si dice che la santità è multiforme, e se voi foste certosini, o passionisti, certamente si farebbero altre cose che si fanno qui. […] dobbiamo farci santi secondo le norme che ci danno i superiori, secondo le regole; secondo lo spirito dell’Istituto. Il Signore ha ispirato e non ci deve essere nessun altro che ci possa decidere; nessun esterno che ci possa venir a dire: “Ma voi pregate troppo, o troppo poco. Perché non fate questo o quello, ecc.”»[22]; «È la volontà di Dio che siate sante, ma in che modo? A mio capriccio? […] Quelle missionarie che volessero farsi sante secondo le loro vedute, la sbaglierebbero…

Ciascuna deve farsi santa, non a suo capriccio, a suo modo…[…] Bisogna che si faccia santa come Missionaria, con i mezzi che ci son qui, con le Regole, costituzioni, preghiere, occupazioni quotidiane ecc. che ci sono qui»28.

Questa esigenza di “specificità” è valida per tutti coloro che intendono riferirsi all’Allamano per partecipare al suo carisma. Vale anche per coloro che voglio inserirsi spiritualmente nei suoi Istituti Missionari e condividere spiritualmente con essi le finalità e i valori della missione. In concreto, secondo l’attuale coscienza dell’Istituto, le caratteristiche sono le seguenti: vita eucaristica, pietà mariana, senso ecclesiale, amore alla liturgia, spirito di famiglia (e di corpo), laboriosità. Non si dimentichi che sono caratteristiche di missionari/e e, perciò, si devono interpretare e realizzare con spirito missionario.

In questo tempo che rimane, vi invito a riflettere un po’ ancora su due di queste caratteristiche, quella eucaristica (oggi festa del “Corpus Domini”) e quella mariana.

 

MISSIONARI EUCARISTICI

Che l’Eucaristia faccia parte come caratteristica propria del carisma che l’Allamano ha trasmesso non ci sono dubbi. Riporto alcune espressioni di carattere generale che esprimono bene il suo spirito. Fin dal 1908 diceva agli allievi missionari: «Siate dunque tanto devoti di Gesù Sacramentato […]. Voglio che questa sia la devozione dell’Istituto…deve essere di tutti…dei sacerdoti…ma voglio che sia nostra in modo speciale»[23]. Alle suore, il 13 giugno 1915: «Io vi voglio Eucaristiche: vi voglio Missionarie Sacramentine»[24]. Ancora ai missionari, il 22 giugno 1916, festa del Corpus Domini: «La S. Messa, la Comunione e la visita […] devono essere i nostri tre amori. […] Voi dovete essere sacramentini, non solo consolatini»[25].

Partendo da questa base, vi presento come l’Allamano immaginava la giornata dei suoi figli e figlie in rapporto all’Eucaristia. Pur essendo un dottore in Teologia, che conosceva bene la dottrina teologica sui Sacramenti, l’Allamano merita di essere ammirato per la semplicità e il cuore con cui ha insegnato ad inserire l’Eucarestia nella propria vita.

a. Sacrificio della S. Messa. Questo è il punto di partenza, perché è la rinnovazione e l’attualizzazione del Sacrificio del Calvario. Ecco la sua stima per la Messa: «La Santa Messa non è solo un’immagine, è lo stesso sacrificio della Croce […]. Com’è bello pensare che ogni volta che assistiamo alla Santa Messa siamo proprio là ai piedi della croce, al Calvario! […] Se non fosse della Messa che si celebra continuamente, il mondo dopo tanti peccati non potrebbe più sussistere» [26]; «Certamente la prima, la più eccellente e potente orazione è la Messa»[27].

L’Allamano non solo affermava il valore della Messa, ma suggeriva i sentimenti più adatti per parteciparvi con fede: «La S. Messa sia la prima delle vostre devozioni»[28]; «[siccome la Messa è l’olocausto di Gesù al Padre] Tante volte vi dico di essere olocausti perché vi diate tutte al Signore…Siate olocausti (con forza)! […] Immaginatevi di essere sul calvario con la Madonna»35. Il cuore dell’Allamano era grande e non poteva essere costretto dallo spazio. Ecco perché suggeriva anche di partecipare alla Messa con l’intenzione: «Possiamo anche mettere l’intenzione di sentire tutte quelle [Messe] che si celebrano nel mondo, non realmente, ma spiritualmente»[29]. E alle suore: «In missione l’avrete sempre, ma se mai un giorno non l’avrete, guardatevi di supplire col desiderio ardente»37.

Sicuramente questo spirito ci interpella circa la nostra concezione del Sacrificio Eucaristico e su come la partecipazione alla S. Messa incide nella nostra vita. Chi vuole seguire lo spirito dell’Allamano deve porre la Messa al centro della propria vita di fede.

b. Comunione Eucaristica. Nel rinnovamento liturgico è quasi inconcepibile partecipare alla Messa omettendo la S. Comunione, che ne è parte essenziale. Gesù ha espressamente parlato di “cibo” per la vita eterna, di “mangiare” la sua carne, di “bere” il suo sangue. Al tempo dell’Allamano, la spiritualità era piuttosto severa circa la frequenza alla Comunione, ma lui era di altro avviso. Ecco alcune sue espressioni indicative. Dopo aver detto che S. Luigi faceva la Comunione una volta la settimana, soggiunge: «Per me vorrei che faceste anche di più: se il Papa mi manda una facoltà speciale, di lasciarvi fare la Comunione due volte al giorno…»[30]. Spiegando la Messa alle suore, ad un certo punto dice: «Giunti alla Comunione si fa reale o spirituale. Messe se ne possono dire tante, ma Comunioni Sacramentali se ne può fare una sola, eppure mica si mangia una volta sola! Là pazienza…le facciamo spirituali»[31].

Inoltre l’Allamano suggeriva degli accorgimenti molto semplici perché la Comunione Eucaristica incidesse nella vita quotidiana e il suo benefico influsso non si limitasse alla celebrazione. Per esempio, insisteva sulla pratica delle così dette “Comunioni spirituali”, il che significa rivivere nel cuore il momento dell’incontro con il Signore: «[…] poi quando salite le scale o siete in qualsiasi altro posto, fate tante comunioni spirituali: dovreste farne a centinaia»[32]. Così pure raccomandava di non mettere una separazione fra le Comunioni fatte nei diversi giorni: «Perché il frutto della S. Comunione perseveri nell’anima nostra, bisogna unire una Comunione all’altra, in modo che il tempo frammezzo s’impegni parte in ringraziamento della comunione precedente, parte in preparazione alla seguente»[33]. Infine, insegnava a desiderare la Comunione, per non arrivarvi impreparati: «Se ci svegliamo di notte, ed al mattino appena alzati, immaginarci che il Signore ci dica, come a Zaccheo: presto discendi, perché oggi devo fermarmi in casa tua»[34]. Di fronte a questi suggerimenti, quale è la nostra reazione? Sentiamo il commento dello stesso Allamano: «Queste sembrano piccolezze, ma servono molto; siamo tanto materiali che abbiamo bisogno di queste cose […]. Coloro che le disprezzano è per pigrizia»[35].

c. Presenza reale. Per l’Allamano, il tabernacolo è il centro della casa. Già nel 1901, pochi mesi dopo la fondazione, scriveva al gruppetto di allievi: «Il S. Tabernacolo è il centro della casa ed ogni punto deve tendere come raggio colà. Quante grazie deriveranno su di voi e sui venturi missionari. È lo stesso Gesù […] che formerà i suoi apostoli»44. Per l’Allamano era importante vivere con fede la “presenza reale”: «Dobbiamo farci l’abito di sentire la presenza reale, come la sentivano tanti santi»[36].

L’Allamano, anche su questo punto, era un formatore molto concreto e attento. Suggeriva di prendere l’abitudine di fare visite reali o spirituali a Gesù Sacramentato, perché nel tabernacolo «è proprio vivo come in cielo»46. «La visita […] dovrebbe essere un piacere…dovreste stare come con un amico, poi stare bene, con fede, con amore»47. Addirittura suggeriva di rimanere idealmente in cappella, vicino al tabernacolo: «Partendo dalla chiesa, riterrete qui il vostro pensiero, per cui stando in qualsiasi angolo della casa, ed in ogni occupazione, penserete a Gesù che abita tra voi e solo per voi»[37].

Conclusione: i suggerimenti pratici dell’Allamano non sarebbero finiti, perché, nel suo delicato entusiasmo spirituale, è stato capace di immaginare tanti altri modi per vivere in sintonia con l’Eucaristia. Per esempio, anche in viaggio, vedendo da lontano un campanile, prendeva l’occasione per pensare che là c’era un tabernacolo. Ovviamente, l’adorazione era al primo posto.

Quanto abbiamo meditato, però, sia sufficiente per farci capire che lo spirito dell’Allamano è eminentemente eucaristico. La vita eucaristica è stata una sua forte esperienza spirituale. Non ci ha trasmesso una dottrina, ma se stesso, ciò che ha vissuto. Basti pensare alle ore che trascorreva nel coretto alla Consolata. La sua pietà eucaristica era allo stesso tempo missionaria. Voleva che l’Eucaristia si radicasse in Africa e nel mondo intero. Sentiamo ancora la sua parola su questo aspetto: «Che fortuna avere già 14 luoghi in Africa dove c’è Gesù Sacramentato [siamo nel 1908]! Io credo, anzi è certo, che essi debbono attirare le grazie su quelle terre…Potessimo moltiplicarli quei luoghi…»[38]. E nella festa del Corpus Domini del 1909: «Quanto godo che Dio per mezzo nostro vada moltiplicando i suoi S. Tabernacoli […]. Sono focolari di amore per noi e di misericordia per gli infedeli»[39]

 

4. MISSIONARI MARIANI (quarta meditazione)

Secondo la coscienza dell’Allamano, la Consolata è presente nell’Istituto fin dalle origini, come causa efficiente, cioè come “Fondatrice”. Anzi, l’incidenza della Consolata, come tempo, è antecedente alla fondazione stessa, in quanto l’Allamano ha maturato l’Istituto Missionario, sia come decisione di iniziarlo, sia come spirito da infondergli che come forma da dargli, proprio ai piedi di Maria, nel suo santuario. Lui stesso è testimone di questa esperienza mariana che accompagna l’Istituto.

Ora vogliamo approfondire il nostro rapporto con Maria, che è una caratteristica specifica, soprattutto dal punto di vista dell’identità missionaria. Lo facciamo, seguendo il pensiero dell’Allamano e poi quello della Chiesa, per poter confermare alcuni principi-base, che ci guidino nella nostra situazione attuale.

a. L’”avventura” dell’Allamano inizia da Maria. Oltre all’attribuzione della fondazione alla Consolata, che è il punto centrale, è veramente interessante riflettere anche sul perché nel nostro Istituto, a partire dal Fondatore, si sia imposto, soprattutto nel passato, il motto desunto da Is 66,19: «Et annuntiabunt gloriam meam gentibus» [E annunzieranno la mia gloria alle genti].

Per capire questo motto, bisogna tenere conto che, per l’Allamano, l’identità del Missionario della Consolata è la sua integrale consacrazione «alla maggior gloria di Dio e per la salute delle anime»[40]. Lo scopo preciso della sua azione è «zelare la gloria di Dio colla salute delle anime»[41]. Nella salvezza realizzata attraverso la missione, oltre alla centralità di Cristo, l’Allamano coglie bene il ruolo subordinato di Maria.

Il motto di Isaia, senza alcun dubbio, è parte della nostra tradizione originaria. Figura all’inizio del Regolamento del 1891, del Regolamento del 1901 e delle Costituzioni del 1909. Fu scelto, molto probabilmente, per il riferimento esplicito all’Africa, che, nell’idea dell’Allamano, doveva essere il campo di apostolato dei Missionari della Consolata: «Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti […], ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; e annunzieranno la mia gloria alle nazioni». Dopo il 1909, l’Allamano ha dovuto togliere questa citazione perché non era più consentito per disposizione della Santa Sede, ma essa restò nel ricordo e nella sensibilità dell’Istituto.

Nella mente dell’Allamano, questo motto ha appunto una valenza “soteriologia” di carattere universale e un riferimento mariano, sia pure in senso devozionale: i Missionari della Consolata, nella sua convinzione, avrebbero dovuto impegnarsi per la gloria di Dio, congiuntamente e subordinatamente per la gloria di Maria, attraverso la salvezza delle anime.

La riflessione più recente dell’Istituto ha approfondito teologicamente il rapporto “Consolata-Missione” ed ha sviluppato un dato molto interessante, che io esprimo con le stesse parole del Papa nel Messaggio per il centenario: «Con l’aiuto della Consolata, carissimi Fratelli, diffondete la vera “consolazione”, la salvezza cioè che è Cristo Gesù, Salvatore dell’uomo»[42].

b. Anche la nostra avventura missionaria, da sempre, è “consolatina”. Avete mai pensato perché l’Allamano ha dato il titolo della “Consolata” ai suoi missionari e missionarie? Di per sé avrebbe potuto dare loro un altro titolo, come ha fatto Don Bosco che ha intitolato i suoi da S. Francesco di Sales, mentre solo le suore dall’Ausiliatrice. Non solo, ma ha detto che «Possiamo gloriarci di avere due titoli; quello […] della Madonna e quello del fine [missione], ciascuno dei quali basterebbe»[43]; oppure che «ne portiamo il titolo come nome e cognome»55 Non sbagliamo se su questo punto immaginiamo che, per l’Allamano, la Consolata deve avere i suoi missionari, come pure che tra la missione della Chiesa e la Consolata c’è una piena sintonia.

Si tengano presenti le varie espressioni con le quali l’Allamano indicava il legame dei missionari e missionarie con la Consolata, come, per esempio: “figli prediletti”, la Consolata “nostra”, “vostra” e soprattutto “consolatini/e”: «Vi farei un torto a parlarvi di fare bene la novena della Consolata, il cuore stesso ci deve insegnare. Noi siamo Consolatini, figli prediletti della Consolata»[44].

Per l’Allamano non ci sono alternative: «Nessuno si fa santo se non è devoto della Madonna

[…]. Questo è il carattere distintivo di tutti i santi»[45]. «La devozione alla Madonna è segno di predestinazione. Ma per noi è segno che verremo certamente perfetti»[46]. Non per nulla alle suore diceva: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere»59

Quanti si accostano allo spirito dell’Allamano sono incoraggiati a vivere questa pietà mariana, non solo in generale, ma nella sua particolare connotazione “consolatina”, cioè di salvezza universale. Anche con i LMC la Consolata ha un rapporto di predilezione. Anche voi potete ritenervi figli e figlie prediletti.

c. Maria “Missionaria” nella fede della Chiesa. Iniziamo da un’espressione dell’Enciclica sulle missioni: «Alla vigilia del terzo millennio tutta la Chiesa è invitata a vivere più profondamente il mistero di Cristo, collaborando con gratitudine all’opera della salvezza. Ciò essa fa con Maria e come Maria, sua madre e modello: è lei, Maria, modello di quell’amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che, nella missione apostolica della Chiesa, cooperano alla rigenerazione degli uomini»[47].

Come si vede, la sottolineatura è sul fatto che Maria è “madre” e “modello” di “amore materno”. La maternità di Maria è alla base della sua missione all’interno e all’esterno della Chiesa. In questo momento, la Chiesa si rende conto dello sbandamento dell’umanità, in certo senso diventata orfana, e percepisce che ha bisogno di una madre. Ecco uno dei perché dell’importanza della mariologia nell’ecclesiologia e, specificamente, nella missiologia.

Il fondamento teologico di queste affermazioni si trova nel Cap: VIII della “Lumen Gentium”, dove Maria viene presentata totalmente coinvolta nel mistero di Cristo e, per ciò stesso, integrata in modo speciale nel mistero della Chiesa. Ai piedi della croce, la maternità di Maria si estende da Gesù alla comunità della  Chiesa e, in prospettiva, a tutta l’umanità. La “Lumen Gentium” così commenta: «[sotto la croce] se ne stette (cfr. Gv. 19,25) soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui […]; e finalmente, dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco il tuo figlio (cfr. Gv. 1,26-27)»[48].

Nella “Novo Millennio Ineunte”, il Papa ha parole molto sensibili riguardo a questa funzione di Maria, in vista del compito apostolico che attende la Chiesa: «Ci accompagna in questo cammino la Vergine Santissima […]. Tante volte in questi anni l’ho presentata  come “Stella della nuova evangelizzazione”. La addito ancora, come aurora luminosa e guida sicura del nostro cammino. “Donna, ecco i tuoi figli”, le ripeto, riecheggiando la voce stessa di Gesù (cfr Gv 19,26), e facendomi voce, presso di lei, dell’affetto filiale di tutta la Chiesa»[49]

Per la fede della Chiesa, Maria è “missionaria” soprattutto perché, per volontà del figlio morente, è costituita “madre” sia della Chiesa che dell’umanità intera.

Conclusione: non c’è bisogno di insistere molto sul fatto del nostro coinvolgimento nella missione operata in spirito mariano. La Tradizione IMC/MC è decisamente tutta in questa direzione e parte sempre dalla spinta operata personalmente dall’Allamano. Anche voi, in certo senso e nella vostra particolare situazione laicale, siete missionari/e mariani. Queste due dimensioni, per l’Allamano, sono intimamente connesse e non vanno disgiunte. Si deve vedere nella vita e nell’attività se e come siete “missionari/e mariani”, cioè LMC!

 

PISTE DI RIFLESSIONE (prima meditazione)

Esaminare il proprio rapporto con l’Allamano: come lo conosco; come incide nella mia vita; cosa posso fare per conoscerlo meglio e crescere nella comunione con lui, inteso quale ispiratore, modello e protettore.

Esaminare la propria identità di “Laico/a missionario/a MC”: quale comprensione ho del mio “impegno” missionario; se lo sento una vocazione, collegata alla missione del Signore; se e come incide nella mia vita cristiana.

Esaminare il proprio rapporto con le Missionarie della Consolata: se ho coscienza del legame spirituale che ho instaurato con il loro “carisma originario”; se e come mi impegno a crescere nella partecipazione alla loro spiritualità, che è collegata a quella dell’Allamano; se, nel limite del possibile, riesco a collaborare all’opera missionaria.

 

PISTE DI RIFLESSIONE (seconda meditazione)

Esaminare il “livello” della propria vita cristiana: se la fede incide nelle azioni; con quale spirito realizzo i miei compiti giornalieri; se chi mi avvicina può capire che ho motivazioni speciali per vivere bene; se riconosco i miei sbagli e se riesco a riprendermi, senza scoraggiarmi.

Esaminare il livello missionario: se e come questa esperienza missionaria incide nel “tono” della mia vita ordinaria di cristiano, o se si limita alle azioni di cooperazione che compio.

 

PISTE DI RIFLESSIONE (terza meditazione)

Esaminare la maturità della mia partecipazione alla Messa: quale comprensione di questo mistero centrale della mia fede; quale coerenza all’impegno di parteciparvi regolarmente; quale incidenza ha la Messa nella vita.

Esaminare il tono della mia pietà eucaristica: come riesco a vivere la Comunione quale “contatto” con il Signore; in quanto cibo, quale incoraggiamento e forza mi dà la Comunione; se mi aiuta ad essere migliore; quale rapporto, durante la giornata, riesco ad instaurare con il Tabernacolo.

 

PISTE DI RIFLESSIONE (quarta meditazione)

Esaminare il tono della mia pietà mariana: come Maria è presente nella mia vita; come esprimo la mia comunione con lei; in particolare: se ho fiducia in lei e se ricorro a lei nella preghiera.

Esaminare il mio rapporto con la Consolata: se come il mistero della consolazione-salvezza, che Maria collabora a realizzare nel mondo, mi interpella

 

Note:

[1] Presso i grandi Ordini Religiosi esistevano già i così detti “Terzi Ordini”, che sono vera partecipazione al carisma originale, vissuto e realizzato in forma diversa, ma presso gli Istituti Missionari i Terzi Ordini non esistevano.

[2] Conf. IMC, I, 434.

[3] Conf. MC, I, 428; questa pedagogia dell’Allamano è costante: Conf. IMC, I, 553; III, 337, 347, 349; Conf. MC, II, 666.

[4] Conf. IMC, III, 16. 5 Conf. IMC, I, 650.

[5] Anche la “Dominus Jesus” si pone sulla stessa linea di pensiero al n. 2.

[6] Conf. MC, II, 702.

[7] Conf. IMC, II, 204. Per l’Allamano le tre classi erano: 1) di coloro che hanno poca buona volontà; 2) di coloro che si impegnano a sbalzi; 3) di coloro che sono generosi in tutto, più che possono.

[8] NMI, n. 30. Fa parte della sensibilità dell’uomo d’oggi rimanere attratto dalla testimonianza dei santi. Paolo VI, ai membri del “Consilium de Laicis”, il 2.10.1974, così si esprimeva: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni»: AAS 66 [1974], p. 568. Stessa espressione ripeteva nell’”Evangelii Nuntiandi”,n. 41. Giovanni Paolo II ripropone lo stesso pensiero nella RMi: «L’uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie»: n  42.

[9] NMI, n. 31.

[10] Conf. IMC, I, 249-250. 12 Conf. IMC, I, 279.

[11] Cf Conf. IMC, I, 619; II, 82, 127, 375; III, 174, 258, 385, 478, 480, 659, 676.

[12] (Conf. MC, III, 290, 292.

[13] Cf. Conf. IMC, I,650; III, 370-371; 379; Conf. MC, II, 702-703; III, 10. 16 Cf. Conf. IMC, I, 384-385; II,207, 2210-211; Conf. MC, II, 33, 35.

[14] Cf. Conf. IMC, I, 384; III, 294; Conf: MC, II, 522, 525.

[15] Conf. MC, III, 109-110. 19 Conf. MC, II, 626.

[16] Conf. MC, III, 216.

[17] Conf: MC, II, 520; cf. Conf. IMC, III, 396.

[18] Conf. MC, I, 250. 23 Conf. MC, II, 30.

[19] Conf. MC, I, 360.

[20] Conf. MC, III, 83. Questo versetto del salmo 76 lo possiamo definire uno dei cavalli di battaglia del Fondatore per incoraggiare.

[21] Conf. MC. II, 340.

[22] Conf. IMC, II, 210 – 211. 28 Conf. MC, II, 33.

[23] Conf. IMC, I, 284.

[24] Conf. MC, I, 139.

[25] Conf. IMC, II, 606.

[26] Conf. IMC, II, 406

[27] Conf. IMC, II, 414.

[28] Conf. IMC, II, 413. 35 Conf. MC, I, 220.

[29] Conf. IMC, II, 408. 37 Conf. MC, 225.

[30] Conf. IMC, II, 608.

[31] Conf. MC, I, 224-225.

[32] Conf. MC, III, 283.

[33] Conf. IMC, I, 296.

[34] Conf. IMC, I, 297.

[35] Conf. IMC, I, 297. 44 Lett., III, 105.

[36] Conf. IMC, II, 964. 46 Conf. IMC, II, 34. 47 Conf. IMC, II, 34

[37] Conf. IMC, I, 472.

[38] Conf. IMC, I, 284.

[39] Conf. IMC, I, 293.

[40] Conf. IMC, I, 30.

[41] Conf. IMC, III, 461.

[42] “Messaggio” per il centenario, n. 5.

[43] .Conf. IMC, I, 619. 55 Conf. IMC, I, 568.

[44] Conf. IMC, II, 602.

[45] Conf. IMC, II, 271.

[46] Conf. IMC, II, 308. 59 Conf. MC, III, 274.

[47] RMi, n. 92.

[48] LG, n. 58.

[49] NMI, n. 58.