Il tema di questa giornata è “Donne consacrate che hanno incontrato veramente Cristo e lo annunciano con nuovo slancio apostolico”. È un argomento particolarmente allettante per noi, perché ci ricollega con il “cuore” del Fondatore, che ha sempre sognato i suoi Missionari/e al massimo livello della vita evangelica. Di particolare, in questo tema, c’è l’aspetto della “novità”. La frase “nuovo slancio apostolico” che cosa può significare? Lo esaminiamo in due tempi: anzitutto lo slancio della santità nel nostro carisma; poi, la novità dello slancio, immaginata dal Fondatore.
1. “PRIMA SANTI, POI MISSIONARI”
a. Una convinzione fondamentale dell’Allamano: solo chi è santo può essere vero missionario. Il Fondatore univa i due termini “santità” e “missione” quasi fossero un binomio inscindibile. Lui stesso ha espresso questa convinzione moltissime volte, specialmente durante le conferenze domenicali, come noi ben sappiamo. Questa convinzione fa parte del nucleo centrale della sua pedagogia. Rivediamola iniziando dalle sue lettere.
Subito, fin dai primi passi dell’Istituto, il 28 luglio 1901, ai pochi membri della Consolatina scriveva: «Riserbandomi poco a poco di dirvi a voce o per scritto, tante altre cose, che vi ajutino a perfezionarvi, ed a prepararvi alla grand’opera dell’apostolato […]»[1] Questo schema mentale: “santità e missione”, oppure “santità per la missione” fa parte della sua identità di fondatore e, quindi, anche del nostro carisma[2].
Abbiamo alcune bellissime lettere ai missionari del Kenya, che meritano di essere prese in esame. Nella famosa circolare in cui racconta l’esito delle feste centenarie del santuario, il 6 gennaio 1905, l’Allamano assicura di averli presentati tutti insieme e uno per uno alla Madonna, chiedendo non tanto l’incremento materiale dell’Istituto, «quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi, mentre zelate la conversione dei poveri infedeli»[3].
Notificando agli stessi missionari la benedizione del Papa, ricevuta nell’udienza dell’11 settembre 1905, il 27 novembre successivo manda un breve messaggio, in cui, tra l’altro,raccomanda: «Lavorate alla vostra santificazione ed alla conversione di cotesti miseri neri»[4].
Anche gli esercizi spirituali erano un’occasione per insistere su questo tema. Il 24 dicembre 1907, li incoraggia così: «Fra poco vi radunerete per i Santi Sp[irituali] Esercizi, ed io a voi presente in spirito, v’invito a studiare i mezzi più idonei alla vostra santificazione ed alla conversione di cotesto popolo»[5]. E l’anno successivo, dopo gli esercizi, il 7 settembre 1908 : «Ne sia ringraziato il Signore, e la Sua grazia faccia sì che il frutto ricavatone sia duraturo a vostra santificazione ed a bene di cotesti poveri neri»[6].
Ancora: l’8 dicembre 1909, dopo l’ordinazione episcopale di Mons. F. Perlo, annunciando ai missionari il ritorno del loro Vicario Apostolico, li incoraggia così: «La maggior consolazione per lui [Mons. F. Perlo] sarà di rivedere tutti a loro posto, intenti alla propria santificazione e all’evangelizzazione di cotesto popolo»[7].
Anche al Can. G. Camisassa, in Kenya, assicura, il 22 settembre 1911: «[…] prego dalla Consolata vero spirito di NSGC a propria santificazione ed a salute di cotesti poveretti»[8].
A P. A. Dal Canton, il 29 giugno 1913, in una lettera con la quale lo incoraggia al fervore missionario, così conclude: «Io prego ogni giorno il Signore perché tutti vivano costantemente quali degni missionarii, e lavorino prima alla propria santificazione, e poi alla conversione di cotesti cari neri»[9].
Che questa convinzione fosse proprio radicata nella mente del Fondatore, lo dimostra questo magnifico brano di lettera a P. U. Costa, scrittagli da S. Ignazio l’11 luglio 1913: «Nell’osservare questi ottanta quattro Sacerdoti, che attendono seriamente ai S. Esercizi e procurano di prendere forti risoluzioni per la propria santificazione e pel bene delle anime da Dio loro affidate, penso quanto maggior impegno debbano avere i miei cari alunni missionari per santificarsi: essi che sono destinati quali apostoli non solamente ad una Parrocchia o Rettoria, ma ad una moltitudine di gente…»[10].
Anche alle suore missionarie l’Allamano indirizzava lo stesso incoraggiamento. Nella lettera dell’1 novembre 1913, che le prime partenti avrebbero dovuto leggere durante il viaggio, leggiamo: «Anzitutto tenete sempre in cima ai vostri pensieri il fine per cui vi siete fatte Suore-Missionarie, ch’è unicamente di farvi sante e di salvare con voi tante anime»[11]. A Sr. Margherita Demarca, superiora del gruppo delle missionarie in Kenya, il 14 dicembre 1916 scrive: «Coraggio a tutte nel Signore; colla mente ed il cuore intenti all’unico scopo di farvi sante e salvare il maggior numero di anime»[12].
Graduatoria esplicita: l’Allamano ha espresso in modo chiaro il suo pensiero, sia nelle lettere che nelle conferenze, dicendo esplicitamente che la santità precede per importanza l’azione missionaria. C’è un “prima” e un “poi” logici: prima santi, poi missionari. Prima l’essere, poi l’operare. Nelle precedenti citazioni è già emerso questo aspetto. Tuttavia risentiamolo meglio dalla sua viva voce, perché merita speciale attenzione.
Ecco alcune espressioni, tra le tantissime possibili, scelte nelle conferenze ai primi allievi missionari: «Primo: Siamo per farci santi in questa Casa: non per farci Missionari, ma per farci santi e poi Missionari».[13] «Prima cosa farci santi, seconda cosa salvare i neri»[14]. «E’ questo il fine primario del nostro Istituto. Non siete qui venuti per…; ma per farvi santi; allora e solamente allora adempirete bene il secondo fine di…»[15].«Siete qui per farvi sante: Non dite: “Io sono qui per farmi missionaria”, no, prima santa e poi missionaria»[16]. Sentiamo pure l’incoraggiamento a P. Chiomio, missionario in Kenya, scritto il 26 dicembre 1920: «Sempre coraggio in Domino, conservando e propagando il buon spirito fra i confratelli. Prima santi voi, poi bene ai neri: in tutto N S Gesù Cristo…»[17].
Santità premessa necessaria: l’attività apostolica, secondo l’Allamano, esigeva la santità. L’essere come presupposto dell’operare. Questo aspetto è un modo di esprimere quanto detto sopra da una diversa angolatura. Insistere su ciò aiuta a renderci conto della ricchezza che albergava nel cuore dell’Allamano. Sentiamo qualche sua parola dalle conferenze.
«[…] prima dobbiamo santificare noi… e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti e con gran frutto»[18]. «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre, battezzare, salvare anime: no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà»[19]. «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»[20]. «E perché siete venuti? Tutti rispondete: per farmi Missionario: e se qualcuno avesse altro scopo, sbaglierebbe: l’aria qui è buona solo per quelli che vogliono farsi Missionari […]. Ma perciò bisogna farsi santi. Se no il Signore non si serve di regola per convertire che di quelli che sono santi: prima cosa adunque santificare noi stessi, se no andremo là e invece di convertire pervertiremo. Dunque farci santi»[21]. «Non come dicono: Oh, tanto se salvo un’anima salvo la mia; Sì, ma prima bisogna essere santi: Se non saremo santi non saremo buoni né per noi, né per gli altri»[22].
Questa indirizzo formativo dell’Allamano è quanto mai insistente. Sentiamo ancora qualche espressione scelta tra quelle della sua maturità di educatore: «[…] lo scopo particolare del nostro
Istituto, che è la nostra santificazione; e questo non è mica nelle regole per mettere una parola!… No! prima di tutto la nostra santificazione e poi le missioni: La prima cosa che dobbiamo fare adunque è questa e se non facciamo questo…niente. Se uno vuol fare del bene agli altri senza essere santo egli stesso è impossibile. Nemo dat quod non habet»[23]. «Teniamo a mente che il primo scopo è quello di farci santi noi. E’ inutile voler convertire gli altri, se non siamo santi noi»[24]. «Se non si è santi…eh…non si fa niente!…Qui non ardet non incendit. Si fa ridere il demonio»[25]. «Tutti dicono che siete venuti a farvi missionari; invece no: prima di tutto voi dovete dire: son venuto a farmi santo. Questo deve essere la cura principale vostra […] perché se non sarete santi, invece di convertire gli altri in missione vi pervertirete perfin voi»[26].
Anche l’esperienza dei missionari era su questa linea: «Fine primario dell’Istituto è la nostra santificazione, cui dobbiamo attendere anche pel fine secondario di salvare gli infedeli. Li dicono i nostri Missionari; “certe conversioni non si ottengono se non si è santi”. Non aspettate di esserlo in Africa»[27].
d. Varianti: talvolta, l’Allamano si esprime con delle varianti, che non modificano la convinzione di fondo, ma l’adattano alle situazioni del momento, specialmente in rapporto all’impegno di formazione dei suoi missionari[28].
La variante principale è quella in rapporto alla consacrazione religiosa. Per il Fondatore il binomio “prima religiosi, poi missionari” equivale all’altro “prima santi, poi missionari”. Anche riguardo a questa variante i testi i sono molti. Sentiamone alcuni dalle conferenze: «Se volete essere poi missionari in regola bisogna prima che siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siamo santi noi»[29][30]. «Siete nell’Istituto per attendere a due formazioni: religiosa e missionaria. Sono tutte due per voi necessarie, ma è prima la religiosa, come dicono le Costituzioni parlando dei fini dell’Istituto: fine primario è la propria santificazione; e secondario, l’evangelizzazione degli infedeli. Prima bisogna formarsi buoni e santi religiosi; poscia missionari»
30.
Con le suore è stato addirittura più esplicito: «Voglio dirvi una cosa riguardo ai S. Voti. Ditemi un po’: noi siamo prima missionari o religiosi? Prima religiosi. Va bene. Il primo fine del nostro Istituto è la propria santificazione. Ora, la nostra santificazione si ottiene per mezzo delle virtù religiose e dei santi voti. Se qualcuna di voi morisse senza andare in Africa non fa niente, purché sia stata una vera, una buona religiosa, purché abbia osservato bene i voti. Ecco il principale per voi. Dopo viene la salute degli infedeli, perché voi siete prima religiose e poi missionarie»31.
2. SANTITÀ PROPRIA DEI MISSIONARI/E DELLA CONSOLATA
Il Fondatore ha avuto la coscienza di dover proporre una via di santità missionaria per i suoi figli/e. Pur non potendosi definire iniziatore di una scuola di spiritualità, nel senso classico del termine, di sicuro egli è stato un “maestro di spirito” importante nella Chiesa e, per noi che viviamo lo stesso carisma, “il maestro di spirito”. Ecco una sua espressione molto significativa al riguardo:«Io faccio mie e dei superiori queste parole di S. Paolo (si riferisce a 1Ts 4,1ss, anche se nella conferenza cita la lettera ai Filippesi): non credo di fargli ingiuria, ché egli le intendeva non solo di sé, ma anche di tutti quelli che l’avrebbero seguito nel ministero di santificare le anime; ed io ho il ministero di santificare le vostre anime»[31]. Questa è la vocazione del Fondatore alla quale è stato fedele in modo superlativo. Per noi essa comporta un impegno.
Come esprimeva la sua pedagogia: sappiamo che l’Allamano non ci propone l’ideale di santità in modo astratto o generico. La sua è stata una pedagogia “concreta” e “mirata”. Cioè ha indicato le vie ed i mezzi per raggiungere l’obiettivo di essere “santi missionari della Consolata”. Era convinto di avere uno spirito e un metodo e cercava di comunicarli. Il criterio generale lo aveva ereditato dal modello per eccellenza di ogni santità, che è lo stesso Gesù («Ha fatto bene ogni cosa»: Mc 7,37), assieme a Maria, specialmente nel mistero della Visitazione. I modelli umani erano specialmente S. Francesco di Sales e il Cafasso. L’indirizzo pedagogico era sostanzialmente questo: «Il bene fatto bene, nelle piccole cose, con costanza». Sentiamo l’Allamano stesso in due testi, che ritengo i più illuminanti.
«Lo scopo di S. Francesco di Sales era che [le suore] conducessero una vita ordinaria, non aspre penitenze, non digiuni…[…]. Voi dovete condurre una vita ordinaria come la Madonna; sarà stato quello di assistere S. Elisabetta, quando era ammalata, accompagnare S. Giuseppe, quando tornava guardare il bambino, quelle cose lì…in quei tre mesi, la Madonna ha fatto la vita ordinaria. Ha fatto tutto lo straordinario nell’ordinario. Come il nostro Venerabile si diceva che vivendo ordinariamente faceva le cose in modo straordinario. Così la Madonna, faceva come le nostre buone donne, che vanno ad aiutare le vicine, comperare, faceva quello che deve fare una buona donna in casa, come una buona serva. Perciò non faceva cose straordinarie, e S. Francesco non voleva che le sue suore facessero miracoli, ma solo bene le cose ordinarie»[32].
«Il Card. Bisleti era entusiasta del nostro Venerabile e diceva: “Io non ho mai visto un santo così”. Da ragazzo il Venerabile diceva: “Io non voglio farmi un santo da Messa, un santo da Breviario, ma un gran santo”. Ed infatti è stato costante in questo volere per tutta la vita. L’eroismo della sua virtù consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nel farsi violenza, nello star sempre lì fermo nel buon volere, nel non perder tempo: questo è roba nostra. Io ammiro ogni giorno più la vita di quest’uomo, perché non è andato a salti, no, è sempre andato diritto; la sua strada era quella e…avanti; e questo l’ha fatto per tutta la vita. Sempre la stessa fede, lo stesso amor di Dio e del prossimo; sempre prudente, sempre giusto, sempre temperante…non gli manca niente […], lui andava sempre avanti; faceva sempre tutto bene»[33].
La “novità” della ripresa: riguardo al fervore apostolico, l’Allamano è certamente una persona dotata di uno spirito di novità. Ma in che cosa consiste la sua “novità”? Di certo non in una continua ricerca di metodi o forme diverse, di un continuo cambiamento. L’Allamano è stato perseverante ed ha insegnato ad essere costanti e continui nel buon volere, nel progredire, senza fermarsi mai. La sua “novità” consiste nel sapersi riprendere sempre, senza lasciarsi perdere di coraggio. Nuovi in quanto capaci di andare avanti. Nuovi in quanto capaci di vedere la “novità” dell’amore di Cristo, che non abbandona mai ed è sempre attuale alle nostre situazioni che mutano. Tutto ciò è anche profonda fede e grande coraggio!
Circa questo aspetto vorrei sottolineare quanto il Fondatore abbia valorizzato il salmo 76,11: “Nunc coepi”, che letteralmente traduceva: «Adesso incomincio»[34]. È un criterio educativo desunto dalla spiritualità carmelitana. Alle suore diceva: «Mai scoraggiarvi, nunc coepi [ora incomincio]; direi che è lo stemma del nostro Istituto: sempre incominciare»[35]. E in altra occasione: «Sei caduta? Rimettiti a posto; S. Teresa diceva il Nunc coepi [adesso incomincio] quaranta o cinquanta volte al giorno; domandava perdono al signore, diceva: Roba del mio giardino, del mio orto; Signore un po’ di pioggia perché venga su roba buona»[36].
Un’illusione da conservare con coraggio: merita riconfermare la nostra adesione al nostro “carisma di santità”. Volutamente ho titolato “un’illusione da conservare con coraggio”: illusione non nel senso di cosa non fattibile, ma di realtà elevata, da sogno, possibile, desiderabile.
Il Fondatore, nonostante conoscesse bene i suoi e non si illudesse circa la loro perfezione[37], non ha mai cessato di proporre la santità missionaria, nel senso più elevato, “di prima qualità”! Questa tenacia gli fa onore e deve essere nostra.
Ecco tre convinzioni da mantenere:
Priorità dei valori: le realizzazioni valide e durature dei missionari non sono tanto le iniziative famose o quelle che suscitano ammirazione, ma l’impegno costante e fedele, nelle cose ordinarie della missione, facendosene carico personale, con serenità.
Cercare di garantire l’entusiasmo dell’inizio, come quando c’era il Fondatore, perché così il fuoco apostolico rimane acceso e brucia, e noi siamo felici.
Reagire contro un possibile pessimismo, perché, conoscendoci bene, dubitiamo di poter realisticamente diventare santi.
Essere convinti che, in definitiva, la santità è “amore” a Dio e al prossimo, senza affettazione, come insegnava il Fondatore: «Lo [Pietro] interrogò tre volte perché amare e farsi santi è la stessa cosa»39.
Come conclusione risentiamo l’interessante spiegazione dell’Allamano circa il rapporto tra
“numero” e “qualità”, con la quale conferma la sua convinzione di fondo, nonostante che lo sviluppo delle opere esiga un aumento di missionari. Parlando alle suore, nella conferenza del 23 dicembre 1921, in risposta agli auguri di Natale, informa su diverse situazioni missionarie, concludendo: «E poi l’Iringa è nostra…Voi dovreste essere 500 almeno. Voi mi avete detto che non guardo il numero ma la santità; ma più grosso è il numero dei santi e meglio è…».[38]
[1] Lett., III, 106.
[2] Ricordiamo come abbia modificato di suo pugno il testo del Direttorio del 1910: «Gli alunni […] abbiano sempre di mira […] di farsi santi e di rendersi idonei a salvare molte anime» in «[…] e così di rendersi idonei», sottolineando il legame tra santità e apostolato.
[3] Lett., IV, 277.
[4] Lett., IV, 473.
[5] Lett., IV, 769.
[6] Lett., V, 100.
[7] Lett., V, 298.
[8] Lett., V, 707.
[9] Lett., VI, 421 – 422.
[10] Lett., VI, 428.
[11] Lett., V, 495.
[12] Lett., VII, 493.
[13] Conf. IMC, I, 619.
[14] Conf. IMC, II, 540.
[15] Conf. IMC. III, 258 (suo manoscritto).
[16] Conf. MC, III, 290; cf. anche 292.
[17] Lett., VIII, 731.
[18] Conf. IMC, I, 27.
[19] Conf. IMC, I, 249 – 250.
[20] Conf. IMC, I, 279.
[21] Conf. IMC, II, 82.
[22] Conf. IMC, II, 127.
[23] Conf. IMC, II, 377; cf. anche 375, dove c’è il testo manoscritto.
[24] Conf. IMC, III, 385.
[25] Conf. IMC, III, 480.
[26] Conf. IMC, III, 659.
[27] Conf. IMC, III, 676. Anche le lettere contengono direttive dello stesso tenore. A P. G. Balbo, il 7 decembre 1907, scrive: «Soprattutto prosegui nel buono spirito, procurando di avanzarti ogni dì più nella perfezione, per mezzo della quale solamente potrai convertire le anime altrui»: Lett., V, 149; ai missionari, nella lettera circolare del 31 maggio 1923:“[…] e infine dal desiderio comune di formarne un corpo morale più perfetto per la santificazione nostra, maggiormente idoneo all’evangelizzazione e più confacente alla vita di missione»: Lett., IX/2, 305 - 306.
[28] A Don Borio che si trova a S. Ignazio, il 18 agosto 1907, il Fondatore scrive: «Tante cose belle a Lei ed ai cari missionarii, dai quali null’altro bramo che santità e scienza»: Lett., IV, 728; a Sr. Margherita Demaria superiora in Kenya, il 13 giugno 1914: «Ripeti a tutte che Dio aiuta chi si fa coraggio: che la poca salute non è causa di mancanza di virtù; che bisogna cercare prima la santità che la sanità»: Lett., VI, 584; alla stessa, il 10 dicembre 1915: «Tu intanto pensa di più alla tua santità»: Lett., VII, 259. Anche le conferenze contengo delle interessanti varianti. Per esempio: «[…] questa istituzione, che è tutta per formare santi e dotti missionari»: Conf. IMC, III, 626 ; «Qual è lo scopo del Missionario? Scopo unico: salvarsi e salvare»: Conf. MC, II, 379; «[…] prima di tutto bisogna essere santi, e poi dopo anche dotti e attivi: ma prima santi. E guai a chi non pensa così…»: Conf. IMC, III, 552.
[29] Conf. IMC, III, 342.
[30] Conf. IMC, III, 436. 31 Conf. MC, III, 98.
[31] Conf. IMC, I, 385.
[32] Conf.IMC, II, 626.
[33] Conf. MC, III, 216.
[34] L’edizione della Bibbia della CEI traduce: «Questo è il mio tormento: è mutata la destra dell’Altissimo».
[35] Conf. MC, I, 360.
[36] Conf. MC, III, 83. Questo versetto del salmo 76 lo possiamo definire uno dei cavalli di battaglia del Fondatore per incoraggiare. Nel volume a cura di Sr. Rachelia Dreni: La Sacra Scrittura nelle conferenze del Fondatore alle Suore, a p. 21 sono annotate ben 30 citazioni di questo salmo. Non credo che siano di meno nelle nostre conferenze. E poi sono da aggiungere quelle pronunciate o scritte alle singole persone, certamente molto più numerose!
[37] Il Fondatore ha anche detto espressamente che non li credeva tutti santi. Per esempio alle suore il 12 dicembre 1915: «Non voglio mica dire che i nostri siano così [che si attacchino alle piccole comodità], ma può capitare…ed io non vi credo tutte sante (detto con convinzione): Conf. MC, I, 250; «Domani incominceremo gli Esercizi; e poiché credo che nessuna di voi è santa, così ne avrete tutte bisogno»: Conf. MC, I, 352; cf. anche Conf. MC, II, 30; Lett., VI, 496. 39 Conf: MC, II,520; Conf. IMC, III,396.
[38] Conf. MC, III, 349.
