Un santo "oltre". In che senso? Perché? Lo spiega bene padre Ugo Pozzoli, un Missionario della Consolata che firma la presentazione del volume. San Giuseppe Allamano (21 gennaio 1851 - 16 febbraio 1926) va "oltre" una fede concepita come somma di severe norme da rispettare, "oltre" la sua diocesi (è rimasto per tutta la vita prete della Chiesa di Torino che ha servito fedelmente fino al giorno della sua morte),  "oltre" il Santuario della Consolata (polmone mariano del capoluogo piemontese, di cui è stato rettore per 46 anni filati, dal 1880 al 1926), "oltre" le idee ristrette di alcuni che ne ostacolavano i progetti, "oltre" la grave malattia che lo stava conducendo prematuramente alla morte  (gennaio 1900), "oltre" le logiche difficoltà dei momenti iniziali di un istituto che inviava così lontano i missionari da lui formati. Giuseppe Allamano ha saputo superare nella fede le leggi del tempo e dello spazio. La sua fede in ogni caso, ha generato storia. Ha abbracciato il mondo senza uscire mai dall'Italia. Un "glocal" ante litteram perché capace di intrecciare la dimensione locale (il suo Piemonte) con un'attenzione globale nutrita di preghiera, di studio, di carità, di rispetto.

Ha saputo testimoniare Dio in un'epoca tanto interessante quanto increspata, segnata da unità d'Italia, positivismo ateo, questiona operaia, Prima Guerra mondiale, totalitarismi di ogni colore partendo dall'avvento del fascismo. E ha saputo rendere credibile il messaggio di Salvezza in una Chiesa attraversata da speranze e sussulti (Concilio Vaticano I, dottrina sociale, rigore diffuso, ma anche misericordia vissuta a fondo senza se e senza ma). S'è reso volontariamente compagno di strada dei protagonisti dei profondi cambiamenti socio economici dell'epoca, dai tranvieri alle sartine, dagli operai ai giornalisti. Non è tutto. Giuseppe Allamano ha anticipato di decenni quello che il Concilio Vaticano II avrebbe affermato in particolare nel decreto "Ad Gentes" (7 dicembre 1965), in cui ha sancito che la Chiesa è per sua natura missionaria. Non un'attività opzionale, ma l'essenza stessa delle comunità dei credenti, chiamate a saldare Vangelo, vita e culture.

Credo rimanga sempre valida una delle massime di san Giuseppe Allamano: "Prima santi, poi missionari". Non lo si capisce se non si parte dalla penombra del Santuario della Consolata, dal tempo che questo sacerdote trascorreva nel silenzio orante, nella preghiera personale e comunitaria, nel confessionale, impegnato nella direzione spirituale e nell'ascolto delle persone che passavano nel Santuario (nobili, aristocratici, medio-piccoli borghesi, proletari d'ogni genere, poveri ed emarginati).  Oggi come ieri la missione è sterile, anzi, rischia di diventare propaganda o peggio neocolonialismo, se non si nutre di silenzio, di Parola di Dio, di sacramenti. Per la sua ricchezza san Giuseppe Allamano ben figura nel novero dei santi sociali piemontesi della seconda metà dell'Ottocento e dei primi del Novecento. San Giuseppe Cafasso (1811-1860), un grande sacerdote, formatore esperto, attento agli ultimi come ad esempio gli spazzacamini, cappellano delle carceri sempre al fianco dei condannati a morte fino ai piedi della forca, era suo zio materno.

San Giovanni Bosco (1815-1888) nato come lui a Castelnuovo d'Asti, fu il primo che l'accolse nel neonato seminario salesiano (il fondatore dei Missionari e delle missionarie della Consolata terminò poi gli studi nel seminario diocesano). Sì. Giuseppe Allamano (beatificato da san Giovanni Paolo II nel 1990 e canonizzato da papa Francesco nel 2024) è tranquillamente da  annoverare nelle fila dei santi sociali torinesi e piemontesi di quel tempo che comprende anche Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842; malati, disabili abbandonati, emarginati), i marchesi Carlo Tancredi Falletti (1782-1838) e Giulia Colbert di Barolo (1786-1864; detenuti, ragazze madri, bambini in difficoltà, meno abbienti),  don Francesco Faà di Bruno (1825-1888; domestiche, cultura), don Lorenzo Prinotti (1834-1899; sordomuti), don Leonardo Murialdo (1828-1900; operai),  Paolo Pio Perazzo (1846-1911; ferrovieri), don Luigi Orione (1872-1940; orfani, poveri, sfruttati),  don Giacomo Alberione (1884-1971; comunicazione, giornali, radio, cinema, fondò  la Famiglia Paolina, che pubblica tra l'altro Famiglia Cristiana).

La sua eredità? S'intravede in filigrana già quando nasce la sua opera. Il 29 gennaio 1901 l'allora arcivescovo di Torino, il cardinale Agostino Richelmy, firma il decreto che dà vita all'Istituto missioni Consolata. L'8 maggio 1902 Giuseppe Allamano accompagna alla stazione ferroviaria di Porta Nuova i primi quattro missionari destinati all'Africa. Sin da subito, come altri e più di altri, Giuseppe Allamano coltiva gli anticorpi destinati ad arginare lo spirito coloniale dell'epoca capace di inquinare l'ammirevole slancio missionario di tante Chiese. Già la prima spedizione in Kenya è caratterizzata da un metodo missionario originale fondato su quattro pilastri:

1) apprendimento della lingua locale,

2) rispetto della cultura della gente del posto,

3) necessità di creare un ambiente familiare,

4) impegno per lo sviluppo complessivo del Paese. Parliamo degli inizi del Novecento: quello che per noi oggi è scontato, allora non lo era per nulla. Se a ciò aggiungiamo la stretta correlazione tra fede e storia, tra radici personali, tradizione individuale e mondo, ovvero respiro planetario abbiamo confezionato, pronto all'uso, il suo messaggio per le donne e gli uomini di oggi.

Tutto è sintetizzato al meglio da una frase di san Giuseppe Allamano: "fare bene il bene, senza far rumore". Postula un intenso rapporto con Dio, prevede un progetto chiaro, necessita di professionalità ad ogni livello, evoca la necessaria umiltà evangelica che ci fa dire alla fine "siamo servi inutili".