Spesso ci chiediamo che cosa possiamo fare per aiutare la società. In realtà, abbiamo molte possibilità di intervento quando riconosciamo che ci sono persone tristi, sole, scoraggiate, ferite, con profonde sofferenze interiori o coloro che non hanno ancora esperienza dell’amore di Dio nella loro propria vita. Quando gli apostoli di Gesù erano scoraggiati, Giuseppe seppe infondere loro speranza e portare consolazione; per questo gli diedero il soprannome di Barnaba, cioè figlio della consolazione. «Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba (che significa figlio della consolazione), un levita originario di Cipro, proprietario di un campo, lo vendette, portò il ricavato e lo depose ai piedi degli apostoli» (Atti 4,37). Anche le persone grandi nella fede hanno bisogno di consolazione e incoraggiamento. Gli apostoli erano maturi spiritualmente, ma avevano comunque bisogno di essere sostenuti e confortati.
Nella vita cristiana, la Vergine Maria ci indica la strada e ci conduce alla vera consolazione, nostro Signore Gesù Cristo. San Giuseppe Allamano, fondatore dell’Istituto Missioni Consolata, dopo aver ricevuto consolazione e speranza, decise di diventare egli stesso figlio della consolazione, condividendo con gli altri il conforto ricevuto. Da questa esperienza nacque la presenza dei Missionari della Consolata, oggi diffusi in numerosi Paesi del mondo. San Giuseppe Allamano diceva che la missione: o quale vocazione più bella di questa! Guai a noi se non rispondiamo ora, perché «Il Signore mi chiama oggi... non so se mi chiamerà ancora fra due o tre anni». (Così vi voglio, 12)
Questo è un atteggiamento che non porta a pensare solo a sé stessi, ma agli altri, specialmente a coloro che sono lontani, per condividere con loro la consolazione che abbiamo ricevuto come dice San Paolo «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1, 3-4).
Talvolta, però, siamo anche chiamati a credere in noi stessi nello svolgimento dei nostri compiti, a consolarci ed incoraggiarci ogni giorno. Come affermava lo scrittore americano William Allen White, «Non temo il domani, perché ho visto ieri e amo oggi». Correggere una persona è importante, ma incoraggiarla lo è ancora di più. Una parola di incoraggiamento dopo una sconfitta vale più di un elogio dopo un successo. Il nostro fondatore, san Giuseppe Allamano, nelle sue lettere ai missionari non mancava mai di valorizzare i loro successi, incoraggiarli, correggerli e invitarli costantemente a perseverare nello spirito di fraternità.
Nel celebrare il centenario della nascita al cielo del nostro fondatore, imparo che questo è il tempo opportuno per amarci, consolarci, incoraggiarci, correggerci, sostenerci a vicenda e camminare insieme nel promuovere il bene che si realizza nella nostra famiglia religiosa. Viviamo l’amore fraterno come Missionari della Consolata come San Giuseppe Allamano diceva, «Non bisogna avere solo carità spirituale, ma anche materiale, cioè aiutarci a vicenda, dividere le fatiche, prenderci per mano nei lavori. Com’è bella, in una comunità, questa gara di aiutarsi a vicenda! Questa sì che è carità! Non si fa forse così nelle famiglie?» (Così vi voglio, 187).
I membri della famiglia possono consolarsi reciprocamente; gli studenti hanno bisogno di essere incoraggiati per avere successo, perché «nove decimi dell’educazione è incoraggiamento». Anche le persone con disabilità, gli orfani e i malati necessitano di conforto. E sebbene nei luoghi di vita consacrata vi sia gioia, talvolta anche i religiosi, i nostri superiori, la Chiesa e perfino i responsabili delle istituzioni civili hanno bisogno di essere consolati.
Il mio invito per tutti noi è “Siate figli della consolazione”, soprattutto tra di noi come fratelli, affinché ciò diventi una testimonianza viva e un mezzo semplice per consolare anche gli altri specialmente coloro che hanno perso la speranza, nelle nostre comunità e oltre, persino coloro che sono lontani da noi.
Avevo sentito una storia che racconta di un uomo americano chiamato Nathaniel Hawthorne. Un giorno tornò a casa scoraggiato e profondamente triste. La moglie gli chiese: «Che cosa c’è, marito mio?» E lui rispose: «Sono stato licenziato». La moglie allora prese una sedia, lo fece sedere, accese la luce, gli diede una penna e dei fogli e lo incoraggiò dicendo: «Usa questo tempo per scrivere». Quest’uomo, alla fine, riuscì a scrivere un’opera letteraria famosissima e apprezzata in tutto il mondo, intitolata “Scarlet letter”, un libro che ancora oggi è molto rispettato a livello mondiale. Che cosa voglio dire con questo? Voglio dire che, in quella situazione, sua moglie è stata una persona di consolazione.
Allo stesso modo, anche tu puoi essere una persona di consolazione, perché attorno a te ci sono persone scoraggiate che puoi incoraggiare; ci sono persone rifiutate che puoi accogliere; ci sono persone disperate che puoi abbracciare; ci sono persone che non hanno nessuno che le ascolti: parla con loro, ascoltale; sii per loro una spalla su cui appoggiarsi. Ci sono persone che hanno perso la fede: mostra loro il volto misericordioso di Dio. Ricorda che non è necessario essere ricchi o avere un’istruzione elevatissima per donare consolazione. Basta essere una persona semplice, con un cuore pieno di amore, di consolazione e di misericordia.
Ma la domanda è: è sufficiente “essere persone di consolazione”? La risposta, senza dubbio, è no. Abbiamo bisogno anche di imparare come essere persone di consolazione, come incoraggiare nel modo migliore, cioè come far arrivare Gesù, che è la vera consolazione, agli altri, e quando farlo.
«Si aiutano l'un l'altro; uno dice al compagno: “Coraggio!”. Il fabbro incoraggia l’orafo; chi leviga con il martello incoraggia chi batte l'incudine, dicendo della saldatura: “Va bene”, e fissa l'idolo con chiodi perché non si muova» (Isaia 41,6-7)
In questo testo vediamo diversi tipi di artigiani: il falegname, l’orefice, colui che leviga con il martello, e lo specialista nell’assemblaggio. Tutti avevano professioni diverse. La Bibbia dice chiaramente: “Si aiutavano l’un l’altro”. Anche se i loro mestieri erano differenti, riuscivano comunque ad aiutarsi reciprocamente. Questo ci fa capire che le differenze di professione non sono un ostacolo all’aiuto reciproco. Possiamo aiutarci gli uni gli altri.
Il problema oggi non sta nelle differenze, ma proprio nel “non aiutarsi”. Capita di vedere un insegnante che non vuole aiutare un studente, perché pensa che aiutandolo quello possa superarlo. Oppure un falegname che non aiuta un muratore, temendo che il muratore diventi più bravo di lui. Un parroco non aiuta il viceparroco, né il viceparroco collabora con il parroco; il parroco non collabora con il catechista; insegnanti e medici non collaborano; parrocchie o comunità vicine non si aiutano e nemmeno si conoscono. Questa situazione, purtroppo, è visibile anche tra noi religiosi, e persino tra studenti o tra coloro che osservano queste dinamiche.
Eppure la Bibbia ci dice qualcosa di completamente diverso: è possibile aiutarsi anche quando si è diversi per ministero, professione, competenza, condizione economica, salute, ambiente o persino punto di vista. Riflettendo sulla vita di religiosa, mi accorgo che anche lì esiste una grande difficoltà nel vivere ciò che chiamiamo collaborazione e mi chiedo perché esiste questa situazione? Se tra di noi le relazioni non sono buone, come potremo aiutare qualcuno che ha una professione o una religione o congregazione, la tribù diversa dalla nostra? È più facile aiutare chi ha la stessa professione della tua o chi è diverso? Senza dubbio è più facile aiutare chi è simile a te. Eppure, anche questo aiuto spesso manca. È questo il cristianesimo che il Vangelo ci invita a testimoniare? È questo lo spirito della Consolata che san Allamano ci ha esortato a vivere?
San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, dice «Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue» (1 Cor 12,28)
Imparo da questo che in un solo corpo le membra dipendono le une dalle altre, e nessuna può dire di essere capace di fare tutto da sola. Tutti i carismi presenti nell’uomo servono a manifestare il progetto di Dio, affinché la sua gloria sia resa visibile all’umanità. Se una persona ha il carisma della profezia ma non quello del maestro, si avvicini al maestro e collaborino insieme. Se una persona ha il carisma del fare ma non quello del parlare, vada dal maestro e collaborino. Quando invece ciascuno si sente superiore o rifiuta di lasciarsi guidare da chi possiede un dono diverso, questo non è lo stile che la Parola di Dio ci insegna.
Oggi abbiamo reso difficile l’opera di Dio dalla parte nostra perché abbiamo rifiutato di collaborare: ognuno fa ciò che ritiene giusto, senza seguire i criteri del Vangelo e del nostro istituto.
Torno allora a chiedermi: perché la collaborazione tra noi è diventata così difficile? Come potrà la nostra testimonianza di vita aiutare gli altri? Isaia ci mostra un altro elemento fondamentale, “Il fabbro incoraggia l'orafo”. Il lavoro del fabbro è molto diverso da quello dell’orafo, eppure il fabbro lo incoraggia. Questo significa che riconosce e accetta il valore del lavoro dell’altro. Se non posso incoraggiare un’altra persona, significa che non vedo il suo lavoro e non lo accetto oppure non ha valore.
La Bibbia dice ancora: “va bene”. È arrivato il momento di riconoscere e lodare il lavoro degli altri, anche quando è diverso dal nostro, e dire apertamente: “È un buon lavoro”. Quanti oggi sono disposti a farlo? Comincia oggi ad accettare il lavoro del tuo prossimo. Lodalo, anche se ti sembra piccolo, perché anche in ciò che è piccolo Dio opera qualcosa di grande. Se accetterai il lavoro degli altri, anche il tuo sarà più facilmente accettato e benedetto. Incoraggiare e consolare gli altri ha un significato profondo: significa riconoscere il valore della persona e di ciò che fa. Chiediamo a Dio la grazia di testimoniare con le parole e con le opere, cominciando da noi stessi, affinché gli altri possano trovare consolazione, vedere Cristo e riconoscere l’amore di Dio attraverso di noi.
Il tempo di testimoniare l’amore di Dio in un mondo segnato da guerre, ingiustizie, violazioni dei diritti umani, sofferenza, depressione, dipendenze, famiglie spezzate, i migranti, i poveri e discriminazioni religiose ed etniche è adesso. Siamo chiamati ad essere un faro di speranza e di guarigione, trasformando le vite attraverso l’ascolto, la compassione e la restaurazione spirituale, perché «riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre: non c’è nulla da aggiungere e nulla da togliere» (Qoèlet 3,14). Questo ci ricorda che l’opera di Dio è perfetta e che anche il Suo tempo è perfetto.
San Giuseppe Allamano, prega per noi!