Fare memoria non significa semplicemente ricordare il passato, ma riconoscere che un’esperienza originaria continua a generare senso nel presente. In questa prospettiva, ricordare San Giuseppe Allamano non è per me un esercizio di nostalgia né un doveroso omaggio storico, ma un atto profondamente esistenziale: ascoltare una voce che, proprio perché radicata nella santità, attraversa il tempo e interpella la mia vita concreta. Il mio Fondatore è santo e mi parla. La domanda decisiva è allora: che cosa mi dice oggi?

Canonicamente si diventa Missionari della Consolata con la professione dei Consigli evangelici. Tuttavia, questa non è un’azione isolata, ma il frutto di un lungo processo formativo, nel quale il noviziato occupa un posto centrale. San Giuseppe Allamano lo affermava con convinzione: «Il noviziato è veramente il giardino di ogni congregazione religiosa… dal noviziato dipende tutto il vostro avvenire, tutto il bene che farete». In queste parole non c’è esagerazione retorica, ma una visione lucida e realista della vita spirituale: ciò che si semina all’inizio determina la qualità del cammino futuro. È con questa consapevolezza che, dopo aver completato la formazione filosofica in Congo, nel gennaio 2022 sono partito per Nairobi, in Kenya, per l’apprendimento della lingua inglese, e successivamente, nell’agosto dello stesso anno, sono stato destinato a Sagana per l’anno di noviziato. Lì, insieme ai miei compagni, ho studiato e sperimentato concretamente la vita comunitaria, i Consigli evangelici e la spiritualità del Padre Fondatore, secondo le Costituzioni e la tradizione della nostra famiglia religiosa. Non si è trattato solo di acquisire conoscenze, ma di entrare in una forma di vita che coinvolge l’intera persona.

Con l’aiuto dello Spirito Santo, del Maestro dei novizi e dei compagni, ho compreso più profondamente il senso della chiamata a essere Missionario della Consolata. Essa si è progressivamente chiarita attorno a un criterio fondamentale, continuamente richiamato dall’Allamano: «Prima santo, poi missionario». Questa affermazione ha messo in discussione ogni tentazione di ridurre la missione a un’attività, a un progetto personale o a un’efficienza pastorale. La missione, prima di tutto, è una qualità dell’essere; nasce da una vita trasformata e orientata a Dio. L’Allamano definisce la santità in modo tanto semplice quanto esigente: «fare lo straordinario nell’ordinario». La santità non è presentata come un’esperienza insolita riservata a pochi, ma come una responsabilità quotidiana che attraversa l’ordinario della vita. Essa allontana dal male, orienta al bene e dispone al “più perfetto”, non come ricerca ossessiva della perfezione, ma come fedeltà crescente alla chiamata ricevuta. Nel noviziato ho sperimentato questa santità feriale, fatta di preghiera, silenzio, studio, lavoro, relazioni e fatiche vissute con intenzionalità e verità.

Tuttavia, il Padre Fondatore non si accontenta di una santità generica. Egli afferma con chiarezza che la santità del missionario deve essere “maggiore, speciale, anche eroica”. Questa affermazione può sembrare esigente e persino inquietante, ma è proprio qui che l’Allamano mi parla con più forza. Non chiede superiorità morale, ma consapevolezza della vocazione ricevuta. La missione espone, decentra, mette in gioco l’intera persona; per questo richiede una santità capace di sostenere la complessità del reale e di rimanere fedele anche nelle situazioni più impegnative. Eppure, l’Allamano mantiene uno stile sorprendentemente concreto e antiretorico: «Non miracoli ma far tutto bene». In questa affermazione riconosco una delle dimensioni più attuali della sua spiritualità. La santità missionaria non si misura dall’eccezionalità dei gesti, ma dalla qualità con cui si vive l’ordinario. Fare bene le cose, curare i dettagli, vivere con rettitudine e responsabilità: tutto questo diventa luogo teologico e spazio di santificazione. In questo senso, il noviziato è stato davvero, come afferma l’Allamano, “il tempo più felice ed accettevole”, non perché privo di difficoltà, ma perché orientato con chiarezza a ciò che è essenziale.

Dopo il noviziato, sono stato destinato a Roma per lo studio della teologia. Ancora una volta si è presentata una sfida tipicamente missionaria: la lingua. Per questo motivo sono partito per Rivoli. Inizialmente pensavo a Rivoli come a una tappa funzionale all’apprendimento linguistico; tuttavia, ben presto ho compreso che si trattava di molto di più. Avrei potuto studiare la lingua altrove, ma non avrei potuto vivere lo stesso incontro.

Rivoli, la Villa Giuseppe Allamano, è una vera presenza-luogo. È la casa materna dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, il luogo in cui il Fondatore ha maturato l’intuizione missionaria e ha scritto la lettera di fondazione, ma soprattutto lo spazio in cui ha formato personalmente i missionari e le missionarie. Per questo, Rivoli non è solo memoria del passato, ma una presenza invisibile e reale che continua a formare. Essere a Rivoli significa entrare in una continuità spirituale e lasciarsi interrogare da una voce che non ha cessato di parlare. Camminare a Rivoli è, in un certo senso, camminare verso la santità. Non a caso l’Allamano affermava: «Dobbiamo avere buone gambe non solo per non stancarci ad andare a Rivoli, ma per camminare ancora senza fermarci sulle vie della perfezione».

Dopo lo studio della lingua a Rivoli, sono tornato a Roma per proseguire gli studi teologici. Questo ritorno ha assunto per me un significato nuovo e più profondo. La teologia non si è presentata come un sapere astratto o puramente accademico, ma come uno spazio di ascolto e di discernimento, nel quale la parola del Fondatore viene compresa più a fondo e verificata alla luce della fede della Chiesa. Lo studio teologico mi aiuta a riconoscere che l’insistenza dell’Allamano sulla santità non è un’esigenza moralistica, ma una conseguenza intrinseca del mistero di Dio che chiama l’uomo a una risposta totale. Attraverso la teologia comprendo che il “prima santo, poi missionario” non è una priorità cronologica, ma ontologica: è l’essere in Cristo che fonda e orienta ogni invio missionario. In questo dialogo fecondo tra memoria carismatica e riflessione teologica, la voce del Fondatore continua a risuonare con chiarezza, aiutandomi a dare ragione della speranza e della chiamata ricevuta.

Ascoltando l’Allamano, mi accorgo che la sua parola non è neutra. Egli stesso lo riconosce: «Queste mie parole… sconcerteranno alcuni di voi. Bene, dev’essere così». È una parola che inquieta, che provoca, che non lascia indifferenti. Se non produce alcuna reazione, avverte il Fondatore, c’è il rischio della presunzione o dell’indifferenza. Posso dire che l’Allamano mi parla proprio perché non mi lascia tranquillo. La sua santità non mi schiaccia, ma mi responsabilizza; non mi allontana, ma mi chiama a una verifica continua della mia vita. Alla luce di questo cammino, riconosco che la mia vita personale è profondamente connessa all’esperienza di San Giuseppe Allamano non per una semplice appartenenza istituzionale, ma per una comune direzione. La sua parola continua a orientare le mie scelte, a purificare le mie intenzioni, a ricordarmi che la missione senza santità perde il suo fondamento e che la santità, se non si incarna nella missione, rischia di diventare astratta.

Il mio Fondatore è santo e mi parla. Mi dice di non accontentarmi, di non separare mai l’essere dal fare, di vivere la missione come cammino di santità concreta e quotidiana. Mi dice che la memoria autentica non è ripetizione del passato, ma fedeltà creativa. E mi affida una responsabilità: lasciare che la sua voce continui a farsi carne nella mia vita, oggi.