Ritiro spirituale per Laici Missionari
Siamo nell’Anno dell’Eucaristia. Consacriamo un po’ di tempo a riflettere sullo “spirito eucaristico” dell’Allamano, seguendo il suo pensiero e le sue proposte di vita. Iniziamo dalla fede della Chiesa, basandoci sulla Parola di Dio e valorizzando il Supremo
Magistero, soprattutto i due recenti documenti dell’indimenticabile Sommo Pontefice Giovanni Paolo II: la Lettera Enciclica “Ecclesia de Eucaristia” (17 aprile, giovedì santo, 2004) e la Lettera Apostolica “Mane nobiscum Domine” (7 ottobre, memoria della Beata Vergine del Rosaro, 2004).
Per introdurci ad accogliere lo spirito dell’Allamano, ascoltiamo alcune testimonianze sulla sua pietà eucaristica, che ci fanno capire quale ricca testimonianza ha saputo dare a quanto hanno avuto la fortuna di avvicinarlo.
Dal processo di beatificazione emergono affermazioni come queste:
«Dimostrava il suo fervore verso la SS. Eucarestia col modo con cui celebrava la santa Messa. Aveva un modo di celebrare pacato, tranquillo, senza movenze appariscenti; portava un’esattezza impeccabile nel compimento delle cerimonie, e dimostrava nello stesso tempo un garbo da vero santo» (Mons. E. Bosia);
«Il Servo di Dio dimostrava la sua vivissima devozione al SS. Sacramento anche solo col modo con cui faceva la sua genuflessione dinnanzi al SS. Sacramento. Il contegno che teneva in chiesa, quanto nella celebrazione della santa Messa dimostrano quanto viva fosse la sua fede nella presenza reale» (Can. E. Bertolo);
«Ho notato che nella celebrazione della Messa sembrava un angelo; era edificante il suo contegno in ogni cerimonia e nell’attendere alla santa orazione» (Mons. E. Vacha);
«Il Servo di Dio ebbe un’anima fervorosamente eucaristica.[…] Verso la fine [della vita], fu lui a chiedere con sollecitudine il Santo Viatico, che ricevette con grande fervore ed edificazione. Ricordo che prima di ricevere il Santo Viatico, volle domandare perdono a tutti; poi si raccolse in completa intimità, e dopo la comunione volle rimanere solo, per sfogare gli ardori del suo animo, e testimoniare la sua riconoscenza al Signore» (Can. G. Cappella);
«Sentii sempre dire che il Servo di Dio era un’anima profondamente eucaristica, ed io ebbi occasione di constatarlo personalmente durante la lunga convivenza che ebbi con lui. Posso accertare che la S. Messa era il centro della sua giornata sacerdotale. […] Il suo fervore eucaristico poi lo dimostrava nelle raccomandazioni che faceva a noi, per la devota celebrazione della S. Messa, in modo che fosse di edificazione ai fedeli, e di esempio ai convittori. […] Fu un vero apostolo della Comunione quotidiana […], prevenendo le disposizioni che furono poi emanate più tardi, da S. Santità Pio X di s.m. Questa sua pietà eucaristica cercava di trasfonderla nei Convittori, onde a loro volta se ne facessero apostoli in mezzo alle popolazioni alle quali sarebbero stati destinati ad esercitare il loro ministero sacerdotale» (Mons. N. Baravalle);
«Ritengo che il Servo di Dio si possa legittimamente chiamare una perfetta anima eucaristica; cercava pure di rendere tali tutti gli allievi affidati alle sue cure. […] Quando noi dell’Istituto s’andava alla Consolata – e ciò accadeva assai frequentemente – lo trovavamo sovente nei coretti del Santuario, raccolto in preghiera per la visita al SS. Sacramento. […] Sua preoccupazione continua era che i Missionari potessero celebrare quotidianamente la Santa Messa. Allo scopo studiò a lungo un sistema di altare portatile resistente alle intemperie, fornito di tutto il necessario perché i Padri potessero, pure in carovana, celebrare la S. Messa» (P. T. Gays).
Sentiamo anche alcune belle espressioni del Fondatore stesso, che ci aiutano a comprendere il livello del suo fervore riguardo l’Eucaristia: «La S. Messa, la Comunione e la visita, […] queste tre cose devono essere i nostri tre amori»[1]; «Il nostro cuore deve essere eucaristico. Dovremmo essere sacramentine, almeno col cuore»[2]. «È tale la nostra fede in Gesù Sacramentato? Così intima, viva e continua. Eppure Gesù è veramente con noi là nel S. Tabernacolo; e vi sta giorno e notte, e vi dimora solo per noi, come padre, padrone, amico... Pensa continuamente a noi per aiutarci... Lo crediamo? […]. Gesù vi è come vittima, cibo ed amico; vittima nella S. Messa, Cibo nella S. Comunione, ed amico nelle Visite al SS.»[3].
Dividiamo le riflessioni sull’Eucaristia nei tre momenti che esprimono i contenuti di questo grande mistero: l’Eucaristia come: 1. Sacrificio nella celebrazione della S. Messa; 2. Pane di vita nella comunione; 3. Presenza reale nel tabernacolo.
MESSA: MISTERO DI MORTE E RISURREZIONE
«Questo è il mio corpo, che è dato per voi […]. Questo calice è la nuova alleanza, nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,19 - 20). Gesù afferma che il suo corpo è “dato” e il suo sangue è “versato” per voi, cioè per “tutti”. Nell’Eucaristia è contenuta la dimensione propria del sacrificio: passione, morte e risurrezione.
A questa verità è collegato il senso sacrificale della S. Messa: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1Cor, 11, 26). Il Magistero Pontificio è illuminante su questo punto: «La Chiesa vive continuamente del sacrificio redentore, e ad esso accede non soltanto per mezzo di un ricordo pieno di fede, ma anche in un contatto attuale, poiché questo sacrificio ritorna presente, in ogni comunità che lo offre per mano del ministro consacrato»[4].Riportando il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Giovanni Paolo II ricorda che «Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio»[5]. Riguardo l’attualità di questo sacrificio lungo i secoli, il Sommo Pontefice ribadisce che la S. Messa è il «Sacrificio della croce che si perpetua nei secoli»[6] e che «Per mezzo di essa, Cristo rende presente, nello scorrere del tempo, il suo mistero di morte e risurrezione»[7].
a. L’Allamano e il “Sacrificio” della S. Messa. È certo che l’Allamano, seguendo la teologia del suo tempo, che è poi quella classica della Chiesa anche oggi, ha evidenziato il significato sacrificale della S. Messa. Sentiamo le sue parole: «Io vorrei che faceste grande stima della S. Messa…È certo che nella celebrazione della Messa si ricorda la Passione di Nostro Signore. S. Tommaso lo chiama un memoriale della morte del Signore. E nostro Signore stesso l’ha detto hoc facite in meam commemorationem, prima di andare a patire […]. Anche S. Paolo lo dice, mortem Domini annuntiabitis donec veniat, dunque è sempre il pensiero della Passione, ed è perché bisogna ricordarla spesso la Passione del Signore. […] È proprio il Calvario»[8].
La dottrina del Fondatore valorizza il principio che l’Eucaristia è il centro del culto della Chiesa, specificandolo maggiormente e affermando che è proprio la S. Messa la fonte di tutto il mistero eucaristico: «Certamente la prima, la più eccellente e potente orazione è la S. Messa. In essa parliamo all’Eterno Padre con Gesù; è Gesù che si offre e prega per noi; e soddisfa ai nostri debiti. Guai al mondo se non vi fosse la S. Messa. Al Sacrificio della Messa tendono come a centro tutte le altre orazioni dei sacerdoti»[9].
Nella pedagogia dell’Allamano assume un valore speciale la comprensione dei quattro fini connessi con la celebrazione della S. Messa: «Ravviviamo bene la nostra fede. Se non fosse della Messa che si celebra continuamente, il mondo dopo tanti peccati non potrebbe più sussistere. Ora la Messa si celebra sapete per quattro fini specialmente. 1) l'onore che si deve a Dio dalle creature, e noi non saremmo capaci, ci vorrebbe un altro Dio, ebbene N. Signore lo rende lui stesso, e perciò l'eterno Padre riceve un onore Divino. Assistendo alla S. Messa voi potete dire: “O mio Dio, io vi rendo quell'onore che voi meritate”. 2) Dobbiamo ancora domandare perdono delle offese che gli abbiamo fatte; ma il nostro è debole, per quanta volontà abbiamo di non più offenderlo, è poco per placare una maestà infinita. Ebbene nella S. Messa Lui, N. Signore domanda perdono per noi, e l'Eterno Padre lo accetta per condonarci le offese. 3) Il terzo scopo della Messa è di impetrare grazia. Quando domandiamo noi non abbiamo nessun merito per essere esauditi, nella S. Messa N. Signore intercede per noi, ed è impossibile che non venga esaudito. Vedete l'importanza di ascoltarla bene per ottenere il perdono e le grazie di cui abbiamo bisogno. Questo è il terzo. 4) Ve n'è ancora un altro: il 4°. […] dobbiamo ringraziare Dio di tutti i benefizi che ci ha fatti. Quanti nella vita! Ricordatevi di questi quattro fini: l'importanza del S. Sacrificio, come dobbiamo essere desiderosi di ascoltare tante Messe quante più possiamo»[10].
b. Offrirsi con la Vittima Divina al Padre. Nella teologia eucaristica ha un valore essenziale l’aspetto dell’offerta, del dono. Nell’enciclica “Ecclesia de Eucharistia”, Giovanni Paolo II svolge diffusamente questo aspetto: «Il dono infatti del suo amore e della sua obbedienza fino all’estremo della vita (cf. Gv 10, 17-18) è in primo luogo un dono al Padre suo. Certamente, è dono in favore nostro, anzi di tutta l’umanità (cf. Mt 26,28; Mc 14,24; Lc 22,20; Gv 10,15), ma un dono anzitutto al Padre: sacrificio che il Padre accettò, ricambiando questa totale donazione di suo Figlio, che si fece “obbediente fino alla morte” (Fil 2,8), con la sua paterna donazione, cioè col dono della nuova vita immortale nella risurrezione»[11].
Ora, il dono di se stesso che Gesù offre al Padre per noi ed anche a noi, come cibo, richiede che anche la Chiesa si offra assieme a Gesù. Anche questo aspetto è svolto compiutamente dall’enciclica: «Nel donare alla Chiesa il suo sacrificio, Cristo ha voluto altresì fare suo il sacrificio spirituale della Chiesa, chiamata ad offrire, col sacrificio di Cristo, anche se stessa. Ce lo insegna, per quanto riguarda tutti i fedeli, il Concilio Vaticano II: “Partecipando al Sacrificio eucaristico, fonte ed apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la Vittima e se stessi con essa” (LG,11)»[12].
Lo svolgimento liturgico della S. Messa prevede il momento dell’offerta di tutta la Chiesa nella prima preghiera dopo la consacrazione. La recita il sacerdote, ma al plurale: “ti offriamo”, a nome della Chiesa, con particolare attenzione ai presenti, i quali sono invitati ad unirsi spiritualmente, offrendo se stessi, assieme a Gesù.
L’Allamano ha percepito bene questo significato dell’offerta sacrificale, vivendolo personalmente ed insegnandolo anche a noi. Spiegando i quattro fini della S. Messa alle suore, il Fondatore così ha iniziato: «1° - È sacrificio lautreutico (olocausto); rappresenta l’olocausto dell’Antico Testamento nel quale si bruciava tutta la vittima. Tante volte vi dico di essere olocausti perché vi diate tutte al Signore…Siate olocausti! (con forza)»[13]. Ed agli allievi il 14 novembre 1915: «Soprattutto ricordate quello che dice l’Imitazione: Beatus qui se ipsum in olocaustum…Beato chi si dà tutto in olocausto al Signore mentre assiste alla S. Messa»[14].
«Nella Messa si ripete sempre il sacrificio della Croce tale e quale; se N. Signore non fosse morto sulla Croce, morirebbe ogni giorno sull'altare. E’ un sacrificio incruento quello della S. Messa, senza spargimento di sangue, ma si sacrifica ugualmente; e questo è rappresentato dal Sangue diviso dal Corpo. Vedete, si rappresenta proprio la morte di N. Signore ogni volta che si celebra la Messa. Il Signore si sacrifica all'Eterno Padre per i nostri peccati, per ottenere le grazie di cui abbiamo bisogno; si offre al Padre ed è sempre una vittima, un olocausto. Si sacrifica tutto intiero e questo deve ricordarci la poca generosità che abbiamo noi a fare i sacrifici. Certi momenti saremmo disposti a lasciarci tagliare la testa, e poi... lungo la giornata, per una piccola cosetta... per un po' di ripugnanza... non sacrifichiamo quella parola... non vinciamo noi stessi... Ah! questa poca generosità!»[15].
Siamo quindi autorizzati ad interpretare in senso eucaristico, in collegamento con il primo fine della S. Messa, i testi in cui il Fondatore invita ad essere “olocausti”[16]. Come esempio porto una frase detta agli allievi il 21 febbraio 1915, parlando delle famose tre classi: «La terza classe è quella dei generosi che non escludono niente. Così dobbiamo essere noi, dobbiamo dire al Signore: io non voglio fare nessuna detrazione, sono un olocausto»[17].
c. Sul Calvario con Maria. C’è da aggiungere un aspetto interessante: vivere la Messa, proprio come se si fosse sul Calvario con Maria! Emerge il senso mariano dell’Eucaristia. Non si dimentichi che al vertice dei misteri della luce del S. Rosario c’è proprio l’istituzione dell’Eucaristia. Non per nulla la Chiesa canta: «Ave verum corpus natum del Maria Virgine»[18].
Su questo punto il Fondatore è stato molto ricco. La sua pietà mariana lo ha portato a comprendere la compartecipazione di Maria alla Redenzione e, quindi, il suo speciale coinvolgimento nel mistero eucaristico. E ciò non solo perché è stata lei a formare il corpo di Gesù offerto sulla croce, ma anche perché ha partecipato, fisicamente e spiritualmente, allo strazio del calvario.
Ecco alcune interessanti espressioni del Fondatore. Iniziamo dal suo proposito da seminarista: «Voglio assistere alla Messa in compagnia di Maria SS. sul Calvario, ed accostarmi alla Comunione con gli stessi sentimenti di Maria SS. al Verbum caro factum est»[19].
Con le suore ha insistito. Già nell’omelia tenuta il 6 dicembre 1914 per l’inaugurazione della cappella delle suore, dice: «Figuratevi in ogni Messa, come è vero, di assistere alla scena del Calvario, con Maria desolata, e pregare Gesù a versarvi sull’anima il suo preziosissimo Sangue. Durante la Messa si ottengono tutte le grazie»[20].
Nella famosa conferenza del 7 novembre 1915 su “Il Santo Sacrificio della Messa”: «La S. Messa è certo la più gran cosa e per essere degna bisognerebbe che Dio stesso la celebrasse. È lo stesso sacrificio della Croce; il sacerdote è solo ministro secondario; Gesù è la vittima e il primo ministro: è Lui che si offre, che domanda perdono, che ringrazia, che impetra grazie! Dobbiamo figurarci di assistere al Calvario con la Madonna e S. Giovanni»[21]. E nella conferenza seguente del 14 novembre, dal tutolo “Come assistere alla S. Messa”, ritorna sul concetto del calvario: «Bisogna avere fede viva, carità ardente, proprio come se si fosse là sul Calvario»[22].
Conclusione. Siamo interpellati su come viviamo la celebrazione e partecipazione alla Messa: quale comprensione del mistero, del sacrificio? Come percepisco il significato dell’offerta di Cristo al Padre e mia con quella del Signore? Quale ispirazione da Maria “donna eucaristica”[23]?
COMUNIONE: PANE SPEZZATO
Per riflettere sull’Eucaristia come “Banchetto” e “Comunione” la fonte da cui iniziare è il discorso-promessa di Gesù in Gv 6, 22-71. Ad un certo punto Gesù si auto-definisce: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6,35); «Io sono il pane vivo» (Gv 6,51). In questa auto-definizione sono comprese altre parole, quali: cibo e bevanda.
Nel proseguo del discorso questo “pane vivo” diventa la “carne per la vita”: « e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 51). Il che significa che l’Eucaristia è la stessa persona di Gesù sacrificata per la salvezza universale.
Nella promessa dell’Eucarestia, Gesù spiega ciò che realizzerà nell’ultima cena: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…» (Mt 26,26.27). C’è il senso del convito, del mangiare e del bere per vivere.
Nella Lettera Apostolica “Mane nobiscum Domine”, Giovanni Paolo II evidenzia tutte le dimensioni dell’Eucaristia. Circa la Comunione afferma: «Non c’è dubbio che la dimensione più evidente dell’eucaristia sia quella del convito. L’eucaristia è nata, la sera del giovedì santo, nel contesto della cena pasquale. Essa pertanto porta iscritto nella sua struttura il senso della convivialità […]. Questo aspetto ben esprime il rapporto di comunione che Dio vuole stabilire con noi e che noi stessi dobbiamo sviluppare vicendevolmente»[24].
Il significato e l’importanza della Comunione eucaristica, collegata con il Sacrificio, sono ampiamente illustrati nell’enciclica “Ecclesia de Echaristia”: «L’efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza quando ci si comunica ricevendo il corpo e il sangue del signore. Il Sacrificio eucaristico è di per sé orientato all’unione intima di noi fedeli con Cristo attraverso la comunione: riceviamo Lui stesso che si è offerto per noi, il suo corpo che Egli ha consegnato per noi sulla Croce, il suo sangue che ha “versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,28) […] L’Eucaristia è il vero banchetto, in cui Cristo si offre come nutrimento. […] Non si tratta di un alimento metaforico: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6,55)»[25].
«Alla richiesta dei discepoli di Emmaus che Egli rimanesse “con” loro, Gesù rispose con un dono molto più grande: mediante il sacramento dell’Eucaristia trovò il modo di rimanere “in” loro. Ricevere l’Eucaristia è entrare in comunione profonda con Gesù. “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4)»[26].
a. Pane “indispensabile” per vivere. L’Eucaristia è da mangiare. È un pane indispensabile, del quale non si può fare a meno, pena la non-vita: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6, 53). L’Eucaristia non è qualcosa di aggiunto o di soprappiù.
Sull’Eucaristia come cibo, cioè nutrimento e forza per la vita spirituale, come pure sulla sua necessità per la vita, l’Allamano è molto esplicito. Non guarda tanto alla dignità della persona che riceve l’Eucaristia, quanto alla forza che promana dall’Eucaristia in favore della persona. Sentiamo due interventi del Fondatore, già ricordati, in occasione dell’inaugurazione di due cappelle delle suore. Il primo è del 6 dicembre 1912, inaugurando la cappella alla Consolatina: « Ma Gesù si pose stamane in questo S. Ciborio anche per farsi cibo delle anime vostre; anzi questo è il fine principale della sua dimora. Da quest'altare Egli vi ripete: venite comedite panem meum: venite e mangiate il mio pane, che è pane di vita; ego sum panís vitae»[27]
Il secondo intervento è del 18 settembre 1921, in occasione dell’inaugurazione della nuova cappella in Via Coazze: «La S. Comunione è cibo […]. Il Signore stesso ha detto: Ego sum panis vitae, io vi do la vita. Ricevendo la Comunione le piccole miseriucce si cancellano. Il Signore è un buon medico e desidera sempre di farci del bene. Mai lasciare la S. Comunione; anche se si abbia un po’ di mal di capo, si faccia lo stesso; se non posso concentrarmi non farà niente, farò quel che posso»[28].
b. Pane da desiderare ardentemente. «Se ci svegliamo di notte, ed al mattino appena alzati, immaginarci che il Signore ci dica, come a Zaccheo: Festinans discende, quia hodie in domo tua oportet me manere [presto discendi, perché oggi devo rimanere in casa tua]; e discesi in Cappella, al più presto possibile, dire al Signore: Mane, astabo et videbo – stamane starò e ti vedrò, ti conoscerò, o Signore. Queste sembrano piccolezze, ma servono molto; siamo tanto materiali che abbiamo bisogno di queste cose»[29].
«Questi tre atti servono ad eccitarci […]. L'atto di fede: pensare che proprio là c'è Gesù. Proprio Gesù in corpo, sangue, anima e divinità, proprio vivo com'è in cielo. Avere questo pensiero di fede. Poi umiltà: Domine non sum dignus [Signore, non sono degno], le parole del centurione, esamino le mie miserie; grazie a Dio peccati... sono tranquillo, ma ho delle miseriette. Sono maligno, sono disubbidiente, sono negligente... umiliarci insomma. E poi desiderio, amore, Veni, Domine, et noli tardare [vieni Signore, non tardare], desiderarlo di cuore, il Signore vuole amore. Questi tre atti si potrebbero cominciare dalla sera, facendo la preparazione remota alla Comunione. Le parole di Ester: Cras cum rege pransurus sum! [domani pranzerò con il re]. Quel ministro era felice di pranzare col re, ed anch'io, il Signore ci fa realmente partecipi di se stesso, lui sarà nostro cibo, bello questo pensiero! E noi serviamocene: Cras cum rege pransurus sum. Fin dalla sera pensare ai sospiri dei Patriarchi: Utinam dirumperes coelos et descenderes! [Se i cieli si aprissero e il signore discendesse]. Veni, Domine, et noli tardare! [vieni Signore, non tardare]. Tutte queste espressioni servono, tutte per desiderare nostro Signore...-sentire nostro Signore nel Tabernacolo. N. Signore è discreto, ci lascia dormire, ma almeno appena svegliati pensare a lui, Festinans descende, ci dice. Coraggio! fa presto, festina! Su, su! discendi presto! discendi subito! oportet, conviene, voglio andare nella tua casa. N. Signore si fa sentire: Festinans descende. Su! Ecco, perché oportet! Oportet che stiamo a lui uniti: ecco il desiderio che ha N. Signore, ma noi dobbiamo sospirarlo, desiderarlo. Facendo questi tre atti, è più facile essere raccolti, così questi tre atti ci aiutano a fare la comunione con più devozione»[30].
«Perché il frutto della S. Comunione perseveri nell’anima nostra, bisogna unire una Comunione all’altra, in modo che il tempo frammezzo s’impegni parte in ringraziamento della Comunione precedente, parte in preparazione alla seguente»[31].
c. Pane da mangiare ogni giorno. La S. Comunione è parte della celebrazione eucaristica. Di per sé, la logica è che si faccia la Comunione durante la S. Messa, pur rimanendo la libertà di riceverla anche al di fuori della S. Messa.
Questa era anche la convinzione del Fondatore, come risulta da queste parole pronunciate nella conferenza del 21 settembre 1919: «La S. Messa è ordinata alla S. Comunione. Il celebrante si comunica sempre nella S. Messa; senza questa Comunione il Sacrificio non sarebbe completo. E voi che vi comunicate infra Missam [durante la Messa] ringraziate il Signore, perché prendete più parte al Sacrificio. Non è necessario questo, ma uno si unisce di più»[32].
Ciò che vorrei sottolineare è che il Fondatore era fautore della Comunione frequente, cioè giornaliera, pur lasciando liberi e volendo che ci fosse “disordine”[33] nell’accostarsi all’altare. Nella conferenza alle suore del 14 novembre 1915 su “Come assistere alla S. Messa”, c’è un testo mirabile al riguardo, che esprime molto bene il suo pensiero: «Giunti alla Comunione si fa o reale o spirituale. Messe se ne possono sentir tante, ma Comunioni sacramentali se ne può fare una sola! Eppure non mangiate mica una volta sola! Ma pazienza! Le facciamo spirituali…»[34].
Un pensiero simile ripete ai missionari il 22 giugno 1916, festa del Corpus Domini: «Certi santi, come S. Luigi, andavano [alla Comunione] una volta alla settimana, e ne impiegavano mezza per la preparazione e mezza per il ringraziamento: non so se poi la facesse di più, ma da principio la faceva una volta alla settimana. Per me vorrei che la faceste anche di più: se il Papa mi manda una facoltà speciale, di lasciarvi fare la Comunione due volte al giorno!»[35].
d. Pane che produce unità. Anche questo aspetto dell’Eucaristia è presente nella percezione delle prime comunità ecclesiali e della Chiesa in tutti i secoli. Lo esprime bene Giovanni Paolo II nella lettera “Mane nobiscum Domine”: «Ma questa speciale intimità [con Gesù] che si realizza nella “comunione” eucaristica non può essere adeguatamente compresa né pienamente vissuta al di fuori della comunione ecclesiale. […] In effetti, è proprio l’unico pane eucaristico che ci rende un corpo solo. Lo afferma l’apostolo Paolo: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17). Nel mistero eucaristico Gesù edifica la Chiesa come comunione, secondo il supremo modello evocato nella preghiera sacerdotale: “Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Se l’eucaristia è sorgente dell’unità ecclesiale, essa ne è anche la massima manifestazione. L’eucaristia è epifania di comunione»[36].
All’interno dell’Istituto, il Fondatore immagina l’Eucaristia come centro di unità, specialmente in due modi. L’Eucaristia (tabernacolo) è centro della casa, a cui tutto tende. Ovviamente per casa intende non i muri, ma la comunità. Circa questo aspetto, mediteremo un’altra volta, parlando della “presenza reale”.
Inoltre, l’Eucaristia crea e garantisce l’unità perché è Gesù che dal tabernacolo forma i missionari: Nella lettera del 28 luglio 1901 ai primi membri dell’Istituto, il Fondatore si compiace della loro pietà eucaristica ed assicura: «Egli stesso, Gesù nostro padrone, si formerà i suoi missionari»[37]. E nella conferenza del 21 dicembre 1919, afferma: «Quindi mettiamoci d’impegno. Non dovete accontentarvi di divenire religiosi, sacerdoti, missionari solo per metà; ci vuole proprio il superlativo. E per questo dobbiamo pregare molto Gesù nel tabernacolo; è Lui che deve formarci. I superiori sono solo delle paline che indicano il viaggio per andare a Lui; è Gesù che deve poi fare. […] Egli poi ci formerà»[38].
e. Comunioni spirituali. C’è un ultimo aspetto, di carattere piuttosto devozionale, molto presente nella pedagogia del Fondatore: prolungare l’effetto della Comunione sacramentale attraverso le comunioni spirituali. Ecco alcune sue parole: «Il frutto sensibile o fervore della S. Comunione sovente non si sente più lungo il giorno, e bisogna supplirvi colle visite e comunioni spirituali»[39].
«Egli è nostro amico, quindi trattiamolo come amico; egli ci vuol bene e anche noi vogliamo bene a lui. Aver fede, pensare che è lì presente. Fare bene le genuflessioni, mandar via tutto quello che può distrarre, non perdere tempo a guardare in aria; poi quando salite le scale o siete in laboratorio o in qualsiasi altro posto, fate tante comunioni spirituali: dovreste farne a centinaia. Quando si fugge una persona non si è amici; tra amici ci vuole unione. Quando andate via di chiesa dite al Signore che venga con voi, e non fate neanche un solo passo che non siate alla sua presenza»[40].
Conclusione. Al termine di queste riflessioni, sono logiche alcune domande: con quale coscienza vivo la “comunione” eucaristica? Il mio rapporto con il Signore, la mia comunione con il prossimo come sono collegate con l’Eucaristia che ricevo? Quale forza interiore ricavo dalla comunione? Riesco fare a meno della comunione eucaristica per lungo tempo?
PANE PRESENTE: TABERNACOLO VIVO
I discepoli di Emmaus, allo spezzare il pane lo riconobbero e lo supplicarono: “resta con noi Signore”. Giovanni Paolo II commenta: «Ed egli accettò. Di lì a poco, il volto di Gesù sarebbe scomparso, ma il Maestro sarebbe “rimasto” sotto i veli del “pane spezzato”, davanti al quale i loro occhi si erano aperti»[41]. Per questo l’Eucaristia è un “Mysterium fidei”!
Gesù ha assicurato: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine» (Mt 28,20). L’Eucaristia è un “pane presente”. Qui emerge il mistero della presenza reale: «Una presenza – come spiegò efficacemente il papa Paolo VI – che è detta “reale” non per esclusione, quasi che le altre forme di presenza non siano reali, ma per antonomasia, perché in forza di essa Cristo tutto intero si fa sostanzialmente presente nella realtà del suo corpo e del suo sangue. […] L’Eucaristia è mistero di presenza, per mezzo del quale si realizza in modo sommo la promessa di Gesù di restare con noi fino alla fine del mondo»[42]. «La presenza di Gesù nel tabernacolo costituisce come un polo di attrazione»[43].
a. Il tabernacolo centro della casa. Questo è lo spirito del Fondatore. Sentiamolo nella sua prima lettera al piccolo gruppo di allievi alla Consolatina, il 28 luglio 1901:«N. S. Gesù Sacramentato deve essere contento della corte che Gli fate e delle frequenti visite reali e spirituali. Il S. Tabernacolo è il centro della casa, ed ogni punto deve tendere come raggio colà. Quante grazie deriveranno su di voi e sui venturi missionari!»[44].
Nel suo manoscritto della conferenza sull’Eucaristia del 13 giugno 1915, leggiamo: «La nostra dovrebbe essere una vita Eucaristica; la nostra mente ed il nostro cuore dovrebbero essere continuamente occupati del SS. Sacramento, non solo prima e dopo la Comunione, e nelle visite al SS., ma anche lungo il giorno durante lo studio, il lavoro... E non è il SS. il centro verso cui come raggi noi tendiamo? E Gesù dal tabernacolo che regge questa Casa, come tutte le Stazioni delle nostre Missioni»[45].
Il fatto che l’Allamano abbia subito impostato la sua pedagogia a partire dall’Eucaristia, e poi continuata quasi con un crescendo, significa che questa convinzione faceva parte della sua identità, che lui era un vero “sacerdote eucaristico”. Fin da chierico questo era stato il suo proposito: «Mi unirò il più possibile a Gesù con la Comunione, la vera fonte di santità»[46].
b. Davanti al tabernacolo: Mi piace notare che il Fondatore, proprio su questo aspetto della presenza reale nel tabernacolo, ha espressioni veramente toccanti, che risentono della sua esperienza personale. Ascoltiamone alcune di seguito, per gustare anche noi la ricchezza spirituale del Fondatore e anche il calore del suo cuore: «Entrando, uno sguardo al tabernacolo, fare bene la genuflessione con una giaculatoria, coll’occhio verso il tabernacolo…Vi dico quello che sento… Vedete: a me piaceva tanto quando non c’era la tendina davanti al tabernacolo: pareva di essere più vicino al SS.»[47].
«Voi poi fortunati che dormite sopra il Signore... se potessi dormire qui vorrei pormi proprio sopra il Tabernacolo... Anche gli altri non ne sono molto lontani... e poi il Signore ha una vista tanto acuta che trapassa anche le muraglie»[48].
«Quando ricevete nostro Signore nella S. Comunione, tenetelo nel vostro cuore, non lasciatelo più andar via. Il Signore è in Cielo e anche nel tabernacolo; e dal tabernacolo dirige tutta la casa. E’ lui il direttore; voi l'avete solo per voi. Il Signore nel SS. Sacramento è cibo, amico vittima. Egli è nostro amico, quindi trattiamolo come amico; egli ci vuol bene e anche noi vogliamo bene a lui. Aver fede, pensare che è lì presente. Fare bene le genuflessioni, mandar via tutto quello che può distrarre. […] Quando si fugge una persona non si è amici; tra amici ci vuole unione. Quando andate via di chiesa dite al Signore che venga con voi, e non fate neanche un solo passo che non siate alla sua presenza»[49].
«Vorrei farvi tutti devotissimi di N.S. Sacramentato. Vorrei che i vostri occhi fossero così fissi, cosi penetranti, che vedessero Gesù là entro... non è mica impossibile... ci vuol fede! - Quando si entra in Chiesa, subito lo sguardo al Tabernacolo - Lasciar parlare N.S. […]. Certuni vogliono sempre pregar loro, non lasciar parlare il Signore»[50].
c. Visitare il tabernacolo. Al tabernacolo bisogna ritornare sia di persona che con il cuore. Ecco il motivo delle visite frequenti volute dal Fondatore. Ecco la sua pedagogia: «E quando giunge il momento della Visita, essere contenti, pronti, non essere un po' scontenti che finiscano le altre occupazioni. Appena entrati in chiesa e presa l'acqua benedetta, subito gettare uno sguardo al S. Tabernacolo e penetrarvi sino al fondo; far bene la genuflessione dicendo: Adoramus Te, Christe, et benedicimus tibi [Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo]; Vi adoro ogni momento... Sia lodato e ringraziato..., o qualche altra giaculatoria. Giunti al posto, se non sappiamo cosa dire, diamo uno sguardo a noi (per riconoscere la nostra miseria, la nostra debolezza, il nostro nulla), uno sguardo a Gesù (che è il nostro tutto), domandiamogli la sua grazia, ringraziamolo delle già ricevute»[51].
«I nostri due amori: il Crocifisso e Gesù Sacramentato. Avere un tabernacolo ed è proprio vivo come in cielo […]. Almeno facciamo volentieri la visita, tenetela cara. Animarci a farla bene, andarci volentieri, fare silenzio prima di entrare: “pensieri del mondo, state fuori”, e vivere di fede […]. La visita alle 11, ¾ ed alla sera deve essere un piacere…dovreste stare come con un amico, poi stare bene, con fede e amore»[52].
Visitare il tabernacolo significa anche adorare l’Eucaristia. Il Fondatore insegnava anche come fare l’adorazione. Su tutti evidenziamo questo testo, preso dalla conferenza del 27 dicembre 1908, per il suo significato di grande intensità spirituale: «Siate dunque tanto divoti di Gesù Sacramentato, ... che avuto questo avete tutto... lo vedrete poi in Africa... Voglio che questa sia la divozione dell'Istituto... dev'essere di tutti... dei sacerdoti... ma voglio che sia nostra in modo speciale... voglio che siate tanti Sacramentini... potessimo avere anche noi l'Adorazione perpetua... vari Istituti l'hanno, […] almeno la voglio assolutamente dal momento di mia morte a quello della sepoltura, voglio un po' vedere se il Signore non mi porterà subito in Paradiso, se non ci sono ancora... ricordatevelo anche che siate in Africa...»[53].
d. Ritornare con il cuore al tabernacolo, ovunque si trovi. Si tratta delle così dette visite spirituali. Su di esse il Fondatore ha molto insistito. Forse, assieme alle comunioni spirituali, le riteneva il mezzo più efficace per vivere il mistero eucaristico, al di fuori delle celebrazioni: incontrare spesso Gesù Sacramentato con il cuore, nel tabernacolo della propria cappella, oppure ovunque si vedesse una chiesa, anche da lontano, o addirittura solo pensata. Merita ascoltare di seguito le sue parole: «Mi raccontavano di là (i missionari) che il Sig. Prefetto, anche in ricreazione dava ogni tanto uno sguardo che si rivolgeva verso il tabernacolo, un momentino non era con la compagnia. Anche noi, scappare qualche volta col pensiero al tabernacolo»[54].
«Partendo dalla chiesa, riterrete qui il vostro pensiero, per cui stando in qualsiasi angolo della casa, ed in ogni occupazione, penserete a Gesù che abita tra voi e solo per voi; gli manderete sospiri […]. Ecco la vostra amicizia con Gesù»[55]
«(durante il viaggio per S. Ignazio) Passando per i singoli paesi salutate Gesù Sacramentato che vi abita, forse in più posti, e dite un requiem ai defunti dei rispettivi Cimiteri. Così non dissipati arriverete al Santuario: Quivi salutate Gesù che vi aspetta […]. Siate come tante farfalle attorno a Gesù lucerna lucens et ardens»[56].
«Il secondo metodo [per vivere la presenza di Dio] è quello di considerare Gesù nelle chiese: oh sono tante! Qui sopra poi è tutto per noi.[…]. Quando i nostri missionari partivano da Torino e non potevano più fare la visita a Gesù Sacramentato, che facevano? Pensavano: da quella parte lì c'è Malta, e perciò c'è Gesù Sacramentato in qualche chiesa, e così facevano la visita. Questa non è una cosa immaginaria, perché Gesù è realmente presente nelle Chiese, e la distanza per lui non conta. Qualche volta è bello fare il giro di tutte le chiese di Torino... sono tante»[57].
e. Il tabernacolo aiuto nella vita spirituale e sostegno nelle difficoltà. Nelle esortazioni del Fondatore, moltissime volte si incontra l’espressione “uno sguardo al tabernacolo”. Con queste parole intendeva il rapporto di fiducia, l’intesa con il Signore. Era sicuro che, parlando così con Gesù sacramentato, si risolvevano tutte le cose. Per esempio, per l’esame di coscienza: «Ma per far bene l'esame, sapete cosa si richiede? Postici alla presenza di Dio (basta uno sguardo al tabernacolo, e dire: Signore, son proprio qui davanti a Voi!)»[58].
Per superare le distrazioni nella preghiera, oppure per vincere le tentazioni: «Quando ci vengono distrazioni nell'orazione, non rompiamoci il capo per scacciarle, ma rivolgiamoci con calma a N.S., diamo uno sguardo al S. Tabernacolo dicendo: Signore! Non voglio io far tutto per la vostra maggior gloria?»[59]. «Similmente quando vengono certe malinconie e tentazioni; davanti al S. Tabernacolo bisogna esser generosi, passarvi sopra»[60]. «Quando in chiesa la testa ci scappa, diamo uno sguardo al tabernacolo, ed anche al quadro di questo santo: egli ci aiuterà...»[61].
Conclusione. Ci sentiamo interpellati sulla nostra consapevolezza della presenza reale di Cristo, su come ci rapportiamo con il tabernacolo, quale intensità di adorazione, ecc. La cappella con l’Eucaristia quale incidenza ha nei nostri comportamenti?
Note:
[1] Conf. IMC, II, 609.
[2] Conf. MC, III, 12.
[3] Conf. IMC, II, 299 – 300.
[4] Ecclesia de Eucaristia, n. 12.
[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1367.
[6] Ecclesia de Eucaristia, n.11.
[7] Mane nobiscum Domine, n. 3.
[8] Conf. IMC, II, 413.
[9] Conf. IMC, II, 414.
[10] Conf. IMC, II, 406 – 407., Cf. anche Conf. MC, I, 220, dove il Fondatore spiega in modo schematico i quattro fini.
[11] Ecclesia de Eucaristia, n. 13.
[12] Ecclesia de Eucaristia, n. 13.
[13] Conf. MC, I, 220.
[14] Conf. IMC, II, 413.
[15] Conf. MC, II, 657 – 658.
[16] Per es. cf.: Conf. MC, I, 352,; III, 658, 669, 671, 672; Conf. IMC, I, 6, 50, 304, 571, 632.
[17] Conf. IMC, II, 200.
[18] Cf. Mane nobiscum Domine, n. 31.
[19] Cf. SALES L., Il Servo di Dio Giuseppe Allamano…, Torino 1944, p. 29.
[20] Conf. MC, I, 14; cf. anche Conf. IMC, I, 473.
[21] Conf. MC, I, 220.
[22] Conf. MC, I, 225.
[23] Cf. Ecclesia de Eucaristia, n. 53.
[24] Mane nobiscum Domine, n. 15.
[25] Ecclesia de Eucaristia, n. 16.
[26] Mane nobiscum Domine, n. 19.
[27] Conf. MC, I, 14.
[28] Conf. MC, III, 283.
[29] Conf. IMC, I, 297.
[30] Conf. IMC, II, 315.
[31] Conf. IMC, I, 296.
[32] Conf. MC, II, 659.
[33] «Essa [la Comunione] è assolutamente libera; chi va prima chi va dopo, come ognuno vuole. In altri luoghi si osserva l'ordine di lettera; e questo osservatelo dove volete, ma alla Comunione mai: quando uscite di Chiesa, o di altri luoghi, così quando vi andate, osservate pure quest'ordine, ma alla Comunione, ve lo ripeto, mai mai, ognuno fa come vuole, è libero in tutto»: Conf. IMC, II, 778.
[34] Conf. MC, I, 224 – 225.
[35] Conf. IMC, II, 608.
[36] Mane nobiscum Domine, nn. 20 – 21.
[37] Lett., III, 105.
[38] Conf. IMC, III, 372, 374.
[39] Conf. MC, II, 280.
[40] Conf. MC, III, 283.
[41] Mane nobiscum Domine, n. 1.
[42] Mane nobiscum Domine, n. 16.
[43] Mane nobiscum Domine, n. 18.
[44] Lett., III, 105.
[45] Conf. IMC, II, 311.
[46] SALES L. o. c., pp. 28 – 29. Dai suoi appunti biografici (significa che lo ha sentito dal Fondatore), P. Sales così commenta questo proposito: «Disgraziatamente, in quei tempi di strascichi giansenistici, la Comunione quotidiana non era ancor molto in uso nemmeno nei seminari, ed egli era uno dei pochi a praticarla. A molti anziani questa condotta del giovane chierico non poteva non far impressione; e appunto il timore di dar nell’occhio l’avrebbe a volte trattenuto dal comunicarsi, se ad incoraggiarlo non fosse ognora intervenuto il Direttore: - La faccia, la faccia! – Ma i compagni diranno che voglio apparir buono… - E lei faccia per diventar più buono!».
[47] Conf. IMC, III, 595.
[48] Conf. IMC, I, 284 – 285.
[49] Conf. MC, III, 283.
[50] Conf. IMC, I, 191.
[51] Conf. IMC, I, 294.
[52] Conf. IMC, II, 34.
[53] Conf. IMC, I, 284; un pensiero simile sull’adorazione perpetua è stato nuovamente espresso nella conferenza del fosse solo a Roma, chi non desidererebbe di andare?!... O solo in Terra Santa...; Ma no, Egli è in tutti i luoghi. Solo qui 22 maggio 1913: « Dobbiamo desiderare di andare in Chiesa; bisognerebbe che ci facessimo cacciar via di Chiesa. Se è già in due posti; in Africa in una ventina, perché ci vuol bene. Direte: Lo crediamo, ma non ci pensiamo; questo non è fede: ci vuole fede operosa. Fides sine operibus mortua est.- Noi ci sarebbe necessario avessimo una adorazione quotidiana giorno e notte come i Sacramentini: 3 ore al giorno davanti al SS.mo Sacramento.- Ci facesse questa grazia dovremmo essere contenti, e ... più si sta, più si starebbe: non vi è noia nella sua conversazione»: Conf. IMC, I, 564.
[54] Conf. MC, II, 239.
[55] Conf. MC, I, 13; cf. Conf. IMC, I, 472.
[56] Conf. IMC, II, 71; cf. anche II, 73.
[57] Conf. IMC, II, 543
[58] Conf. IC, I, 379.
[59] Conf. IMC, I, 93.
[60] Conf. IMC, I, 133.
[61] Conf. IMC, III, 572.