Ritiro spirituale per Laici Missionari

 

INTRODUZIONE

Ho pensato di proporvi alcune riflessioni sulle tre virtù teologali, perché esse sono i pilastri portanti della vita cristiana. Assumiamo questo atteggiamento spirituale: ci poniamo di fronte a Dio per adoralo e lodarlo nella fede, per aggrapparci e fidarci di Lui nella speranza e per amarlo e lasciarci amare nella carità. Come sempre seguiremo il pensiero dell’Allamano, il quale aderisce con fedeltà alla Parola di Dio e al magistero della Chiesa.

Riguardo alle tre virtù teologali il Fondatore segue il pensiero di S. Agostino, cioè che la perfezione cristiana è come un edificio da costruire: «Fondamento è la virtù della fede, si erige colla speranza e si perfeziona colla carità».[1]

 

I. IL GIUSTO VIVRÀ MEDIANTE LA FEDE (Rm 1,17)

Gesù chiede ai suoi di fidarsi di lui, cioè di “avere fede” in ciò che rivela con le parole e con i gesti. Gesù sa che non è facile avere fede, perché i suoi contenuti superano la nostra capacità di comprendere. Si accontenta di “poco”: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe» (Lc 17,6). Per questo sono molto realistiche le parole del padre del giovane paralitico: «Credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24).

La fede è il “fondamento” della vita cristiana. A volte il Fondatore segue il pensiero di S. Tommaso e distingue due fondamenti: «Dice S. Tommaso che due cose sono i fondamenti della perfezione: l’umiltà e la fede, con questa distinzione: che l’umiltà è il fondamento negativo che toglie, che sgombra, e la fede è il fondamento positivo, ossia la base della cristiana perfezione».[2]

Riguardo questo primo fondamento della vita cristiana riflettiamo sui punti principali che il Fondatore evidenzia, che corrispondono esattamente all’insegnamento della Chiesa.

1. La fede è “necessaria” per vivere da cristiani. Su questo aspetto seguiamo il suo manoscritto preparato per la conferenza del 17 novembre 1918, dal titolo: “La fede fondamento della santità”. Dopo avere riportato il pensiero di S. Agostino sulle tre virtù, il Fondatore prende in esame la fede e dice: «La virtù della fede è necessaria per piacere a Dio e salvarci: “Senza fede è impossibile piacere a Dio” (Eb 11,6). Questa fede senza alcun nostro merito la ricevemmo nel S. Battesimo, che ci ricostituì nell'ordine soprannaturale, in cui erano i nostri primi padri prima del peccato originale. Questa fede dovrete infondere in tanti milioni di pagani che ancor non l'hanno […]. Vedete la preziosità della S. Fede per noi e per gli altri; e voi fortunati per questa missione».[3]

Qui entriamo nel mistero: si tratta di “fidarci di Dio”, che si è rivelato in Cristo. Come dice S. Paolo, che «Nessuno può dire: “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3). Quindi, il contenuto della fede non è questione puramente umana. Da soli non possiamo professare la fede in Gesù Signore. Da qui si comprende l’insufficienza di certe discussioni, anche moderne, di carattere razionale. Discutere razionalmente su Gesù è quasi inutile. A volte può essere fuorviante. Per cui diventa importante il secondo punto dell’insegnamento del Fondatore, cioè vedere quali sono i mezzi per vivere la fede. Difatti l’Allamano dice: «Ma specialmente per noi è necessaria la Fede, non solo come abito ricevuto nel S. Battesimo; ma perfezionata cogli atti che rendono ognor più formata la virtù […]; mantenerla e perfezionarla».[4]

2. Mezzi per vivere la fede. L’Allamano, nella conferenza citata, suggerisce due mezzi. Vediamoli separatamente.

a. Domandare la fede nella preghiera. Seguiamo come ha sviluppato il suo pensiero nella conferenza citata: «Prima di tutto [la fede] è un dono di Dio, quindi bisogna domandarlo. N. Signore ci ha fatto vedere la necessità che abbiamo di domandare la fede. Prima di cacciare il demonio dal figlio di quell'uomo ha voluto che credesse; e colui ha detto: “Credo, aiutami nella mia incredulità (Mc 9,24). Credo, ma ancora poco...”. Così noi dobbiamo dire sovente al Signore: Signore, aiutami a credere; se credessi proprio, farei diverso. Altre volte si può dire: “Aumenta la nostra fede! Son freddo...”. Altre volte: “Dammi un aumento di fede”, come ci fa dire in qualche Oremus la Chiesa».[5] Quindi, per il Fondatore, un primo atteggiamento è di non fidarsi dei nostri sforzi, ma di affidarsi a Dio e chiedere la fede nella preghiera.

Il Fondatore continua portando l’esempio di alcuni modelli: «S. Agostino si dilettava a ripetere il Credo parola per parola. S. Antonio ai suoi alunni parlava sempre della fede — guardate la fede dei martiri, ecc. E gli altri si stuccavano, e tuttavia S. Antonio che ne conosceva l'importanza, ripeteva sempre: Ravvivate la fede! non parlava d'altro»[6].

In altre occasioni porta l’esempio dei SS. Pietro e Paolo, con parole fortissime, prese letteralmente dal vangelo o dalle lettere e conclude: «Dunque questi due santi ci sono un esempio nella vita di fede».[7] Il Fondatore si riferisce alle risposte di Pietro quando Gesù domanda chi dice la gente che lui sia, oppure quando, dopo la promessa dell’Eucaristia, chiede se anche loro vogliono andarsene. Qui mi piace collegarmi con la risposta coraggiosa di Pietro al Sinedrio: «[…] noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Per Pietro e gli apostoli era l’esperienza della risurrezione di Gesù che infondeva sicurezza. Con questa luce e forza interpretavano quanto avevano udito e visto durante la vita di Gesù. Notiamo, anche per loro la fede era un dono reso stabile solo dopo la Pentecoste.

b. Amare e studiare la fede. Il secondo mezzo per vivere di fede è espresso dal Fondatore con accentuazioni diverse. Nel manoscritto della conferenza dice: «Amare le verità della fede, studiarne la bellezza, la ragionevolezza, i benefici che ne derivano pel tempo e per l’eternità».[8] Si noti il verbo “amare”; quindi pensa ad un’adesione del cuore e non solo della mente o della volontà.

Nella conferenza ripresa dagli allievi si limita a dire: «Secondo mezzo: Studiare le verità della fede, studiarne la ragionevolezza, i benefizi».[9] Si comprende l’insistenza del Fondatore sullo studio, trattandosi di allievi che frequentavano il corso teologico.[10] Tuttavia, quanto poi suggerisce serve a tutti, non solo per lo studio, ma per ogni riflessione riguardo ai contenuti della fede. I suggerimenti che il Fondatore dà riguardo al modo di riflettere sui contenuti della fede sono soprattutto questi: «[…]. Ma studiare queste verità con umiltà, con semplicità e sotto la guida della S. Chiesa».[11]

– Con umiltà: chi si fida è necessariamente umile. L’Allamano suggerisce: «Con umiltà. Dice bene l’Imitazione di Cristo: Che cosa giova… e così altre frasi di seguito. […]. Guardate, tutti gli eresiarchi, dai primi secoli della Chiesa fino ai nostri modernisti, hanno perso la fede perché mancavano di umiltà».[12]

Il Fondatore ci suggerisce indirettamente di non meravigliarci dei dubbi che possono venire, perché sono frutto della nostra inadeguatezza (sproporzione tra la nostra ragione e il livello soprannaturale delle verità rivelate), ma di fidarci di colui che ci ha rivelato. Fidarsi della parola di Gesù e della fede della Chiesa che ce la tramanda.

– Con semplicità: chi si fida non tende ad “arzigogolare”: «Con semplicità. S. Agostino diceva: “Sorgono gli ignoranti [indocti = non dotti] e rapiscono il regno dei cieli, e a noi, con la nostra dottrina, lasciano la terra”. S. Anselmo diceva: “Non bramo intendere per credere, ma credo per intendere”. […]. Certo, non bisogna credere senza autorità, e anche senza ragioni, ma […] quando uno è verace, allora si crede. Ma ci vuole semplicità. N. Signore ha detto: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). S. Tommaso dice così: La fede non è solo nell’intelletto, ma anche nella volontà, e non la ragione, ma la volontà ci determina a credere».[13]

– Sotto la guida della Chiesa: «Il nostro studio potrà formarci alla fede teologica, ma non cattolica, se non crediamo perché propostoci dalla Chiesa».[14] La sostanza di questo suggerimento del Fondatore ci invita a fidarsi della “Tradizione”, assistita dallo Spirito Santo. L’infallibilità non è solo appannaggio del Papa, ma anche dell’universalità della Chiesa, come dice il Vaticano Secondo: «La totalità dei fedeli che hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo (cf. 1Gv 2,20 e 27) non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà che gli è particolare mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo, quando “dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici” esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di costumi».[15]

3. Andare al pratico. L’Allamano, oltre a suggerire i mezzi per vivere la fede, spesse volte va al pratico e insegna dove e come vivere la fede. Mi limito ad evidenziare due aspetti, con i quali concludo:

– Comunione con il Papa: al tempo del Fondatore c’era tensione a motivo della questione romana tra Governo italiano e Santa Sede. I suoi consigli di piena comunione e adesione al Papa, però, sono sempre validi e fanno parte delle nostre caratteristiche. Ecco una delle sue tanti espressioni: «Noi poi nelle nostre regole abbiamo anche queste parole: (legge sulle Costituzioni l'articolo 36 al C.X.). Non potevamo dire di più, perché tutto l'Istituto e ogni individuo sia attaccato alla S. Sede. “Ubi Petrus ibi Ecclesia [dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa]”. Chi non sta attaccato alla Chiesa è impossibile che stia attaccato; si staccherà da sé. Quindi certa gente ai nostri tempi, che vogliono sempre parlar male del Papa, che lui non deve entrare in politica. Costoro vogliono sempre dire qualcosa, e non pensano che anche in queste cose il Papa ha un'assistenza particolare. Anche nelle cose di pietà certuni trovano da criticare, ed è perché mancano o d'umiltà, o di semplicità, o di subordinazione. Questa gente che sentono o dicono male del Papa bisogna evitarla».[16]

– Delicatezza per le cose sacre: dal nostro modo di comportarci si vede che tipo di fede abbiamo: se siamo superficiali, trasandati, grossolani, oppure fini, attenti, delicati. Ecco un esempio raccontato dal Fondatore: «Un Vescovo (deve essere Mons. Gastaldi, come disse una volta), una volta visitando una Chiesa interpellò il Parroco, perché celebrando aveva veduto sull'altare un corporale poco pulito, e anche dentro il Tabernacolo: “Lei crede alla presenza reale di N. Signore là dentro?

— Ma Monsignore mi fa un torto!

— No, no, dica se crede o no!

— Altro che ci credo!!

— Se non ci credesse, disse il Vescovo, sarebbe meno male, e capirei... ma credere e trattarlo poi cosi!...”.

Se interrogassi io ciascuno di voi a uno a uno, se crede veramente a N. Signore nel SS. Sacramento...; potrei poi dire perché quella genuflessione tanto mal fatta... perché quelle distrazioni apposta... perché quella noia alla Visita... quel non ricordarsi di N. Signore durante il giorno? Non basta avere una fede soltanto astratta, bisogna averla in pratica».[17]

Conclusione: È pure interessante lo schema della conferenza del 2 maggio 1920 sulla “Fede”, che segue l’abituale pensiero del Fondatore, ma con qualche elemento interessante in più. Parla di «tre doveri riguardo la fede», che sono: «1° Ringraziare il Signore che ce l’ha data gratuitamente, senza nostro merito. – 2° Apprezzare il dono della fede che è in noi, e in riconoscenza a Dio procurare di spargerla fra coloro che non l’hanno. […]. 3° In terzo luogo questa fede bisogna accrescerla, aumentarla, fomentarla. […]. E come fare per aumentare questa fede, fondamento di tutte le virtù?».[18] E qui ripete i tre mezzi già visti, che per lui sono infallibili: domandarla nella preghiera e studiarla con umiltà e semplicità, sotto la guida della Chiesa.

 

II. NON SI SPERA MAI TROPPO

Iniziamo con il testo di Rm 8,24, che è il titolo dell’Enciclica di Benedetto XVI “Spe salvi”: «Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?». Il Papa, all’inizio della sua Enciclica (nn. 2-9) propone una lunga riflessione sul rapporto tra fede e speranza, e trova che spesse volte, nel Nuovo Testamento, esse sono interscambiabili. Quando Pietro invita i cristiani a dare ragione della propria “speranza”, in pratica intende della propria “fede” (cfr. 1Pt 3,15). Iniziamo questa meditazione tenendo presenta che fede e speranza sono inseparabili: se si ha fede, si spera.

Sulla virtù della speranza l’Allamano si ricollega costantemente allo zio S. Giuseppe Cafasso. Del Cafasso si dice che la virtù caratteristica era appunto la “speranza”. Anche per l’Allamano il Cafasso è maestro di speranza e di confidenza in Dio. Lo ha testimoniato al processo per la beatificazione: «La speranza fu da lui esercitata in modo specialissimo, fu anzi la sua virtù caratteristica». La speranza in lui fu «eminente». Il Fondatore lo ha più volte detto nell’ambiente dell’Istituto: «Il nostro Venerabile aveva tanta speranza, sua caratteristica, da infonderla anche nelle anime disperate, come scrisse D. Bosco»[19].

In questa meditazione vediamo quali sono i principali insegnamenti del Fondatore per vivere la speranza cristiana.

1. Il peccato dei folli. Così il Cafasso definisce la mancanza di confidenza in Dio. E il Fondatore gli fa eco: «Il Venerabile Cafasso chiama la mancanza di confidenza in Dio: il peccato dei folli: perché non confidare? Persuadiamoci che egli [Gesù] è morto per noi».[20] «Possiamo sbagliare, ma non stiamo lì melanconici: l’energia è il dono che fa il Signore a chi lo ama: Noi siamo folli se abbiamo diffidenza; bisogna sperar molto».[21]

Sempre ispirandosi al Cafasso, il Fondatore pronuncia espressioni molto efficaci: «Certuni hanno la fede abbastanza viva, ma sperano poco, non sono buoni ad allargare il cuore: oh, sì, in Te, o Signore, ho sperato; non sarò confuso in eterno! Molti, mentre credono di essere obbligati a credere, non si credono poi obbligati a sperare, invece è lo stesso. Quando si spera poco si fa un torto a Nostro Signore, che ha e può dare, vuole e può farci del bene. Il Venerabile Cafasso diceva che certa gente pensano a salvarsi come a giocare al lotto. Chissà se vinco al lotto?...chissà! Non ci deve essere alcun dubbio […]. Non dobbiamo aver paura di sperare molto».[22]

In precedenza aveva già detto: «Non si spera mai troppo, perché la confidenza in Dio non toglie, anzi aumenta il bene che si fa. E quindi perché non confidare in Dio? Dio può e vuole aiutarci, ma vuole che siamo spogli di noi».[23] E ancora: «Sperare per far piacere al Signore; mai aver paura di averne troppa [di speranza]…».[24]

2. Dove si fonda la speranza. Per l’Allamano, come lo era stato per il Cafasso, la speranza è “garantita” dagli insegnamenti e dal comportamento di Gesù. È il Signore che ci autorizza a sperare. Il Fondatore ha valorizzato la parabola del “Figlio ritrovato” per incoraggiare, facendo un commento curioso: «E il figliol prodigo? Ha detto: Io sono un figlio qualunque, ma lui è sempre mio padre; ed è tornato. Ha detto: Non son degno di chiamarti padre; ma intanto l’ha chiamato. Molta confidenza, mai credere di averne troppa. Sia per i buoni, che per i tiepidi, che per i cattivi: è sempre necessaria».[25]

Così pure, nella comprensione che Gesù aveva per i peccatori, il Fondatore ha visto il motivo determinante della confidenza: «Quanta mansuetudine colla Samaritana, coll’adultera, colla Maddalena, cogli Apostoli rozzi, con S. Pietro dopo il peccato, che mai glielo ricorda, e collo stesso Giuda, che chiama amico nell’atto stesso che lo tradiva».[26] Qui il Fondatore parla direttamente della mansuetudine, ma da come si esprime si vede anche il suo pensiero circa la misericordia. In altra occasione, parlando della purezza, dirà: «Del resto a me fece sempre stupore, e senso di conforto il leggere le prove che Gesù diede a S. Maria Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demoni; essa la prima a cui apparisse alla risurrezione…».[27]

Nel retro di una immagine del 50° di sacerdozio, data al P. Luigi Olivero, l’Allamano aveva scritto di suo pugno: «Ogni anima costò la morte di Gesù».[28] Questo era il più solido fondamento della speranza e della confidenza in Dio che l’Allamano viveva ed insegnava!

3. Necessità della speranza. Quando parla della necessità della speranza il Fondatore si ispira, oltre che al Cafasso, anche molto a S. Agostino, come abbiamo visto per la fede: «S. Agostino dice che la nostra perfezione è come una casa. Le fondamenta sono la fede, ma tutto il fabbricato è formato dalla speranza, e la carità è solo il complemento. […] Credendo si mette il fondamento, sperando si erige. Nella perfezione religiosa la speranza ha la massima parte».[29]

Citando diversi autori di ascetica, il Fondatore elenca tre ragioni che militano in favore della necessità della speranza. Ecco il suo manoscritto: «1) Necessità che abbiamo noi della speranza. […]. Per coprire la sproporzione che passa tra il nostro nulla e l’altezza della nostra vocazione religiosa – sacerdotale ed apostolica. […]. 2) Per l’avvenire, in missione. […]. 3) Per far piacere a Dio stesso che tutto accorda a chi confida».[30] In certo senso, queste ragioni valgono anche per tutti i cristiani, perché tutti vivono una loro vocazione, che esige santità di vita.

Nello svolgimento della conferenza del 3 novembre 1912 agli allievi, il Fondatore diventa molto pratico e porta esempi di vari santi. Tra l’altro dice: «La speranza deve sempre guidare i nostri passi specialmente se ci vediamo imperfetti, o se troviamo difficoltà o altro nella vocazione. […]. Dunque, aver fiducia in tutto. Vi sono certi tipi che temono sempre, hanno sempre paura; certe volte è per timidità, ma non bisogna; andiamo avanti nel Signore, diciamo col salmista in Verbum tuum supersperavi [nella tua parola ho supersperato], non solo ho sperato, ma supersperavi. […]. Il Signore ha piacere che noi meditiamo la sua bontà, la sua speranza, la sua potenza. […]. Speriamo sempre ed il Signore ci farà santi. Quando al Ven. Cafasso dicevano che la porta del Paradiso è stretta, rispondeva: ebbene passeremo uno alla volta».[31]

Basandosi sullo stesso manoscritto, nella conferenza alle suore del 14 dicembre 1918, il Fondatore si è dilungato, spiegando più diffusamente ognuna delle tre ragioni. Sentiamo qualche passo sulla terza: «Poi c’è un terzo motivo: per far piacere al Signore. Il Signore ha detto a S. Caterina da Siena: Se vuoi farmi piacere abbi tanta speranza in me. Sai che sono buono, potente, sapiente; come buono posso fare tutto quello che è meglio per te; come potente puoi ottenere da me tutto quello che vuoi; come sapiente posso darti tutto quello che conviene a te. Dillo alle genti, affinché abbiano tanta confidenza in me».[32]

4. Mezzi per vivere la speranza cristiana. Il Fondatore, come aveva elencato 3 ragioni per la necessità della speranza, così elenca anche 3 mezzi per potere vivere con « viva e piena speranza». Stando al suo manoscritto, questi tre mezzi sono: «1) Spogliarci della confidenza nei mezzi umani, che sono in noi (talento, virtù, cariche, ecc.) e negli altri (stima…). 2) Riflettere sovente e praticamente alla potenza, sapienza e bontà di Dio a nostro speciale riguardo. 3) In tutto, anche nelle cose minime sollevarsi a Dio e sperare in lui».[33]

Questo manoscritto è stato sviluppato nella conferenza parlata. Riporto le parole salienti su ogni mezzo: «1° - Spogliarci dei mezzi umani. Il Signore dice: Se tu confidi in me, io faccio la mia parte, ma se no, aggiustati. […]. 2° - Riflettere sovente alla potenza, bontà e sapienza di Dio verso di noi, verso di me […]. 3° In tutto, anche nelle più piccole cose sollevare la nostra mente a Dio, con pensieri di speranza. Certuni chiedono sempre perdono…[…]. Chi spera nel Signore è come una montagna di fortezza». Ed ecco la conclusione: «Dunque non c’è più né peccati, né difetti, né scrupoli…tutto deve morire mediante la confidenza».[34]

5. La speranza facilita la vita spirituale. Il Fondatore lo ha sottolineato soprattutto per incoraggiare a non disanimarsi a motivo delle inevitabili mancanze quotidiane: «Nei turbamenti ed incertezze d’anima atteniamoci sempre alla voce che genera tranquillità. Il Ven. Cafasso dice che non dobbiamo poi tutti i momenti domandare perdono a Dio; ma come ad un amico che si ama per ogni piccolezza non si chiede scusa, così l’amor di Dio lava tutto. […]. Bisogna andare alla buona con Dio. Lo spirito vivifica e la lettera uccide».[35] «Il Ven. Cafasso diceva: Signore, voi lo sapete che vi voglio bene, che non vi voglio offendere; quindi se mi scappa qualche cosa, non vi voglio neppur domandar perdono. Lui sa che gli voglio bene; tra amici ed amici non si guarda a tante bagattelle. Egli gli era amico e non voleva offenderlo».[36]

Nella conferenza del 1915 sulla “Speranza e Confidenza in Dio”, ritorna su questa idea: «È necessario ai buoni non scoraggiarsi per nulla, neppure dei peccati. Il Ven. Cafasso, quando commetteva dei peccatucci, non voleva neppur domandare perdono a N. Signore. Diceva: Lui sa che gli voglio bene, e tra amici non si sta mica a guardare certe piccolezze. Siamo intesi; quando si vuol bene queste cose non si fanno apposta, son cose che scappano, e poi…tra amici e amici…».[37] Infine: «Non dobbiamo scoraggiarci per i peccati della vita passata. Ricordarli per umiliarci sempre più, ma non sempre esserci sopra come se il Signore non ci avesse perdonati».[38]

6. La speranza fortifica il nostro agire. Il Fondatore si riferisce specialmente ai suoi missionari e missionarie che operano sul campo dell’apostolato, ma quanto dice vale per tutti noi, in qualsiasi situazione operiamo. Merita sentirlo per intero nella redazione di Sr. Emilia Tempo, che ha ripreso la conferenza del 15 dicembre 1918, tutta sulla “Speranza e Confidenza in Dio”: «Non solo per il bisogno che ne abbiamo qui, ma specialmente in Missione. Allora sì che possono venire le tentazioni…Siete poi lontane e lo scoraggiamento…Alle volte non si sa perché, le cose non vanno bene, ed è per le nostre miserie e ci scoraggiamo. Oppure per quella solitudine, o pel poco frutto che si ottiene…Ci crediamo di lavorare intorno ad un’anima, di guadagnarla e…quella va in aria… Passare anni senza dare un Battesimo…Oh! I momenti di scoraggiamento verranno, sapete!

Bisogna avere molta confidenza in Dio e volere sempre quello che egli vuole. Se non ne avete molta, se non ne avete un deposito, un sacco, hai! Quando sarete in Missione, passerete dei giorni brutti. Alle volte sarà perché si è fatto qualche sbaglio, mancato magari all’ubbidienza e allora…si starebbe in un angolo, si lascerebbe star tutto, non si farebbe più niente…si perde la confidenza, viene lo scoraggiamento…Si dice: “Ma è per colpa mia”…Macchè! Su, animo; colpa tua o non colpa tua, il Signore aggiusta tutto…Eh! Se si fa così non si fa più niente. Sempre avanti! In Missione avete bisogno di questa virtù».[39] E noi diciamo: nella vita pratica, in qualsiasi attività, la speranza è indispensabile per non fermarci.

Conclusione. Come conclusione, riporto la preghiera del Cafasso posta all’inizio della meditazione sulla misericordia: «Misericordioso Iddio, io credo alla vostra divina presenza e prostrato davanti a voi io imprendo a considerare il più grande, il più dolce de’ vostri attributi, qual è la vostra divina Bontà: mio Dio voi m’avete creato perché possa infinitamente ringraziarvi, e quello che più importa ora ne possa approfittare.

Vergine Maria madre di bontà e di misericordia voi assistetemi perché possa capire le finezze e le tenerezze del vostro caro Gesù.

Ah mio Dio fatemi conoscere quest’oggi quali e quante sono state le misericordie, che voi sin’ora avete usate con me, fatemi capire quanto buono, e quanto tenero sia quel cuore che purtroppo ho offeso, ma che in questi giorni ho risoluto fermamente di offendere mai più. Vergine Maria cara madre di bontà, e di misericordia voi assistetemi, voi pregate per me sicché arrivi a comprendere le finezze, le tenerezze del vostro caro Gesù».[40]

Anche il Fondatore aveva una preghiera sulla confidenza, che gradiva molto. Lo ha detto alle suore: «A me piace molto una preghiera che riguarda la confidenza in Dio: un giorno o l’altro ve la porterò. “Io non perderò mai la confidenza in Voi, o mio Dio”. Ah, com’è bello!».[41]

 

III. IL FIORE DELLA CARITÀ

Prendiamo l’ispirazione da 1Gv 4,7-8.11.19-21: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. […]. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. […]. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello».

Due rilievi su questo testo. Primo: l’evangelista, dicendo “Dio è amore”, non intende dare una definizione astratta di Dio, ma ricorda che Dio si è rivelato nel suo figlio come un “Dio che ama”. Secondo: c’è un collegamento stretto tra amore di Dio e amore del prossimo, quasi fossero un solo amore.

Riguardo l’amore di Dio, mi limito ad indicare la comprensione che ne ha avuto Paolo, quando disse: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35), intendendo dall’amore che il Signore ha per noi. Ed ha concluso in modo quasi lirico: «Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).

In questa meditazione, però, limiterò la nostra riflessione sull’amore del prossimo, tenendo presente che l’amore del prossimo non è vero amore se non si basa sull’amore di Dio, come dice l’Allamano: «In particolare: bisogna amare il prossimo per more di Dio, altrimenti non è più carità».[42] E faremo ciò in due momenti: 1°. Le vette dell’amore del prossimo nel Vangelo; 2°. Le vette dell’amore del prossimo secondo l’Allamano.

1. Le vette dell’amore del prossimo nel Vangelo. Nel Vangelo ci sono sfumature, che ci possono far giungere al “massimo” della carità. Ne indico alcune:

– Sentirsi servi: è un atteggiamento di fondo che ci aiuta ad avere sentimenti di rispetto e di benevolenza verso gli altri. Spesso le nostre reazioni sorgono perché ci sentiamo superiori. Invece Gesù offre altri criteri: «Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti» (Mc 9,35); «Per voi però non sia così […]. Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 26-27); «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi»(Gv 13,15).

– Non permettersi di correggere gli altri  se prima non correggiamo i nostri difetti. Qui viene a proposito la parabola della pagliuzza e della trave nell’occhio, dove Gesù specifica che c’è un “prima” e un “poi” per agire correttamente (cf. Mt 7,1-5).

– Con l’orizzonte dell’amore. Gesù insegna ad essere “magnanimi”, cioè ad avere l’animo grande. L’indicazione pratica riguarda il perdono, ma può comprendere ogni atteggiamento: «[…] ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). La carità non ha lo striscione di “arrivo”. C’è sempre la possibilità di continuare.

– Fidarsi dei suoi criteri. Quando i due discepoli Giacomo e Giovanni proposero a Gesù di fare discendere il fuoco dal cielo sulla città che non lo aveva accolto, lui li rimproverò e disse: «Voi non sapete di quale spirito siete» (Lc 54-55).

2. Le vette dell’amore del prossimo secondo l’Allamano. Il Fondatore ha insegnato come si vive in una famiglia di missionari. Il suo insegnamento, però, è valido anche per noi, in quanto la fonte cui si ispira è la Parola di Dio (in particolare Paolo).

Una bella sintesi del suo pensiero la troviamo nella conferenza del 15 febbraio 1920. In essa il Fondatore commenta l’inno dell’amore di 1Cor 13,1ss.: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona […].». Ad un certo punto dice: «La legge fondamentale è questa: Facciamo agli altri quello che vorremmo sia fatto a noi, e così non far loro ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. […]. Come amare il prossimo? […]. E questo si trova spiegato nella Sacra Scrittura, dove si dice che bisogna: 1) Flere cum flentibus [piangere con chi piange]. 2) Gaudere cum gaudentibus [godere con chi gode]. 3) Sopportarsi a vicenda: alter alterius onera portate [portate i pesi gli uni degli altri]. 4) Aiutarci a vicenda. 5) Perdonare le offese.».[43]

Poi, il Fondatore passa a spiegare, uno per uno, tutti i cinque punti. Ovviamente, parlando a dei ragazzi o ragazze che prepara alla missione, fa un discorso specifico per loro. Noi prendiamo ciò che può esserci utile.

– Piangere con chi piange. L’ispirazione è da Rm 12,15: «piangete con quelli che sono nel pianto». L’Allamano dice alle suore: «[…] prendere parte alle pene, ai dolori degli altri. Non dico piangere materialmente, ma se uno è triste prendere parte alla sua tristezza. Siamo fratelli, siamo sorelle, non bisogna far da noi».[44] Questo principio generale non vale solo per quanti vivono in comunità, ma anche per le famiglie e, in genere, per le nostre relazioni con il prossimo.

Ai missionari: «Flere cum flentibus: è la prima condizione per avere la carità. Bisogna cominciare di qui. […]. Se uno ha una pena, l’altro bisogna che senta pena, dispiacere, come se fosse propria. Ma attenti! Bisogna farlo per amor di Dio». [45]

– Rallegrarsi con chi è felice. L’ispirazione è da Rm 12,15: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia». Il Fondatore insiste su questo punto. Alle suore dice: «Non avere quella specie di invidia perché una ha dei beni maggiori. […]. Un po’ d’invidiuzza può venire, state attente! Invidia sì, ma nel senso di voler imitare le altre nel fare il bene. Purché il bene si faccia; purché le anime si salvino. Mosè diceva: Vorrei che tutti profetassero. Così pure disse S. Paolo: Purché il Signore sia glorificato, amato. Sentir lodare una persona e quasi diminuire col silenzio la lode, o dire: “Ma là… dei difetti ne ha anche…”, questo è diabolico, non fatelo mai!».[46]

Ai missionari precisava: «Questa cosa, godere del bene dei compagni, non è tanto facile come credete. Esaminatevi!».[47]

– Sopportarsi a vicenda. L’ispirazione è da Gal 6,2: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo». Alle suore: «Sopportare i difetti vicendevolmente. Questo sì che è importante! Difetti ne abbiamo tutti. Ci sono difetti fisici, morali, intellettuali. […]. Chi ha più difetti non sa sopportare quelli degli altri».[48]

Ai missionari: «È così brutto che in comunità non si sappia sopportare negli altri i difetti fisici e morali; e dall’altra parte attenzione a non dar noia coi propri difetti. L’uno ha qualche difetto, in bel modo aiutarlo a correggersi. Ed io non ne ho dei difetti?».[49]

– Aiutarsi a vicenda. L’ispirazione è dai i testi neo-testamentari sulla fraternità, quali: 1Gv 3,17: «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?». Ai missionari: «Non dire: “Non tocca a me”. Non voler fare quello che non si è capaci; ma prestarci a tante cosette… Vedo uno che porta una cosa ed è affaticato: vado a dargli una mano! […]. Aiutarci! Prenderci il lavoro di mano!».[50]

Alle missionarie ripete più o meno le stesse cose, ma esemplifica così: «In missione se c’è da portar pranzo con voi, state attente, e non lasciate che la buna dona [buona donna] porti tutto lei. Non voler solo far figura. Ci sarà una un po’ stanca, ebbene se ho un bastone lo do a quella lì, se avessi un cavallo lo darei anche».[51]

– Perdonare le offese. L’ispirazione è da Ef 4,2: «Perdonatevi a vicenda»; come pure da Ef 4,26: «non tramonti il sole sopra la vostra ira»; da Col 3,13: «Perdonatevi scambievolmente»; da tutti i numerosi testi evangelici sul perdono. Alle suore: «Bisogna perdonare, sempre perdonare, qualunque sgarbatezza, qualunque cosa ci facciano; non si perdona a quella lì (che ci ha offeso) ma a Dio, perché quella rappresenta Iddio. Se si pensa che si perdona a una creatura di Dio, allora è facile perdonare. Non bisogna mai andare a dormire senza riconciliarci con chi ci ha offesi. […]. Il Signore ha detto: Se sei lì all’altare per fare l’offerta e ti ricordi che un tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo regalo davanti all’altare, va a riconciliarti col fratello e poi vieni a farmi l’offerta. Avete capito? […]. Le espressioni: Perdono ma non dimentico che dicono nel mondo, noi non dobbiamo dirle. Se non si dimentica non si perdona».[52]

– Ed ecco la conclusione: «Amor di Dio, ma direi, più amore del prossimo. Amarlo praticamente, da fare un corpo solo. Essere disposti a morire l’uno per l’altro. Carità, amore verso Dio; carità, amore verso il prossimo e praticarlo in quei modi che abbiamo detto».[53]

Conclusione. Ai missionari: «Dobbiamo avere il fiore, il succo della carità: dobbiamo andare agli eccessi. […]. Bisogna che cominciamo di qui; se capitano qui queste cose, non succedono poi là? Cominciamo dalle piccole cose. Se non vi vincete adesso che siete piante tenere, in Africa non vi vincerete più».[54] E alle missionarie: «Questo è il ricordo che vi lascio. Ricordate: se volete avere carità coi neri bisogna prima averne tra voi altre. Bisogna essere generose. Carità, avanti, carità».[55]

Il 2 giugno 1920 alle suore: «So che c’è carità qua dentro, ma sapete in che cosa consiste il fiore della carità? Non consiste nel dire “sì” ad una sorella, ma nel dire un “sì” con garbo; non consiste solo nel fare un piacere ad una compagna, ma nel farlo volentieri».[56]

 

Note:

[1] «Domus Dei credendo fundatur, sperando erigitur, dirigendo solidatur»: Conf. IMC, III, 258; cfr. anche: Conf. IMC, I, 453.

[2] Conf. IMC, I, 453.

[3] Conf. IMC, III, 258. Nella conferenza dello stesso giorno alle suore così si esprime: «La fede è necessaria per salvarsi. Se è il fondamento della casa bisogna che ci sia questa fede, perché se non mettiamo forti pietre sotto la casa per farla venir su bene, va poi in aria. Questa fede bisogna che ci sia per la nostra santificazione. Noi questa fede l’abbiamo ricevuta nel S. Battesimo, ma questo non basta; bisogna che la vivifichiamo, bisogna farla vivere, tenerla, esercitarla»: Conf. MC, II, 419.

[4] Conf. IMC, III, 258.

[5] Conf. IMC, III, 261.

[6] Conf. IMC, III, 261. Nella conferenza dello stesso 17 novembre 1918 alle suore, intitolata “Fede, fondamento della santità”, il Fondatore riporta più o meno la stessa dottrina.  Riguardo al consiglio di recitare il “Credo”, così si esprime: «S. Agostino raccomandava tanto di recitare il Credo. Nel Credo ci sono tutte le principali verità della fede. Recitatelo adagio, gustatelo, così otterrete sempre più l’abbondanza della fede»: Conf. MC, II, 420.

[7] Conf. IMC, II, 329.

[8] Conf. IMC, III, 259.

[9] Conf. IMC, III, 261.

[10] Nella conferenza alle suore dello stesso giorno, invece, dice: «Bisogna amarle le verità della fede. Studiarne la ragionevolezza, la bellezza, i benefici che derivano da questa fede, sia per il tempo che per l’eternità»: Conf. MC, II, 420. Sono le stesse parole del manoscritto.

[11] Conf. IMC, III, 259.

[12] Conf. IMC, III, 261. La frase citata dal Fondatore è: «Che ti serve sapere discutere profondamente della Trinità, se non sei umile, e perciò alla Trinità tu dispiaci? Invero, non sono le profonde dissertazioni che fanno santo e giusto l’uomo; ma è la vita virtuosa che lo rende caro a Dio. Preferisco sentire nel cuore la compunzione che saperla definire»: De Imitazione Christi, ap. I, 1. Anche alle suore raccomanda questi primi capitoli dell’Imitazione: Conf. MC, II, 423.

[13] Conf. IMC, III, 261-262. Parlando della semplicità nella fede alle suore, il Fondatore dice: «Quelli che vogliono

essere tanto saputelli… Certa gente che ha questi dubbi contro la fede solo perché vuol sofisticare, vien da dir loro: Ma

siete voi che li cercate… Quando uno ha questi dubbi, non so come faccia a far la visita a Gesù Sacramentato… Il

diavolo mette subito mille pensieri in testa. Come si fa a mandarli via? Come si fa ad aver quell’intimo commercio col

Signore se si va a sofisticare su questo e su quello? Non vogliate sapere più di quanto è necessario sapere… non avere

la mania di voler sempre scrutinare… fare delle obiezioni… Sapere quel che si può e basta»: Conf. MC, II, 425.

[14] Conf. IMC, III, 259.

[15] LG, 16.

[16] Conf. IMC, III, 262. L’art. 36 delle Costituzione del 1909 dice così: «I Missionari professano piena sottomissione e devozione alla Santa Sede ed alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide; e perciò si faranno sempre uno stretto dovere, non solo di osservarne le prescrizioni, ma di uniformarsi in tutto allo spirito ed indirizzo in qualsiasi modo manifestati».

[17] Conf. IMC, II, 329.

[18] Conf. IMC, III, 418 – 419.

[19] Conf. IMC, II, 337; cf. anche: II, 156; III, 188.

[20] Conf. IMC., II, 157.

[21] Conf. MC, II, 11.

[22] Conf. IMC, II, 339.

[23] Conf. IMC, II, 157.

[24] Conf. II, 448.

[25] Conf. MC, II, 444.

[26] Conf. IMC, II, 143.

[27] Conf. IMC, II, 219.

[28] In arch. della Postulazione.

[29] Conf. MC, II, 441; cf. anche II, 439; IMC, I, 455; III, 266.

[30] Conf. IMC, I, 455 – 456; Conf. MC, II, 440.

[31] Conf. IMC, I, 457 – 458. Secondo la testimonianza del Traversa, il Cafasso diceva a proposito: «E che importa a me che l’una sia stretta e l’altra angusta? Purché ci passiamo, io ne ho abbastanza; non c’è mica bisogno di passare due alla volta»: L. N. DI ROBILANT, o.c., 89.

[32] Conf. MC, II, II, 343 – 344.

[33] Conf. IMC, I, 456; cf. Conf. IMC, III, 267; cf. anche: Conf. MC, II, 440.

[34] Conf. MC, II, 447 – 448.

[35] Conf. MC, I, 80.

[36] Conf. MC, I, 156.

[37] Conf. MC, II, 443.

[38] Conf. IMC, I, 457.

[39] Conf. MC, II, 446 – 447; cf. anche la redazione di Sr. Carmela forneris altrettanto efficace: II, 444 – 445; cf.

anche: Conf. IMC, III, 226.

[40] L. CASTO (a cura), o.c., 433.

[41] Conf. MC, II, 443. Non possediamo questa preghiera.

[42] Conf. IMC, III, 396.

[43] Conf. IMC, III, 396; cfr. Conf. MC, III, 30.

[44] Conf. MC, III, 30 – 31.

[45] Conf. IMC, III, 396.

[46] Conf. MC, III, 30.

[47] Conf. IMC, III, 397.

[48] Conf. MC, III, 31 – 32.

[49] Conf. IMC, III, 397.

[50] Conf. IMC, III, 397 – 398.

[51] Conf. MC, II, 32.

[52] Conf. MC, III, 32.

[53] Conf. MC, III, 33.

[54] Conf. IMC, III, 398.

[55] Conf. MC, III, 33, 35.

[56] Conf. MC, III, 430.