Ritiro Spirituale per Laici Missionari
La prospettiva della “santità” è essenziale anche oggi per la Chiesa. Giovanni Paolo II l’ha indicata chiaramente per l’inizio di questo terzo millennio: «E in primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il camino pastorale è quella della santità. […] Finito il Giubileo, ricomincia il cammino ordinario, ma additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale»[1].
Iniziamo la nostra riflessione da questa convinzione e da come Giovanni Paolo II l’aveva già espressa nell’Enciclica “Redemptoris Missio” in relazione a quanti si impegnano nella missione: «Il vero missionario è il santo – La chiamata alla missione deriva di per sé dalla chiamata alla santità. Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità. […]. Ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione» (n. 90). Propongo il pensiero dell’Allamano su questo punto in due momenti: anzitutto la necessità che il missionario sia santo (“Tanto più come missionari”) e poi la sua via alla santità (“Il bene fatto bene”).
“TANTO PIÙ” COME MISSIONARI E MISSIONARIE
L’Allamano ha detto ai suoi figli e figlie espressioni che possono impressionare per la loro forza.
Ne riporto una per introdurmi nella meditazione. Nella conferenza sulla formazione missionaria del 6 gennaio 1917: «Se un cristiano non deve cercare tutte le comodità, tanto più non deve cercarle un missionario».[2] Ci domandiamo: che cosa significa, nella mente del Fondatore, questo “tanto più”? Quanto l’Allamano dice ai missionari e alle missionarie vale analogicamente anche per quanti collaborano con essi, “tanto più” per coloro che intendono partecipare al loro spirito.
1. Convinzione di fondo. Pare indubbio che la motivazione di questo crescendo vada cercata nell’alta considerazione che l’Allamano aveva della missione e, quindi, della vocazione missionaria. Ecco le due ragioni che il Fondatore portava.
La prima è piuttosto una sua sensibilità personale, e cioè che l’identità del missionario realizza la stessa identità di Gesù. Il 15 ottobre 1915, parlando di S. Teresa d’Avila, ebbe a dire: «La condizione di missionarie è la condizione di maggior perfezione. Il Signore è Lui che l’ha scelta e se ci fosse stata una vita di maggior perfezione, una vita più scelta, avrebbe cercato quella là».[3]
La seconda ragione è di carattere più teologico e si fonda sull’effetto del mandato. L’Allamano la esprime anzitutto rifacendosi a 1Cor 3,9: “Dei agiutores sumus” [siamo collaboratori di Dio], nel senso indicato da S.Paolo: “né chi pianta, né che irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”.[4]
2. Il “tanto più” tocca tutta l’identità missionaria. Alle suore, nella conferenza del 19 agosto 1917, parlando della perfezione della carità, esclamava: «Amare il prossimo più di noi medesimi. Per un missionario ci deve essere il di più»[5]. E nella conferenza dell’8 settembre 1918, parlando della perfezione: «Se si tratta di una religiosa comune basta tendere alla perfezione. Ma se si tratta di una missionaria ci vuole qualche cosa di più»[6] Partendo da questa convinzione di fondo, il Fondatore applica l’indirizzo del “tanto più” a tutti gli ambiti della vita e dell’attività del missionario. Riporto alcuni esempi:
– La preparazione del missionario deve essere curata in modo speciale. Parlando del postulato e del non aver fretta di partire, il Fondatore diceva: «Se la Chiesa vuole si lunga prova in laici [si riferiva ai fratelli laici cappuccini], che staranno chiusi in un Monastero, quanto più per missionari, sacerdoti e coadiutori che…Via quindi la smania di partire…».[7]
– La santità del missionario deve essere “speciale”. Spiegando il “fine primario” dell’Istituto, il 16 novembre 1916, si domanda: «E quale dev’essere questa santità? Maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, distinta da quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionari dev’essere speciale, anche eroica ed all’occasione straordinaria da operare miracoli. Continuatori della missione degli Apostoli devono loro potersi applicare le parole di N. S. Gesù Cristo e le gesta operate nella loro vita».[8]
– La pietà mariana, nel missionario deve eccellere: «siamo figli di Maria Consolata (…). Se devono essere devoti di Maria tutti, tanto più i Sacerdoti, tanto più i Missionari».[9](la sottolineatura è del Fondatore stesso).
– La fede e l’amore verso Dio e il prossimo devono giungere al grado sommo. Parlando delle virtù “apostoliche”, il 6 febbraio 1920, il Fondatore prende lo spunto dalla memoria di S. Tito, nel cui “oremus” si legge: «lo hai arricchito delle virtù apostoliche», e si domanda: «Quali sono le virtù apostoliche? Le principali sono: 1) Una fede vivissima, vita di fede, affinché possiamo poi trasfonderla negli altri; 2) Amore ardentissimo a N. Signore; 3) Grande amore alle anime. Fede e amore fino al sacrificio, fino a essere pronti a dar la vita se è necessario».[10] Eccetera.
3. Il “tanto più” proposto ai partenti. Limitiamoci alle tre virtù ”importanti” che il Fondatore indicava ai/alle partenti. Dai ricordi che il Cafasso lasciava ai sacerdoti, al termine degli esercizi, l’Allamano prendeva lo spunto per dare l’ultimo messaggio ai missionari/e partenti: «Orbene N.S.G.C. nella sua Vita Apostolica esercitò a nostro esempio tre virtù principali, che sono come i caratteri dell’uomo apostolico. Lo dice il nostro Venerabile Cafasso, che lo predicò da questo altare [a S. Ignazio]. N.S.G.C. ebbe: lo spirito di preghiera, lo spirito di mansuetudine e lo spirito di distacco».[11] Sentiamo le proposte del Fondatore ai/alle partenti circa queste tre virtù speciali:
– Spirito di preghiera. L’Allamano immaginava i missionari e chi intende vivere lo spirito missionario “persone di preghiera”. Prendendo lo spunto dal Cafasso, diceva: «Il nostro Ven. Cafasso del Sacerdote, e noi diciamo tanto più del Missionario, diceva che doveva essere un uomo di preghiera[…]. Un sacerdote se non fa molta orazione, non è vero Sacerdote. E un missionario? Che volete che possa fare uno che non conosca nemmeno il mezzo che l’aiuti a tenersi unito a Dio?».[12] Il primo ricordo che lasciava ai partenti era proprio questo: «Siate uomini di orazione […]. Altrimenti, se non sarete uomini di orazione, sarete strumenti inetti della grazia di Dio…Intanto faremo del bene in quanto saremo uniti con N.S.».[13] Ecco la conclusione: «Abbiamo bisogno di pregare molto, anche ed appunto perché siamo missionari».[14] La preghiera è il “primo modo” di essere missionari.
– Spirito di mansuetudine. Per l’Allamano: «L’esperienza prova che i nostri missionari in tanto fanno del bene in quanto sono mansueti; e qualche fatto d’ira accaduto ha allontanato gli indigeni, dicendo il missionario padre cattivo”».[15] Il secondo ricordo che il Fondatore lasciava ai/alle partenti era: «lo spirito di mansuetudine, di carità, di pazienza» e commentava: «Ah, quanto è necessaria […]. Non se ne ha mai abbastanza. E quando dovremo avere questa mansuetudine? Sempre e con tutti […]. Allora il Signore benedirà le vostre fatiche!».[16] Alla mansuetudine si può ricollegare anche la “delicatezza” e la “pazienza”: «La nostra Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati».[17]
– Spirito di distacco, sacrificio, rinunzia. Il distacco è indicato come terzo ricordo importante ai/alle partenti[18]. «Un missionario che non abbia l’abitudine, lo spirito di mortificazione, non può niente»[19]. Il Fondatore mette in guardia contro il pericolo di trovare, anche senza volerlo, motivi per attaccarsi a piccole cose, pure in missione[20]. È convinto che il missionario deve essere “libero”: «Terzo ricordo: spirito di distacco…”Ma! Mi direte, che ci siamo distaccati dai parenti, da questa casa […] da tutti!…”, lo so! Ma fate ancora di più!…Distaccatevi anche da voi stessi, da tutte le comodità, e da tutte queste piccole miserie. Il signore penserà sempre a voi, come ha pensato allora agli Apostoli»[21]. Lo “spirito di sacrificio” entra in questo contesto. Esso è più necessario per un missionario, a motivo che la santità si ottiene con “grandi sacrifici”: «Ora se è tanto necessaria la vita di sacrificio per i semplici sacerdoti, che diremo dei missionari?»[22].
In conclusione, possiamo sentire come rivolte ad ognuno di noi quanto l’Allamano diveda direttamente ai suoi missionari e missionarie, perché questo è il suo spirito. Chi intende condividerlo, non guardi a chi sono rivolte le proposte di vita, ma quale è il loro contenuto.
«PRIMA SANTI, POI…»
Troviamo che la necessità di essere santi per essere missionari è una delle “intuizioni proprie” del Fondatore, non mutuate né da libri e né da maestri, ma solo dal Vangelo e dalla propria esperienza personale. E quindi assume un valore perenne di speciale originalità e forza per noi.
1. Il ministero del Fondatore per la santità dei suoi missionari. Ascoltiamo una sua espressione del 12 marzo 1911: «Io faccio mie e dei superiori queste parole di S. Paolo (si riferisce a 1Ts 4,1ss.): non credo di fargli ingiuria, ché egli le intendeva non solo di sé, ma anche di tutti quelli che l’avrebbero seguito nel ministero di santificare le anime; ed io ho il ministero di santificare le vostre anime »[23]. Questa è la vocazione del Fondatore alla quale è stato fedele in modo superlativo. Per noi essa comporta un impegno.
La ragione che ha convinto l’Allamano a proporre con insistenza la santità missionaria, oltre alla sua esperienza personale, è stata sicuramente di carattere apostolico. Ciò appare evidente nella sua pedagogia: «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre, battezzare, salvare anime; no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà»[24]; «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»[25]
2. Come esprimeva la sua pedagogia. Le espressioni con le quali l’Allamano esprimeva questo indirizzo pedagogico erano molte. Risentiamone qualcuna, come esempio di intensità spirituale. La più celebre: «Prima santi, poi missionari», che anche Giovanni Paolo II ci ha ricordato nel Messaggio per il centenario dell’Istituto dei missionari, è detta in tanti modi[26]. Il più conforme lo troviamo in una conferenza alle suore del 16.10.1921: «Siete qui per farvi sante. Non dire: “Io sono qui per farmi missionaria”, no, prima santa e poi missionaria»[27].
Altri modi di esprimersi sono: «Tutti i santi hanno voluto essere missionari»[28]. «Santi qui, come Missionari della Consolata, secondo lo spirito, le vedute, le regole dell’Istituto»[29]. «Santi adesso o mai più»[30]. Queste sono le espressioni più conosciute, ma ce ne sono molte altre, o variazioni di queste. Il Fondatore ce le ripete anche oggi.
3. L’identità di chi segue l’Allamano. Sappiamo che l’Allamano non ci propone l’ideale di santità in modo astratto o generico. La sua è stata una pedagogia “concreta” e “mirata”. Cioè ha insegnato “come” essere “santi missionari della Consolata”. Era convinto di avere uno spirito e un metodo e cercava di comunicarli. Il criterio generale lo aveva ereditato dal modello per eccellenza che è Gesù («Ha fatto bene ogni cosa»: Mc 7,37), assieme a Maria, specialmente nel mistero della Visitazione. I modelli umani erano specialmente S. Francesco di Sales e il Cafasso. L’indirizzo pedagogico era sostanzialmente questo: «Il bene fatto bene, nelle piccole cose, con costanza, senza scoraggiarsi». Sentiamo l’Allamano stesso in due testi, che ritengo tra i più illuminanti:
Il primo è ripreso dalla conferenza ai missionari del 2 luglio 1916, nel ritiro mensile, sulla “Visitazione di Maria SS.”: «Lo scopo di S. Francesco di Sales era che [le suore] conducessero una vita ordinaria, non aspre penitenze, non digiuni…[…]. Voi dovete condurre una vita ordinaria come la Madonna; sarà stato quello di assistere S. Elisabetta, […] accompagnare S. Giuseppe, […] guardare il bambino, quelle cose lì…in quei tre mesi, la Madonna ha fatto la vita ordinaria. Ha fatto tutto lo straordinario nell’ordinario. Come il nostro Venerabile si diceva che vivendo ordinariamente faceva le cose in modo straordinario. Così la Madonna, faceva come le nostre buone donne, che vanno ad aiutare le vicine, comperare, faceva quello che deve fare una buona donna in casa, come una buona serva. Perciò non faceva cose straordinarie, e S. Francesco non voleva che le sue suore facessero miracoli, ma solo bene le cose ordinarie»[31].
Il secondo testo appartiene alla conferenza alle suore del 6 marzo 1921, dopo il viaggio a Roma per la dichiarazione delle virtù eroiche del Cafasso: «Il Card. Bisleti era entusiasta del nostro Venerabile e diceva: “Io non ho mai visto un santo così”. Da ragazzo il Venerabile diceva: “Io non voglio farmi un santo da Messa, un santo da Breviario, ma un gran santo”. Ed infatti è stato costante in questo volere per tutta la vita. L’eroismo della sua virtù consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nel farsi violenza, nello star sempre lì fermo nel buon volere, nel non perder tempo: questo è roba nostra. Io ammiro ogni giorno più la vita di quest’uomo, perché non è andato a salti, no, è sempre andato diritto; la sua strada era quella e…avanti; e questo l’ha fatto per tutta la vita. Sempre la stessa fede, lo stesso amor di Dio e del prossimo; sempre prudente, sempre giusto, sempre temperante…non gli manca niente […], lui andava sempre avanti; faceva sempre tutto bene»[32].
In conclusione, dopo i suggerimenti dell’Allamano, possiamo sentire come rivolto a noi l’incoraggiamento della Chiesa nella “Redemptoris Missio” : «La rinnovata spinta verso la missione ad gentes esige missionari santi. Non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali […]: occorre suscitare un nuovo “ardore di santità” fra i missionari e in tutta la comunità cristiana, in particolare fra coloro che sono i più stretti collaboratori dei missionari»[33].
Note:
[1] NMI, n. 30.
[2] Conf. IMC, III, 18.
[3] Conf. MC, II, 666.
[4] Cf. Conf. IMC, I, 481, 650; III, 660.
[5] Conf. MC, II, 124.
[6] Conf. MC, II, 333.
[7] Conf. IMC, II, 30.
[8] Conf. IMC, I, 616 – 617. Cf. anche: Conf. IMC, I, 651; II, 62; III, 371, 664.
[9] Conf. IMC, I, 178).
[10] Conf. IMC, III, 394.
[11] Conf. IMC, I, 264: parole per la partenza di Don Morino, il 6 sett. 1908, nel Santuario di S.Ignazio.
[12] Conf. IMC, II, 417 – 418.
[13] Conf. IMC, III, 497: fervorino del 12 dic. 1920 per la partenza dei missionari P.C. Re e P. G:Borello.
[14] Conf. IMC, III, 722: 19 aprile 1925.
[15] Conf. IMC, II, 159: sulla mansuetudine, il 10 genn. 1915; cf. anche I, 240.
[16] Conf. IMC, III, 497: per la partenza, il 12 dic. 1920. Le insistenze del Fondatore su questo punto sono innumerevoli: Conf. IMC I, 58, 216, 218, 265, 339; ecc.
[17] Conf. IMC, III, 414: sulla buona educazione, l’11 aprile 1920.
[18] Cf. Conf. IMC, I, 266; III, 496, 498, 520.
[19] Conf. IMC, III, 635: 12 febbr. 1922 sulla “necessità di tendere alla perfezione”.
[20] Cf. Conf. IMC, I, 267; III, 498.
[21] Conf: IMC, III, 498: per i partenti, il 12 dic. 1920; cf. anche I, 267.
[22] Conf. IMC, I, 111-112: del 12 ott. 1906, sulla mortificazione. Il Fondatore invita a «non essere attaccati alle storielle»: conf. IMC, I, 627: sul fine secondario, il 7 dic. 1913.
[23] Conf. IMC, I, 385. Alle suore, il 23 dicembre 1915, concludeva: «Fondatevi di virtù sode per l’Africa…Io non voglio altro che voi, cioè i vostri cuori per santificarli ed aiutarli a santificarli»: Conf. MC, I, 262 - 263.
[24] Conf. IMC, I, 249-250. Ricordiamo come abbia modificato di suo pugno il testo del Direttorio del 1910: «Gli alunni […] abbiano sempre di mira […] di farsi santi e di rendersi idonei a salvare molte anime» in «[…] di farsi santi e così di rendersi idonei», evidenziando il legame tra santità e apostolato.
[25] Conf. IMC, I, 279.
[26] Cf Conf. IMC, I, 619; II, 82, 127, 375; III, 174, 258, 385, 478, 480, 659, 676.
[27] (Conf. MC, III, 290, 292; N.B.: questa doppia citazione appartiene alla stessa conferenza presa da due suore diverse e, tuttavia, la frase riportata è identica!; cf. anche MC, III, 16, dove ci sono parole simili.
[28] Cf. Conf. IMC, I,650; III, 370-371; 379; Conf. MC, II, 702-703; III, 10.
[29] Cf. Conf. IMC, I, 384-385; II,207, 210-211; Conf. MC, II, 33, 35.
[30] Cf. Conf. IMC, I, 384; III, 294; Conf: MC, II, 522, 525.
[31] Conf.IMC, II, 626.
[32] Conf. MC, III, 216.
[33] RMi, n. 90