Ritiro spirituale per Laici Missionari
INTRODUZIONE
Faremo due meditazioni sulla virtù teologale della fede.
“Teologale” perché è infusa, cioè l’abbiamo ricevuta nel Battesimo e accresciuta attraverso la vita di grazia (Cresima, Eucaristia, Matrimonio…). La fede non ce la diamo da soli, ma l’abbiamo come un dono. A noi tocca custodirla e svilupparla.
Vediamo questa virtù nei punti principali del Nuovo Testamento, soprattutto nelle parole di Gesù; poi proseguiremo vedendo il pensiero del beato G. Allamano.
LA FEDE NEL NUOVO TESTAMENTO
Solo alcuni punti tra i principali:
1. Oggetto della fede. L’oggetto della fede è il “mistero di Cristo”, che sostanzialmente consiste in questo enunciato: Dio lo ha risuscitato dai morti e lo ha costituito unico salvatore. La “Cristologia” di Paolo è molto ricca al riguardo. Eccone uno schema:
a. Per fede crediamo che Cristo «è stato messo a morte per i nostri peccati, ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione»: Rm 4,24; cf. Rm 10,9. La persona di Gesù è “decisiva” per chiunque vuole avvicinarsi a Dio. Questa è la nostra specificità, che non si deve rinunciare per nessun motivo. Neppure con la giustificazione del dialogo interreligioso.
b. Nessuno può dire: “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo»: 1Cor 12,3. Quindi il contenuto della fede non è questione puramente umana. Da soli non possiamo professare la fede in Gesù Signore. Da qui si comprende l’insufficienza di certe discussioni, anche moderne, di carattere razionale. Discutere razionalmente su Gesù è quasi inutile. A volte può essere fuorviante.
c. Il contenuto cristologico della fede (Cristo morto e risorto) è stato ricevuto da chi lo annuncia e va conservato intatto come è stato annunciato, senza modifiche: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto […]: cf. 1Cor 15,1-11. Dunque, la fede richiede coerenza e stabilità.
d. Di fronte a questo mistero «ogni ginocchio si pieghi […] e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre»: Fil 2,10-11. Ne consegue che la fede impegna.
2. Al di fuori di Cristo non c’è salvezza. Questa è una questione attuale: oggi, è importante che mettiamo in evidenza la figura di “Gesù unico Salvatore del mondo”. Il Magistero ha più volte riaffermato con forza questa verità radicata nella fede della Chiesa. Il motivo di questi interventi, oltre alla volontà di esprimere con coerenza la nostra fede, va visto nella necessità di precisare certe posizioni, non sempre ortodosse, riguardo la “Cristologia”. Probabilmente per giustificare la realtà del pluralismo religioso, alcuni teologi cattolici hanno cercato di approfondire il valore soteriologico di Cristo. Ne sono derivate diverse “Cristologie”. Alcune risultano molto interessanti ed espressione di inculturazione, mentre altre contengono visioni parziali o estremiste e non sempre coerenti alla fede cattolica. Ed ecco la fede cristiana come viene espressa attraverso quelli che Paolo chiama “le tre colonne” dalla comunità apostolica:
a. Pietro e Giovanni: ai capi del popolo a egli anziani che lo interrogavano, dopo aver affermato che la guarigione di un paralitico era avvenuta per opera di Gesù, Pietro, accompagnato da Giovanni, continua: «Questo Gesù è “la pietra che, scartata da voi, come costruttori, è diventata testata d’angolo”. In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati»: At 4,11-12. E dopo l’ingiunzione di non parlare più di Gesù: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; non possiamo tacere quello che abbiamo visto e udito»: At, 4,19-20. Non si può non ammirare la chiarezza e il coraggio.
b. Giacomo: secondo la sua caratteristica, vuole vedere i frutti della fede ed afferma: «Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? […]. Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa»: Gc 2,14.17. Giacomo non toglie nulla al valore decisivo della fede, ma chiede che sia una fede vera, cioè operativa, non solo fatta di parole.
c. Paolo: «Dio lo [Gesù] ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue»: Rm 3,25; «voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione»: 1Cor 1,30. L’entusiasmo di Paolo per Gesù “salvatore” universale si ha nell’inno in Ef 1,3-15, che merita di essere letto per intero. Per Paolo, in definitiva, credere è rispondere al Vangelo della salvezza: cf. Rm 3,1,16; 1Cor 15,1-2; Fil 1,27; Ef 1,13.
Da queste colonne dobbiamo ricevere un incoraggiamento alla fede: è Gesù il fondamento definitivo della fede. Se noi gli vogliamo bene, ci fidiamo di lui, la nostra fede è garantita. Il contenuto della fede non è una dottrina, ma una persona! Lo ha sottolineato Giovanni Paolo II nella Cost. Ap. “Novo Millennio Ineunte”, indicando il programma della Chiesa per il terzo millennio: «Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: “Io sono con voi!”» (n. 29).
Come conclusione bisogna almeno dire questo: il campo della fede non impegna la nostra intelligenza soprattutto in “ragionamenti”, ma in una “comunione” vitale con la Persona di Gesù, che è venuto per rivelare tutta la verità sul Padre. Perciò, per credere, prima di sforzarci in ragionamenti, dobbiamo piegare le ginocchia e chiedere luce. Senza la sua luce, camminiamo nelle tenebre cf. Gv 8, 12; 12, 46). I santi, prima di ragionare o discutere del Signore, lo amavano.
3. Per essere aiutati nella nostra incredulità. Mi introduco partendo ancora da Paolo, per sottolineare che la fede, oltre ad essere un dono dello Spirito, come esercizio è anche una conquista da parte nostra. Paolo è convinto che la fede quaggiù non è una luce perfetta: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa. […] Ora conosco in modo imperfetto»: 1Cor 13,12. La conoscenza diventerà perfetta solo dopo. Paolo parla di un “allora”, intendendo la beatitudine eterna: «ma allora vedremo faccia a faccia. […] allora conoscerò perfettamente»: 1Cor 13, 12.
Questa precisazione di Paolo ci fa capire che, vivendo di fede, non possiamo pretendere di avere delle “certezze” sulle cose che toccano il soprannaturale. D’altronde questo pensiero ha una logica: se la mente umana potesse avere certezze sulla terra, non sarebbe limitata, come invece lo è. C’è sproporzione tra l’umano e il divino.
Vediamo come nel Vangelo questa realtà emerge: Gesù non ci chiede sicurezze; ma chiede “fede”, cioè affidamento a lui che ci rivela la verità sul Padre e su di noi.
a. Se aveste. Gesù sa che non è facile avere la fede per la persona umana, perché la fede, come virtù teologale, è un dono infuso. A Gesù basta quel poco che il limite umano può impegnarsi a compiere: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe»: Lc 17,6.
La stessa parola comprensiva e realista, con qualche variante e in altro contesto, è riportata da Mt 17,20: «Se avrete fede pari ad un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati di qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile».
b. La “tua” fede. Un aspetto molto umano di Gesù, che ci incoraggia ad avere fede, è questo: a volte dalle sue parole sembra che il segno miracoloso sia frutto della fede del richiedente, piuttosto che del suo intervento: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va in pace», così dice Gesù alla donna che soffriva di emorragia e che lo ha toccato con fiducia: Mc 5,34; cf. Mt 9,22. Ugualmente: «La tua fede ti ha salvata; va in pace» alla peccatrice «quella specie di donna» che gli lavava i piedi con le lacrime e glieli asciugava con i capelli: Lc 7, 50. Ancora: «Alzati e va; la tua fede ti ha salvato» al decimo lebbroso guarito che è tornato indietro a ringraziarlo: Lc 17,19.
A Giairo, capo della sinagoga, che lo implorava a guarire la sua figlioletta, nonostante che fosse giunta la notizia che la figlia era morta, Gesù dice: «Non temere, continua solo ad avere fede»: Mc 5,36. Anche questo è un tratto di somma umanità: Gesù incoraggia a fidarsi di lui!
Come si vede, sembra che Gesù faccia piccoli passi con noi e ci lodi più del necessario, come fa una mamma con il bambino che impara a camminare. Gesù non umilia l’incapacità della persona, ma indica quel poco che è riuscita a fare per poter progredire oltre. In fondo, il Signore si accontenta dello sforzo che facciamo di fidarci di lui, anche senza troppo comprendere.
c. Aiutami. Ci sono episodi dove la fragilità umana e la comprensione di Gesù arrivano al massimo livello e costituiscono il nostro più grande incoraggiamento. Prendiamo in esame l’episodio del ragazzo epilettico, che i Sinottici descrivono subito dopo la Trasfigurazione. La redazione più completa è quella di Mc 9,14-27 (mentre Mt 17,14-21 e Lc 9,37-43 sono più succinti), che riporta il dialogo tra Gesù e il padre del fanciullo. Dopo avere spiegato a Gesù da quanto tempo accadono i fenomeni della malattia, il padre lo implora: «Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci!» (v 22). Gesù non accetta questo condizionale, perché vuole fiducia e non dubbio. Non chiede che il padre capisca, ma che si fidi di lui. In questo senso va compreso il suo commento: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede»: v. 23. Si vede che è Dio che risponde allo sforzo di chi si fida!
È la risposta conclusiva del padre che diventa esemplare per noi: «Credo, aiutami nella mia incredulità»: v. 24. Afferma di fidarsi, ma teme di non fidarsi abbastanza, perché sente che psicologicamente l’incertezza o il dubbio non scompaiono del tutto.
Vediamo il pensiero di Giocoso, il quale, pur scrivendo della “sapienza”, ci offre un criterio pratico anche per la fede: «Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni» (Gc 1,5-8).
4. Fede come adesione della volontà. La fede, dunque, non è evidenza, ma impegno. In definitiva, come impegno nostro, la fede si riduce a volere credere. Non è un volere “cieco”, emesso “alla rinfusa”, o “senza fondamento”. È un volere che si fonda sulla conoscenza della persona di Gesù e sull’amicizia con lui. La conoscenza ci fa capire che lui può tutto e che non ci inganna. Tutto ciò che afferma o promette è verosimile, realistico, non utopico. L’amicizia con Gesù ci pone in una situazione di “affidamento” proprio di chi vuole bene. Non sa neppure perché, ma si fida.
I santi non avevano evidenze. Si pensi agli anni di aridità, di “notte oscura” di personaggi come Teresa d’Avila, la stessa S. Teresa del Bambino Gesù. Eppure hanno voluto tenacemente perché conoscevano Gesù fino in fondo e gli volevano molto bene.
La conclusione è semplice e corrisponde all’esperienza che emerge dal Vangelo: Gesù non pretende di farci comprendere il soprannaturale. Quando spunta qualche barlume di soprannaturale, Gesù si affretta a precisare che ciò è frutto della rivelazione del Padre, non del sangue o della carne (cf. Mt 16,17). Per ora gli basta che vediamo come in uno specchio (come quelli opachi del tempo di Paolo). Chiede però lo sforzo di fidarsi di lui. Questo sì che è indispensabile! Fede come volere, non come capire, sentire. E se ci fidiamo, il Signore ci fa sperimentare che merita fidarsi di lui. Una parziale esperienza che il soprannaturale è presente e ci tocca è possibile a tutti, anche su questa terra.
LA FEDE NELLO SPIRITO DI G. ALLAMANO
Il Fondatore segue il pensiero di S. Agostino che la perfezione cristiana è come un edificio che si deve costruire: «Fondamento è la virtù della fede, si erige colla speranza e si perfeziona colla carità».[1] La fede è il “fondamento” della vita cristiana. Limitiamo la nostra riflessione sui punti principali di questo fondamento, seguendo lo spirito dell’Allamano.
1. La fede è “necessaria” per vivere da cristiani. Su questo aspetto seguiamo il suo manoscritto preparato per la conferenza del 17 novembre 1918, dal titolo: “La fede fondamento della santità”. Dopo avere riportato il pensiero di S. Agostino sulle tre virtù, il Fondatore prende in esame la fede e dice: «La virtù della fede è necessaria per piacere a Dio e salvarci: “Senza fede è impossibile piacere a Dio” (Eb 11,6). Questa fede senza alcun nostro merito la ricevemmo nel S. Battesimo, che ci ricostituì nell'ordine soprannaturale, in cui erano i nostri primi padri prima del peccato originale. Questa fede dovrete infondere in tanti milioni di pagani che ancor non l'hanno […]. Vedete la preziosità della S. Fede per noi e per gli altri; e voi fortunati per questa missione».[2]
Qui entriamo nel mistero: si tratta di “fidarci di Dio”, che si è rivelato in Cristo. Come dice S. Paolo, che «Nessuno può dire: “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3). Quindi, il contenuto della fede non è questione puramente umana. Da soli non possiamo professare la fede in Gesù Signore. Da qui si comprende l’insufficienza di certe discussioni, anche moderne, di carattere razionale. Discutere razionalmente su Gesù è quasi inutile. A volte può essere fuorviante. Per cui diventa importante il secondo punto dell’insegnamento del Fondatore, cioè vedere quali sono i mezzi per vivere la fede. Difatti l’Allamano dice: «Ma specialmente per noi è necessaria la Fede, non solo come abito ricevuto nel S. Battesimo; ma perfezionata cogli atti che rendono ognor più formata la virtù […]; mantenerla e perfezionarla».[3]
2. Mezzi per vivere la fede. L’Allamano, nella conferenza citata, suggerisce due mezzi. Vediamoli separatamente.
a. Domandare la fede nella preghiera. Seguiamo come ha sviluppato il suo pensiero nella conferenza citata: «Prima di tutto [la fede] è un dono di Dio, quindi bisogna domandarlo. N. Signore ci ha fatto vedere la necessità che abbiamo di domandare la fede. Prima di cacciare il demonio dal figlio di quell'uomo ha voluto che credesse; e colui ha detto: “Credo, aiutami nella mia incredulità (Mc 9,24). Credo, ma ancora poco...”. Così noi dobbiamo dire sovente al Signore: Signore, aiutami a credere; se credessi proprio, farei diverso. Altre volte si può dire: “Aumenta la nostra fede! Son freddo...”. Altre volte: “Dammi un aumento di fede”, come ci fa dire in qualche Oremus la Chiesa».[4] Quindi, per il Fondatore, un primo atteggiamento è di non fidarsi dei nostri sforzi, ma di affidarsi a Dio e chiedere la fede nella preghiera.
Il Fondatore continua portando l’esempio di alcuni modelli: «S. Agostino si dilettava a ripetere il Credo parola per parola. S. Antonio ai suoi alunni parlava sempre della fede — guardate la fede dei martiri, ecc. E gli altri si stuccavano, e tuttavia S. Antonio che ne conosceva l'importanza, ripeteva sempre: Ravvivate la fede! non parlava d'altro»[5].
In altre occasioni porta l’esempio dei SS. Pietro e Paolo, con parole fortissime, prese letteralmente dal vangelo o dalle lettere e conclude: «Dunque questi due santi ci sono un esempio nella vita di fede».[6] Il Fondatore si riferisce alle risposte di Pietro quando Gesù domanda chi dice la gente che lui sia, oppure quando, dopo la promessa dell’Eucaristia, chiede se anche loro vogliono andarsene. Qui mi piace collegarmi con la risposta coraggiosa di Pietro al Sinedrio: «[…] noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Per Pietro e gli apostoli era l’esperienza della risurrezione di Gesù che infondeva sicurezza. Con questa luce e forza interpretavano quanto avevano udito e visto durante la vita di Gesù. Notiamo, anche per loro la fede era un dono reso stabile solo dopo la Pentecoste.
b. Amare e studiare la fede. Il secondo mezzo per vivere di fede è espresso dal Fondatore con accentuazioni diverse. Nel manoscritto della conferenza dice: «Amare le verità della fede, studiarne la bellezza, la ragionevolezza, i benefici che ne derivano pel tempo e per l’eternità».[7] Si noti il verbo “amare”; quindi pensa ad un’adesione del cuore e non solo della mente o della volontà.
Nella conferenza ripresa dagli allievi si limita a dire: «Secondo mezzo: Studiare le verità della fede, studiarne la ragionevolezza, i benefizi».[8] Si comprende l’insistenza del Fondatore sullo studio, trattandosi di allievi che frequentavano il corso teologico.[9] Tuttavia, quanto poi suggerisce serve a tutti, non solo per lo studio, ma per ogni riflessione riguardo ai contenuti della fede. I suggerimenti che il Fondatore dà riguardo al modo di riflettere sui contenuti della fede sono soprattutto questi: «[…]. Ma studiare queste verità con umiltà, con semplicità e sotto la guida della S. Chiesa».[10]
– Con umiltà: chi si fida è necessariamente umile. L’Allamano suggerisce: «Con umiltà. Dice bene l’Imitazione di Cristo: Che cosa giova… e così altre frasi di seguito. […]. Guardate, tutti gli eresiarchi, dai primi secoli della Chiesa fino ai nostri modernisti, hanno perso la fede perché mancavano di umiltà».[11]
Il Fondatore ci suggerisce indirettamente di non meravigliarci dei dubbi che possono venire, perché sono frutto della nostra inadeguatezza (sproporzione tra la nostra ragione e il livello soprannaturale delle verità rivelate), ma di fidarci di colui che ci ha rivelato. Fidarsi della parola di Gesù e della fede della Chiesa che ce la tramanda.
– Con semplicità: chi si fida non tende ad “arzigogolare”: «Con semplicità. S. Agostino diceva: “Sorgono gli ignoranti [indocti = non dotti] e rapiscono il regno dei cieli, e a noi, con la nostra dottrina, lasciano la terra”. S. Anselmo diceva: “Non bramo intendere per credere, ma credo per intendere”. […]. Certo, non bisogna credere senza autorità, e anche senza ragioni, ma […] quando uno è verace, allora si crede. Ma ci vuole semplicità. N. Signore ha detto: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). S. Tommaso dice così: La fede non è solo nell’intelletto, ma anche nella volontà, e non la ragione, ma la volontà ci determina a credere».[12]
– Sotto la guida della Chiesa: «Il nostro studio potrà formarci alla fede teologica, ma non cattolica, se non crediamo perché propostoci dalla Chiesa».[13] La sostanza di questo suggerimento del Fondatore ci invita a fidarsi della “Tradizione”, assistita dallo Spirito Santo. L’infallibilità non è solo appannaggio del Papa, ma anche dell’universalità della Chiesa, come dice il Vaticano Secondo: «La totalità dei fedeli che hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo (cf. 1Gv 2,20 e 27) non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà che gli è particolare mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo, quando “dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici” esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di costumi».[14]
3. Andare al pratico. L’Allamano, oltre a suggerire i mezzi per vivere la fede, spesse volte va al pratico e insegna dove e come vivere la fede. Mi limito ad evidenziare due aspetti, con i quali concludo:
– Comunione con il Papa: al tempo del Fondatore c’era tensione a motivo della questione romana tra Governo italiano e Santa Sede. I suoi consigli di piena comunione e adesione al Papa, però, sono sempre validi e fanno parte delle nostre caratteristiche. Ecco una delle sue tanti espressioni: «Noi poi nelle nostre regole abbiamo anche queste parole: (legge sulle Costituzioni l'articolo 36 al C.X.). Non potevamo dire di più, perché tutto l'Istituto e ogni individuo sia attaccato alla S. Sede. “Ubi Petrus ibi Ecclesia [dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa]”. Chi non sta attaccato alla Chiesa è impossibile che stia attaccato; si staccherà da sé. Quindi certa gente ai nostri tempi, che vogliono sempre parlar male del Papa, che lui non deve entrare in politica. Costoro vogliono sempre dire qualcosa, e non pensano che anche in queste cose il Papa ha un'assistenza particolare. Anche nelle cose di pietà certuni trovano da criticare, ed è perché mancano o d'umiltà, o di semplicità, o di subordinazione. Questa gente che sentono o dicono male del Papa bisogna evitarla».[15]
– Delicatezza per le cose sacre: dal nostro modo di comportarci si vede che tipo di fede abbiamo: se siamo superficiali, trasandati, grossolani, oppure fini, attenti, delicati. Ecco un esempio raccontato dal Fondatore: «Un Vescovo (deve essere Mons. Gastaldi, come disse una volta), una volta visitando una Chiesa interpellò il Parroco, perché celebrando aveva veduto sull'altare un corporale poco pulito, e anche dentro il Tabernacolo: “
— Lei crede alla presenza reale di N. Signore là dentro?
— Ma Monsignore mi fa un torto!
— No, no, dica se crede o no! — Altro che ci credo!!
— Se non ci credesse, disse il Vescovo, sarebbe meno male, e capirei... ma credere e trattarlo poi cosi!...”.
Se interrogassi io ciascuno di voi a uno a uno, se crede veramente a N. Signore nel SS. Sacramento...; potrei poi dire perché quella genuflessione tanto mal fatta... perché quelle distrazioni apposta... perché quella noia alla Visita... quel non ricordarsi di N. Signore durante il giorno? Non basta avere una fede soltanto astratta, bisogna averla in pratica».[16]
Conclusione: È pure interessante lo schema della conferenza del 2 maggio 1920 sulla “Fede”, che segue l’abituale pensiero del Fondatore, ma con qualche elemento interessante in più. Parla di «tre doveri riguardo la fede», che sono: «1° Ringraziare il Signore che ce l’ha data gratuitamente, senza nostro merito. – 2° Apprezzare il dono della fede che è in noi, e in riconoscenza a Dio procurare di spargerla fra coloro che non l’hanno. […]. 3° In terzo luogo questa fede bisogna accrescerla, aumentarla, fomentarla. […]. E come fare per aumentare questa fede, fondamento di tutte le virtù?».[17] E qui ripete i tre mezzi già visti, che per lui sono infallibili: domandarla nella preghiera e studiarla con umiltà e semplicità, sotto la guida della Chiesa.
Note:
[1] «Domus Dei credendo fundatur, sperando erigitur, dirigendo solidatur»: Conf. IMC, III, 258; cfr. anche: Conf. IMC, I, 453.
[2] Conf. IMC, III, 258. Nella conferenza dello stesso giorno alle suore così si esprime: «La fede è necessaria per salvarsi. Se è il fondamento della casa bisogna che ci sia questa fede, perché se non mettiamo forti pietre sotto la casa per farla venir su bene, va poi in aria. Questa fede bisogna che ci sia per la nostra santificazione. Noi questa fede l’abbiamo ricevuta nel S. Battesimo, ma questo non basta; bisogna che la vivifichiamo, bisogna farla vivere, tenerla, esercitarla»: Conf. MC, II, 419.
[3] Conf. IMC, III, 258.
[4] Conf. IMC, III, 261.
[5] Conf. IMC, III, 261. Nella conferenza dello stesso 17 novembre 1918 alle suore, intitolata “Fede, fondamento della santità”, il Fondatore riporta più o meno la stessa dottrina. Riguardo al consiglio di recitare il “Credo”, così si esprime: «S. Agostino raccomandava tanto di recitare il Credo. Nel Credo ci sono tutte le principali verità della fede. Recitatelo adagio, gustatelo, così otterrete sempre più l’abbondanza della fede»: Conf. MC, II, 420.
[6] Conf. IMC, II, 329.
[7] Conf. IMC, III, 259.
[8] Conf. IMC, III, 261.
[9] Nella conferenza alle suore dello stesso giorno, invece, dice: «Bisogna amarle le verità della fede. Studiarne la ragionevolezza, la bellezza, i benefici che derivano da questa fede, sia per il tempo che per l’eternità»: Conf. MC, II, 420. Sono le stesse parole del manoscritto.
[10] Conf. IMC, III, 259.
[11] Conf. IMC, III, 261. La frase citata dal Fondatore è: «Che ti serve sapere discutere profondamente della Trinità, se non sei umile, e perciò alla Trinità tu dispiaci? Invero, non sono le profonde dissertazioni che fanno santo e giusto l’uomo; ma è la vita virtuosa che lo rende caro a Dio. Preferisco sentire nel cuore la compunzione che saperla definire»: De Imitazione Christi, ap. I, 1. Anche alle suore raccomanda questi primi capitoli dell’Imitazione: Conf. MC, II, 423.
[12] Conf. IMC, III, 261-262. Parlando della semplicità nella fede alle suore, il Fondatore dice: «Quelli che vogliono essere tanto saputelli… Certa gente che ha questi dubbi contro la fede solo perché vuol sofisticare, vien da dir loro: Ma siete voi che li cercate… Quando uno ha questi dubbi, non so come faccia a far la visita a Gesù Sacramentato… Il diavolo mette subito mille pensieri in testa. Come si fa a mandarli via? Come si fa ad aver quell’intimo commercio col Signore se si va a sofisticare su questo e su quello? Non vogliate sapere più di quanto è necessario sapere… non avere la mania di voler sempre scrutinare… fare delle obiezioni… Sapere quel che si può e basta»: Conf. MC, II, 425.
[13] Conf. IMC, III, 259.
[14] LG, 16.
[15] Conf. IMC, III, 262. L’art. 36 delle Costituzione del 1909 dice così: «I Missionari professano piena sottomissione e devozione alla Santa Sede ed alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide; e perciò si faranno sempre uno stretto dovere, non solo di osservarne le prescrizioni, ma di uniformarsi in tutto allo spirito ed indirizzo in qualsiasi modo manifestati».
[16] Conf. IMC, II, 329.
[17] Conf. IMC, III, 418 – 419.