Ritiro spirituale per Laici Missionari
INTRODUZIONE
Imposteremo le nostre riflessioni sulla “consolazione”. Che cosa significa? Di per sé, per “consolazione” si intendono diversi aspetti, che compongono una stessa realtà e che toccano la persona, come: conforto, sollievo, serenità, gioia, speranza, coraggio, ecc. Per cui, “consolare” è donare conforto, sollievo, serenità, ecc. Ma per l’Allamano, il termine “consolazione” ha una connotazione “caratteristica”, che riguarda direttamente l’identità del missionario e della missionaria, sia come persone umane e sia, soprattutto, come apostoli. La “consolazione” per l’Allamano è contemporaneamente terrena e soprannaturale; non c’è dualismo, perché la persona è una realtà unitaria.
In questo ritiro, partendo dall’Allamano come maestro e guida, rifletteremo sulla “consolazione”, intendendola sia come il nostro “modo di essere” (la nostra identità, siamo persone “consolate”) e sia come la nostra presenza e “azione” (siamo persone che portano “consolazione”).
L’ALLAMANO UOMO E SACERDOTE “CONSOLATO”
Anzitutto, guardiamo per un istante lui, nel suo modo di essere uomo e sacerdote “consolato”. Prima di donare la “consolazione” o di insegnare agli altri come essere apostoli della consolazione, l’Allamano ne ha vissuto l’esperienza, partendo dalla sua speciale comunione con Maria sotto il titolo di “Consolata”. Egli usa abitualmente la parola “consolazione” e la dice con sfumature diverse, che si spiegano nel contesto del suo discorso. È divenuto maestro e testimone autentico di “consolazione” e la sua dottrina e testimonianza godono della garanzia della sua santità.
È evidente, anzitutto, che l’Allamano è un uomo e sacerdote “consolato”, altrimenti non potrebbe né insegnare e né donare “consolazione”. Si nota in lui una specie di “pienezza interiore”, di “serenità”, di “stabilità”, di “gioia spirituale”, di “entusiasmo giovanile”, non tanto per le sue magnifiche realizzazioni, quanto per ciò che sentiva dentro, per quello che era. Realisticamente riconosceva che Dio aveva benedetto, oltre ogni aspettativa, le iniziative cui aveva posto mano, però riconosceva pure che lui aveva sempre detto di sì a Dio, attraverso l’ubbidienza ai suoi superiori. In questo senso, l’Allamano si sentiva davvero un uomo “senza vuoti”, “realizzato”, in una parola: “consolato”! Lui stesso confessava che gli anni trascorsi al santuario erano stati: «[…] quarant’anni di consolazione. Non è che non abbia avuto da soffrire; lo sa Iddio quanto! Ma lì, ai piedi della Consolata, si è sempre aggiustato tutto». [1]
Le fonti principali da cui l’Allamano attingeva la “consolazione” per viverla e per trasmetterla sono sicuramente la sua comunione con la persona di Gesù e di Maria SS., e la sua costante ricerca di luce nella Parola di Dio; in sintesi, l’elevato grado di spiritualità cui era giunto. Non è il caso di illustrare direttamente questi aspetti, perché li riprenderemo parlando del suo insegnamento ai missionari e alle missionarie. Invece, ci sono alcuni elementi dai quali l’Allamano confessa di trarre “consolazione”, che meritano di essere evidenziati, perché sono di insegnamento per noi.
1. “Consolato” per avere compiuto la volontà di Dio. Il primo motivo per cui si sente “a posto” di fronte a Dio ed a se stesso è la coscienza di aver sempre camminato per la strada indicata dalla volontà divina. Nella conferenza alle missionarie il 13 maggio 1917, parlando dell’indifferenza, così si esprime: «Io vi dico che la mia più bella consolazione è d’aver sempre fatta la volontà di Dio».[2] La manifestazione più esplicita di questa sua certezza si ha nella sua lettera circolare per il 50° di sacerdozio: «Se al mio posto fosse stato un santo quanto maggior bene avrebbe operato, ed acquistatisi più meriti! Mi consola però che cercai sempre di fare la volontà di Dio riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il secreto mio fu di cercare Dio solo e la Sua Santa Volontà, manifestatami dai miei
Superiori. Questa fu ed è la mia consolazione in vita, e sarà la mia confidenza al Tribunale di Dio. Non credo superbia propormi a vostro esempio e modello nella virtù dell’ubbidienza. Credetemi: Vir obediens loquetur victoriam [l’uomo obbediente canterà vittoria]».[3]
Anche i suoi figli e figlie se ne sono resi conto e ne hanno dato testimonianza. Riporto due deposizioni al processo per la beatificazione. La prima è di sr. Giuseppina Tempo: «Diceva: “Di una cosa posso essere tranquillo, ed è di aver sempre fatta la volontà di Dio. Questo mi consola”».[4] La seconda è di sr. Maria degli Angeli Vassallo: «Soleva dire: “Vi dico che la mia più bella consolazione è di aver sempre fatto la volontà di Dio”. Altre volte poi ci manifestava questo suo proposito: “Voglio poter morire colla consolazione di ave sempre fatto la volontà di Dio”».[5]
Quindi, sotto questo aspetto, l’Allamano diventa modello di fedeltà alla volontà di Dio. In forza di questa fedeltà la persona è interiormente pacificata, perché non guarda tanto al risultato delle proprie opere, quanto al fatto di essere stato in sintonia con il progetto di Dio!
Tra tutte le opere che l’Allamano ha compiuto “solo” per obbedienza alla volontà di Dio, emerge la fondazione degli istituti missionari, l’educazione dei missionari e missionarie e l’accompagnamento dello sviluppo delle missioni. Vediamolo più nei dettagli qui di seguito.
2. “Consolato” nel trasmettere, in modo genuino, il carisma missionario. Una seconda fonte di consolazione dell’Allamano è quella di essere stato fedele alla propria vocazione di “fondatore”. Anche se lui non gradiva questo titolo, perché la vera “Fondatrice” era la Consolata, tuttavia era “geloso” riguardo al suo spirito. Era convinto che toccava a lui trasmettere lo spirito, conforme all’ispirazione originaria che aveva ricevuto da Dio. Le sue espressioni: «lo spirito lo dovete prendere da me», «io darò il mio spirito a chi è unito a me», ecc. sono risapute. Indicano coerenza spirituale.
Constatare che veramente i missionari seguivano questo spirito originario era per l’Allamano una consolazione interiore e lo manifestava. Praticamente riconosceva che Dio si compiaceva dell’Istituto. Incomincia a dirlo ai primissimi, mentre erano ancora a Torino, in uno scritto del 28 luglio 1901: «Anzitutto godo di dichiararvi, che i vostri principi mi sono di vera consolazione. Il vostro buon animo, la carità vicendevole e lo spirito di sacrificio, di cui siete animati, promettono bene della nostra opera. Deo gratias!».[6] Lo esprime poi altre volte, confermando che l’intesa dei suoi figli e figlie con il suo spirito e, quindi, con l’ispirazione originaria era garantita. Al p. T. Gays, in Kenya, l’8 dicembre 1909 non si è vergognato di scrivere: «Talora piansi di consolazione nel sapere il buon spirito che regna tra voi».[7] Alle suore, durante un corso di esercizi spirituali, il 14 luglio 1916: «Tenete presente che la miglior consolazione che mi date è di sapervi santamente allegre in Domino, ubbidienti, e piene di vicendevole carità, nel pensieri, nelle parole e nelle opere».[8]
L’Allamano è, dunque, modello di coerenza alle ispirazioni divine. Se uno è attento a ciò che Dio ispira gode di una luce, pace e forza speciali, che l’Allamano chiama consolazione. E questo vale a maggior ragione se segue l’impegno per realizzare i progetti, conforme all’ispirazione. Non basta dire di sì, bisogna impegnarsi per realizzare il sì pronunciato.
3. “Consolato” nel constatare che la missione si realizza secondo il progetto ispirato. In una magnifica lettera circolare del 27 novembre 1903 ai missionari in Kenya, l’Allamano ricordava l’inaspettata grazia di aver ricevuto un territorio da evangelizzare e fa questo commento: «Partiti voi quattro primi per l’Africa nel maggio 1902, unicamente fidenti in quel Signore che manda in ogni tempo i suoi apostoli, aveste la consolazione di vedere come aperta la via dinanzi a voi e di trovarvi in un campo inaspettato, che la nostra celeste Patrona, la Consolata, teneva riservato ai suoi figli».[9]
Fin dal 1904, a P. F. Perlo, superiore del gruppo in Kenya, l’Allamano scriveva che le speranze suscitate dai nuovi arrivati e le notizie sulla buona sistemazione delle missioni gli arrecarono «grande consolazione».[10] E di mano in mano che la missione si sviluppava, l’Allamano seguiva, consigliava ed approvava. Ciò che più lo confortava, però, era la constatazione che lo spirito infuso rimaneva saldo. Così scriveva nella circolare del 6 gennaio 1905 ai missionari in Kenya: «Che questo studio della propria santificazione, grazie a Dio, sia stato finora in cima ai vostri pensieri, me lo provano le sapienti conclusioni delle vostre conferenze del passato marzo. Il vostro caro Superiore di costì, vi avrà già detto quanta consolazione io provai nel leggere quelle deliberazioni e nel constatare che lo Spirito Santo vi aveva in ciò visibilmente assistiti ed illuminati. Rilette poi e meditate a mio agio quelle risoluzioni le trovai pienamente meritevoli della mia approvazione».[11]
In definitiva, lo spirito con cui l’Allamano viveva e seguiva la missione dei suoi figli è stato sintetizzato nella circolare indirizzata ai missionari del Kenya, dopo il ritorno del Confondatore, can. G. Camisassa, il 21 luglio 1912: «Se il felice ritorno del sospirato Vice Superiore fu un momento di gioia per me e per tutti dell’Istituto, maggior consolazione dovevano recarmi e mi recarono le belle notizie che egli mi ha dato man mano in lunghe conferenze riguardo l’andamento generale delle missioni, ma principalmente sul buon spirito da cui siete sempre animati come religiosi e come missionari».[12]
Dunque, l’Allamano ci insegna ad essere fedeli al suo spirito, che è quello ricevuto da Dio. Essere fedeli a lui significa essere fedeli al progetto di Dio, e quindi a Dio stesso. Questa fedeltà è prioritaria. Solo così è garantita la genuinità della persona che lavora per il regno. Fuori da questo spirito non si cammina sulla strada tracciata da Dio. Quando i missionari e le missionarie vivono questa coerenza sono motivo di “consolazione” per Dio e per l’Allamano. Qui mi piace far notare un aspetto caratteristico della paternità dell’Allamano. Che cosa significano espressioni come queste: «Ed ora prego il Signore di benedire i miei cari missionari, la mia principale speranza e consolazione»;[13] «Le vostre lettere collettive al termine dei S. Sp. Esercizi mi giunsero ben gradite, e mi furono di vera consolazione»;[14] «Sii tu una mia consolazione ad onta delle tue miserie»[15], e altre simili? Lui si sentiva affettivamente legato ai missionari e alle missionarie e questo legame gli riempiva lo spirito. La ragione di fondo, però, di questo legame era la certezza che lui e i suoi figli e figlie formavano quella famiglia missionaria, che era scaturita dall’amore di Dio e della Consolata.
C’è una riflessione globale da aggiungere: l’Allamano, come sacerdote “consolato” ha necessariamente sentito la necessità di comunicare questa pienezza interiore, frutto della sua comunione con Dio. Da qui si spiega il suo zelo apostolico e, soprattutto, la sua vocazione missionaria e di fondatore. Non poteva tenere dentro quello che era ed aveva.
L’Allamano ci insegna ad essere coerenti al nostro carisma. Così percepiamo il beneplacito di Dio e il nostro spirito gode di quella “consolazione” che rende la nostra vita piena e soddisfatta: non ci manca nulla! Anche per noi da qui parte l’impulso per la missione.
L’ALLAMANO INSEGNA COME ESSERE “CONSOLATI”
Possiamo affermare, senza timore di errare, che l’Allamano è un maestro di “consolazione”. Quante volte, mentre parla, esclama: «Fate come me»; oppure: «Provate anche voi», ecc. In questo senso si propone come modello di “consolazione” Esaminiamo i principali consigli che l’Allamano dà come educatore di missionari e missionarie.
1. Prendere la “consolazione” da Gesù. Dopo avere ricordato ai due partenti del 24 gennaio 1905 che Gesù ha promesso di essere con i suoi fino alla fine del mondo, continua: «e voleva dire: non temete delle vostre deboli forze e delle difficoltà dell'impresa; non siete soli, ma io sono con voi...; non scoraggiatevi nelle difficoltà, nelle prove, nei disinganni che vi aspettano; io sarò...; Sarò con voi non solo di tanto in tanto, ma tutti i giorni e tutte le ore del giorno. Come fui cogli Apostoli e li resi forti sino al martirio, e coi missionari dei secoli passati, così sarò pure con voi... Qual motivo di consolazione... ! Sta a voi stare con Gesù - presso il Tabernacolo, come S. Francesco Saverio e dovunque... Felici voi se "ego ero merces tua magna nimis..." [io sarò la vostra grande ricompensa]».[16] Come si vede, in questo contesto, “consolazione” è sinonimo di coraggio, non perdersi d’animo, fortezza apostolica. Per l’Allamano, il missionario e la missionaria sono autentici (una “garanzia” per la gente) in proporzione all’intensità del loro rapporto con il Signore.
La “consolazione”, per il missionario, deriva pure da una “fede semplice”. Dopo aver invitato ad essere umili nello studio della teologia, evitando lo sbaglio dei razionalisti e dei modernisti, l’Allamano, esclama: «Un missionario che non abbia quella fede semplice, da trovare la sua vera consolazione ai piedi del SS. Sacramento, come S. Francesco Zaverio, che farà?».[17] «La consolazione più bella che potete avere in Africa, è la visita; se invece non sarete soliti, starete melanconici, non vi ricorderete di Gesù».[18]
Per l’Allamano non c’è dubbio che Gesù sia la “prima” fonte di consolazione. Perciò, chi segue la sua spiritualità, deve trovare la propria stabilità interiore prima di tutto in Gesù. La vita eucaristica garantisce l’identità del cristiano, tanto più del missionario. Nel manoscritto della conferenza del 13 giugno 1915 sull’Eucaristia, si legge questo invito: «Voi, miei cari, fondatevi nella continua presenza di Gesù Sacramentato in voi e nei S. Tabernacoli. Quanta forza e consolazione ne ritrarrete in Missione nelle vostre difficoltà e pene…».[19] Parlando, poi, fa una digressione sugli amici di Giobbe, che invece di confortarlo, gli sono diventati di peso, e spiega: «Molti non sono buoni a dare la vera consolazione. Solo N. Signore sa dare la vera consolazione, affinché si vada a cercarla da lui, od almeno mentre si va a cercare da tutti si vada anche da lui. E N. Signore dice: andate a cercarla da tutti, ed io sono sempre l'ultimo! E si lamenta che andiamo di qua e di là, e ci dimentichiamo di lui. Ci dimentichiamo di andare nel suo Cuore che è vero consolatore. Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis... [venite a me tutti, voi che siete stanchi ed affaticati…]. Gesù Sacramentato è particolarmente fonte di unica e vera consolazione. E anche in Africa, quando verranno i giorni neri. Gesù è là nella capanna. Invece di stare lì a “magunè” si ha il Signore a due passi, ma ci vuole fede pratica, viva. E il Signore ci piace e uno si sente subito sollevato».[20]
2. Maria fonte di consolazione. Come al solito, dopo Gesù, per l’Allamano la Madonna è il modello per eccellenza. Solo che, nell’aspetto della consolazione, la Madonna assume un significato speciale, a motivo del titolo di Consolata. Il pensiero dell’Allamano è lineare: la Madonna, prima di essere “Consolatrice”, è stata “Addolorata” e, quindi, ha dovuto essere lei stessa “Consolata”. Così l’Allamano insiste sul dovere che abbiamo di consolare la Madonna: «Noi che siamo figli della Consolata abbiamo speciale dovere di consolare la nostra Madre perché sia da noi veramente consolata. Non per nulla portiamo sì bel nome».[21] Quando parla di come consolare
Maria, l’Allamano si riferisce all’impegno di progredire nelle virtù, come dice nella conferenza del 3 settembre 1916, nella quale spiega come progredire nella perfezione facendo tutte le cose bene: «Facciamo tutto bene per consolare la nostra Madre dei suoi dolori; onoriamola con questo sacrificio di fare tutto bene».[22]
Dopo la sofferenza per la morte del Figlio, l’esperienza della sua risurrezione fu la consolazione decisiva per Maria, che ha come autenticato in lei e dato il via al suo ruolo nella Chiesa, diventando così consolatrice dei discepoli del suo figlio e di tutta la famiglia umana. Ecco, allora, che l’Allamano sottolinea questo ruolo di Maria e la chiama: «Regina, Madre e Consolatrice».[23] Ed afferma anche che le feste della Madonna sono feste di consolazione, come ricorda per l’Assunta quando dice: «Deve essere al nostro cuore festa di consolazione, di piacere; dobbiamo godere in questo giorno colla Chiesa. L’Ufficio del giorno parla tutto di allegrezza, tutto invita a godere».[24]
Anche la preghiera del Rosario è consolazione. Dopo aver detto che alcuni lo pregano distratti o annoiati, l’Allamano osserva: «E che cosa vuol dire questo? Vuol dire che in questa preghiera non provano soddisfazione. Bisogna fare in modo che il S. Rosario ci sia di soddisfazione per tutta la vita. […]. Che malinconia c’è nel ripetere: Ave Maria? Perché dobbiamo stancarci a salutare la Madonna? I Santi la salutavano tante volte al giorno. Ditelo sempre bene il Rosario, con consolazione e non come peso, e se alle volte fosse anche un peso, sarebbe un peso leggero».[25]
L’Allamano ha preparato una novena alla Consolata per la gente, che forse non è mai stata pubblicata. In essa si nota la pietà mariana dell’Allamano, ma anche la sua capacità di trasmetterla. Ovviamente lo stile risente della spiritualità di quel tempo, ma i contenuti sono validissimi anche oggi. Ogni giorno, la novena termina con una preghiera alla Consolata. In tutte queste nove preghiere emerge bnene sia l’affetto per Maria, come pure la richiesta della sua intercessione per la salvezza spirituale. Ne deriva che la “consolazione” che si chiede alla Madonna è principalmente la crescita nella virtù e la salvezza dell’anima. Eccetto la prima, che è tratta dalla liturgia della festa, le altre preghiere sono composte molto probabilmente dall’Allamano. Riporto, come esempio, la prima e l’ultima.
«Signor nostro Gesù Cristo, il Quale per una provvidenza ineffabile avete stabilito che ogni bene noi ricevessimo per mano della Madre vostra Maria, concedeteci di grazia, che venerandola noi sotto il soavissimo titolo della Consolazione possiamo continuamente godere dell’aiuto e del potere della Medesima. Così sia».
«Eccoci o Maria Consolata in questo giorno solenne a voi consacrato accorsi al vostro Santuario, radunati attorno al vostro Altare per consolarvi e ricevere da voi consolazioni. Cara Madre benediteci dal vostro trono di gloria col vostro Divin Figliuolo e concedeteci tutte quelle grazie che vi chiediamo. Vi preghiamo per noi e pei nostri fratelli traviati, tutti consolateci e salvateci. Così sia».
3. La Parola di Dio consola. L’Allamano, nelle sue conferenze, fa ricorso ad ogni istante alla S. Scrittura. Incomincia molto presto ad insistere. Per esempio, ecco il suo manoscritto per la conferenza del 29 settembre 1907: «Nell’Istituto questo è il primo studio, che forma materia di tutti i corsi; ed in Missione dovrà essere la vostra lettura quotidiana e la vostra consolazione».[26]
Nella conferenza del 17 dicembre 1916, intitolata “Le S. Scritture siano nostra Consolazione”, dopo avere ricordato il fatto ricordato nel Libro I, cap. 12 dei Maccabei [ad Ario, che gli offriva possessioni per rinnovare l’alleanza, Gionata rispose: “Noi, non abbiamo bisogno di nulla, trovando sollievo nei libri santi, che sono nelle nostre mani”], l’Allamano prosegue: «La stessa cosa ci ripete oggi S. Paolo (Dom. II d’Avv.) nell’Ep. Ai Romani: “Quaecunque scripta sunt, ad nostram doctrinam scripta sunt, ut per patientiam et consolationam Scripturarum spem habeamus”. Voleva dire che le letture delle S. Scritture fortificano la nostra speranza e ci consolano nelle tribolazioni della vita».[27] Questo è il suo manoscritto. Nella conferenza parlata si dilunga sul valore di consolazione della S. Scrittura e insegna come leggerla. I suoi consigli sono ancora attuali.[28] Ad un certo punto, riporta le parole di S. Gregorio, il quale afferma: «Conosci il cuore di Dio nelle parole di Dio» e, più avanti: «Tutti i Santi trovavano nella S. Scrittura una fonte di consolazione e di vita. La parola di Dio penetra come una spada nell’anima e provvede a tutti i nostri bisogni. La S. Scrittura è un Sacramentale, perché è parola di Dio e perciò conferisce della grazia, infonde consolazione. E chi non ha bisogno di consolazione?».[29]
In altra occasione, durante la settimana santa del 1920, così inizia il suo intervento: «La S. Scrittura sarà in missione la vostra consolazione; chi saprà meditarla bene, vi troverà il suo conforto… […]. È per questo che in questa casa la S. Scrittura ha sempre avuto il primo posto; e sarà sempre così».[30]
In definitiva, per l’Allamano la vera consolazione sta proprio in questo trinomio: Gesù – Maria – S. Scrittura. Durante la guerra, così si esprime: «In questi tempi tanto dolorosi per tutti, ed anche per noi, a chi ci rivolgeremo per consolazione? Certamente a Gesù, che vive con noi e per la nostra salute […]. Abbiamo Maria SS. Consolata, che nostra Patrona e Madre speciale ci consola… Ma poi alla lettura delle S. Scritture».[31]
Per l’Allamano, dunque, la consolazione apportata dalla S. Scrittura consiste in una luce speciale per conoscere Dio e la sua presenza in noi, come pure forza per realizzare la sua volontà: «Se la leggiamo con queste disposizioni la S. Scrittura ci farà del bene: ecciterà in noi l’amor di Dio, il desiderio della perfezione».[32]
4. Altre fonti di consolazione. L’Allamano trova in altri valori spirituali delle fonti di consolazione per i suoi missionari e missionarie, come lo sono per se stesso. Per esempio, appartenere all’Istituto. In un discorso a partenti, il 12 dicembre 1920, ad un certo punto dice: «Vedete la consolazione che si prova a partecipare a questa famiglia... Quam bonum et quam jucundum habitare fratres in unum! [come è bello e piacevole che i fratelli vivano insieme] ... Ed anche per chi deve andare in un altro luogo... il luogo è una materialità, è niente l'esser piuttosto in un posto che in un altro... siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo tutti una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa, tutti all'Iringa... bisogna ben che coltiviamo tutti i luoghi che il Signore ci ha affidato!».[33] Così pure, la crescita della famiglia dell’Istituto era motivo di consolazione. Diceva il 29 settembre 1912: «Per me è una consolazione ogni volta che mi accade di fare la vestizione di qualche giovane Chierico. […]. Anche voi, sacerdoti, chierici, coadiutori ne godete perché vedete crescersi il numero dei vostri fratelli».[34]
Per i sacerdoti, pregare l’Ufficio delle Ore è consolazione. Così ne incoraggiava la recita: «Il breviario poi come un peso;… è un sollievo per noi, una consolazione… Ditelo con attenzione… senza scrupoli, ma dirlo bene».[35]
La stessa benedizione del Fondatore è consolazione, come scrive al chierico G. Nepote,nell’aprile del 1917: «La mia benedizione ti giunga come consolazione e sostegno lungi dall’Istituto.
Coraggio, continua nel buon spirito con l’occhio all’Africa».[36]
L’ALLAMANO INSEGNA COME ESSERE “CONSOLATORI”
Sulla scia del nostro Padre, dobbiamo essere missionari e missionarie della “consolazione”, cioè che consolano gli altri. E ciò su due fronti: il primo riguarda l’identità dei missionari, delle missionarie e di quanti collaborano; il secondo riguarda la loro attività apostolica.
1. Consolatori di Gesù. Per prima cosa, mettiamo in evidenza un aspetto importante, che abitualmente non viene sottolineato in questo tipo di discorso. Prima di essere consolatori di persone, il missionario e la missionaria, secondo lo spirito del Fondatore, devono essere “consolatori di Gesù”.
L’Allamano consiglia questo atteggiamento sotto diverse angolature. Si tratta, anzitutto, dell’atto di riparazione dei peccati. Prendiamo in esame il metodo di fare il ringraziamento alla Comunione eucaristica, che per l’Allamano consiste in: «atti di adorazione, di ringraziamento, di offerta, di domanda e di consolazione a Gesù».[37]
È interessante il fatto che l’Allamano inserisca come ultimo atto quello della “consolazione”, con una sua spiegazione. Parlando della Comunione, il 22 maggio 1913, festa del Corpus Domini, così dice: «[…] dopo si consola Gesù – non ne ha bisogno, ma accetta volentieri, gli fa piacere, e ci dice: Oh, quanto aspetto che mi consolino, almeno tu…».[38] Ritornando sullo stesso tema con le suore, il 13 giugno 1915, dice: «Consolazione o riparazione: e non andiamo solo a cercar consolazione, ma diamone anche un po’ e non facciamoci dire da Gesù che siamo consolatori onerosi».[39]
È certo che, in questo contesto eucaristico, consolare Gesù, o il Cuore di Gesù, è sinonimo di riparare ai peccati (siamo nella spiritualità del Sacro Cuore di Gesù, secondo la spiritualità di S. Margherita Maria Alacoque). Tuttavia, c’è anche un aspetto più ampio, ed è quello di “consolare Dio”, che significa: “fare tutte le cose bene”. Dopo aver dato diversi suggerimenti pratici per comportarsi bene, durante le vacanze a S. Ignazio, l’Allamano conclude: «Siate la consolazione di Dio, di S. Ignazio e dei Superiori».[40]
Ecco una conseguenza concreta: dobbiamo sentirci solidali con l’umanità, così com’è, facendoci carico della sua situazione spirituale, anche dei peccati. In più, dobbiamo, come Paolo, collaborare con Gesù nella restaurazione dal peccato, aggiungendo di nostro ciò che «manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24).
2. Identità della “consolazione”. Si può esprimere l’identità della “consolazione” con le parole dette dal Fondatore alle suore: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere»,[41] Ciò significa che la nostra personalità deve essere strutturata dalle convinzioni che abbiamo detto finora. E ciò influisce anche sulla spiritualità, che diventa a sua volta “spiritualità della consolazione”, in collegamento con Maria Consolata. Essere della Consolata è per noi “nome e cognome”, come dice l’Allamano.[42] Ce lo ricorda anche il Santo Padre Giovanni Paolo II nel messaggio per il centenario: «Non potrei chiudere queste mie esortazioni senza porre in luce che la vostra identità di missionari e religiosi si riveste d’una profonda connotazione mariana. L’Istituto, infatti, è sorto all’ombra del celebre santuario della Consolata, cuore spirituale della Torino cristiana. Lo stesso Allamano più volte ebbe modo di precisare che alla Madonna era riservato il titolo di “Fondatrice”».
3. Missione di “consolazione. All’identità della “consolazione” è necessariamente collegata la “missione come consolazione”. La riflessione più recente dei nostri due Istituti ha approfondito teologicamente il rapporto “Consolata-Missione” ed ha sviluppato un dato molto interessante, che esprimo con le stesse parole di Giovanni Paolo II nel Messaggio per il centenario: «Con l’aiuto della Consolata, carissimi Fratelli, diffondete la vera “consolazione”, la salvezza cioè che è Cristo Gesù, Salvatore dell’uomo»[43]. Quindi, da questo punto di vista, essere “consolatori” significa essere “missionari ferventi”, cioè “annunciatori convinti” che Gesù è l’unico salvatore del mondo!
C’è, però, un aspetto specifico della “consolazione” che deve emergere dalla priorità delle nostre scelte apostoliche, che devono essere di frontiera, cioè coraggiose, in favore degli ultimi. Ecco dove si fonda la generosità di accettare la fatica delle scelte scomode, come pure il dinamismo apostolico nell’aggredire le situazioni nuove e difficili per risolverle positivamente, senza rimpianti. Lo spirito di consolazione fa anche affrontare le situazioni nuove che influiscono sull’evangelizzazione, senza nostalgie di un sistema passato, come sono la globalizzazione, le migrazioni selvagge, il rapporto interreligioso, ecc. La “consolazione” non è statica, ma si rinnova ed è sempre attuale.
L’identità di apostoli della consolazione si vede, all’esterno, in uno speciale “spirito e stile di consolazione” nel rapporto con la comunità ecclesiale e con i non cristiani. Ecco perché il missionario della Consolata è per “essere in mezzo alla gente”, con preferenza di quella lontana, ultima appunto.
4. La “gloria” di Dio attraverso la Consolata. Anche se abbiamo già sottolineato il rapporto “consolazione-salvezza”, desidero ricordare il motto che l’Allamano aveva pensato per i suoi missionari. In capo al primo Regolamento del 1901 figuravano le parole di Is. 66,19: «Et annuntiabunt gloriam meam gentibus [annunzieranno la mia gloria alle genti]». Nella sua intenzione questa “gloria” da annunziare era quella di Dio e consisteva principalmente nella salvezza di tutti gli uomini, perché «l’uomo vivente è la gloria di Dio» (S. Ireneo). Il Fondatore esprimeva il rapporto tra la Madonna e i suoi missionari con queste parole: «La Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati».[44]
E questa esperienza mariana non è stata generica, ma ha assunto la connotazione specifica del mistero della “consolazione-salvezza”. Chissà quale spirituale ricchezza ha maturato nei lunghi anni trascorsi ai piedi della Consolata! Non conosciamo i sentimenti né i pensieri dell’Allamano quando, da quel coretto, contemplava il quadro della Vergine, perché non ce li ha confidati, ma li possiamo legittimamente supporre, leggendo la sua vita. Siamo certi che l’Istituto è stato come concepito proprio in quel coretto, durante quelle lunghe ore di adorazione, di fronte al tabernacolo, mentre il suo sguardo poteva contemplare il volto delicato della Consolata. Noi eravamo già nel suo cuore prima ancora che egli organizzasse l’Istituto, e con noi c’erano anche tanti uomini e donne che non conosceva, ma che rispettava, perché avevano il diritto di conoscere il Padre rivelato da Gesù.
Conclusione
Come conclusione di queste riflessioni, lascio uno spirito che l’Allamano ha infuso e che era vivissimo nelle nostre prime comunità. Missionari e Missionarie della “Consolata” significava avere una spiritualità mariana fino alle radici e infonderla nella gente. Maria diventava così la vera “consolazione”, perché accompagna ad andare Gesù, che è il Salvatore, e infonde speranza e serenità nei cuori. L’Allamano ha comunicato la propria esperienza, desiderando che anche noi fossimo, nel modo che era lui stesso: “consolati” e “consolatori”.
Ecco come ci ha insegnato ad esprimere la relazione con la Consolata: «Quanta gente vengono a pregare e portano via le grazie e i miracoli, e noi che siamo i suoi figli prediletti? Ne portiamo il titolo come nome e cognome. Sotto questo titolo è nostra Madre particolare»;[45] «Noi figli prediletti della Consolata, e non solo a parole, ma in realtà. […] Non è infatti la Ss. Vergine sotto il bel titolo di Consolata la nostra Madre e noi i suoi figli? Sì, Madre nostra tenerissima, che ci ama come la pupilla dei suoi occhi, che ideò il nostro Istituto, lo sostenne in tutti questi anni spiritualmente e materialmente, sia qui in Casa Madre che in Africa, ed è sempre pronta ai nostri bisogni, per cui io posso dormire i sonni tranquilli…»;[46] «Per voi quando si parla della Madonna si sottintende sempre la Consolata»;47 «Vi farei un torto a parlarvi di fare bene la novena della Consolata, il cuore stesso ci deve insegnare. Noi siamo Consolatini, figli prediletti della Consolata».[47] Queste espressioni non sono solo belle e indimenticabili, ma anche vincolanti.
Note:
[1] SALES L., Il Servo di Dio Can. Giuseppe Allamano…,Torino 1944, p. 457.
[2] Conf. MC, II, 78.
[3] Lett. IX/2, 653-654.
[4] Processus Informativus, I, 499; cf. anche le deposizioni di Mons. G. Nipote, il quale riporta il pensiero della lettera circolare: II, 82.
[5] Processus Informativus, IV, 202.
[6] Lett., III, 105.
[7] Lett., V, 298.
[8] Lett., VII, 365. Cf. anche la lettera inviata da S. Ignazio alla superiora sr. Chiara Strapazzon, il 13 luglio 1921: «Ti ringrazio delle buone notizie della cara Comunità, che sono un cuor solo ed anima una in Domino. Questa è per me la più desiderata consolazione. Io prego per tutte anche in particolare perché vi facciate proprio sante»: Lett., IX/1, 109.
[9] Lett., III, 685.
[10] Lett., IV, 65.
[11] Lett., IV, 277.
[12] Lett., VI, 168.
[13] Lettera a P. U. Costa, da Melezet, il 12 agosto 1912: Lett., VI, 200-201.
[14] Lettera collettiva ai missionari in Kenya degli inizi del 1914: Lett., VI, 527.
[15] Lettera al p. L. Sales del 16 settembre 1916: Lett., VIII, 451.
[16] Conf. IMC, I, 84.
[17] Conf. IMC, I, 187.
[18] Conf. IMC, I, 564.
[19] Conf. IMC, II, 311.
[20] Conf. IMC, II, 314.
[21] Conf. IMC, I, 327; cf. anche II, 546.
[22] Conf. IMC, II, 679.
[23] Conf. MC, I, 463; Conf. IMC, II, 770.
[24] Conf. MC, I, 406.
[25] Conf. MC, III, 137-138.
[26] Conf. IMC, I, 207.
[27] Conf. IMC, II, 821.
[28] Riporto come sono stati ripresi dalle suore i consigli dell’Allamano durante la conferenza tenuta lo stesso giorno: «…..Non v'è malattia dell'anima che non abbia il rimedio nella Sacra Scrittura (S. Agostino). La S. Scrittura è un arsenale dove si trovano tutte le armi (Santi Padri). I libri spirituali non sono che spiegazioni della S. Scrittura.
Il mio giardino è la S. Scrittura (S. Carlo Borromeo).
Non basta leggere i Libri santi, bisogna scrutarli, infatti il Signore non disse: Leggeteli; ma: Scrutateli: scrutamini. I Libri santi sono un pozzo profondo, potus altus; il latino dice alto e non profondo, perché ne misura l'altezza dal fondo. Se la S. Scrittura è un pozzo, naturalmente per tirar su acqua costa fatica, ma una dolce e consolante fatica. Per leggere i Libri santi ci vuole semplicità e preghiera. S. Gerolamo amava più leggere Cicerone che la S. Scrittura; una volta sentì dirsi che era più ciceroníano che cristiano e ricevette tante di quelle battiture che gli andò via la voglia di leggere i libri di Cicerone.
Certa gente, sapientuzzi, trovano spesso a ridire su un libro, o perché non è ben scritto, o perché è antico ecc., o perché non vi si contiene quel che va loro a genio. Il Signore non si comunica a queste persone. Bisogna aver spirito di semplicità. Quello che impedisce il bene della lettura spirituale è la curiosità, e che impedisce il bene delle prediche è la critica. Andiamo alla sostanza delle cose e stiamo attenti a non lasciarci portar via la sostanza»: Conf. MC, I, 494495.
[29] Conf. IMC, II, 824.
[30] Conf. IMC, III, 411; cf. anche III, 702.
[31] Conf. IMC, II, 821; cf. anche Conf. MC, I, 492-493.
[32] Conf. IMC, II, 827.
[33] Conf. IMC, III, 499; cf. anche III, 240, 261.
[34] Conf. IMC, I, 442.
[35] Conf. IMC, I, 240.
[36] Lett., VII, 540.
[37] Conf. IMC, I, 322; cf. anche I, 432, dove annota: «Per esaurire tali atti ci vuole tempo; facciamo quel che possiamo»; III, 215.; Conf. MC, I, 138; II, 281.
[38] Conf. IMC, I, 565; più avanti dice: «Consolazione al S. Cuore».
[39] Conf. MC, I, 139.
[40] Conf. IMC, III, 314.
[41] Conf. MC, III, 275.
[42] Cf. Conf. IMC, I,568.
[43] “Messaggio” per il centenario, n. 5.
[44] Conf. IMC, III, 577.
[45] Conf. IMC, I, 568.
[46] Conf. IMC, II, 308. 47 Conf. MC, III, 17.
[47] Conf. IMC, II, 602.